PRIMA DELL'OTTO SETTEMBRE.
C'ERA UNA VOLTA LA PATRIA.
CITTA' E OPERE NEL VENTENNIO FASCISTA                           


OPERE DEL REGIME: LE CITTA' DI MUSSOLINI. QUANDO L'ARATRO TRACCIAVA IL SOLCO...
Pietro Chiari
 
     Dopo che a Milano in galleria ed alla stazione centrale delle ferrovie erano state allestite, a cura di Palazzo Marino, analoghe manifestazioni, nel 1984 a Roma fu aperta al pubblico una mostra per illustrare i più svariati aspetti dell'economia italiana tra le due guerre mondiali nel periodo coincidente con il ventennio fascista. Sedi migliori non avrebbero potuto essere scelte se si pensa che ad accogliere gigantografie, pannelli e vetrine traboccanti di testimonianze merceologiche, oggetti e mezzi profusi in quell'epoca furono utilizzate due metropoli e, nella Capitale, uno dei più tipici esempi della romanità tanto cara al Regime: il Colosseo.
    La partecipazione del pubblico fu ben superiore al previsto e se l'intento era quello di far sorridere per il divario tra i prodotti di sessanta anni fa e lo sviluppo tecnologico di oggi, fu invece unanime la sorpresa, sia nei più giovani sia negli anziani che avevano dimenticato, nel constatare una realtà che ci aveva resi giustamente orgogliosi allora di essere Italiani.
    Di fronte ad un campione così eclatante di oscuramento della memoria giova quindi ricordare alcune delle più significative opere del Regime, a riprova di un periodo ove accanto alla retorica si realizzavano programmi che sono ancora sotto gli occhi di tutti; accenniamo a queste opere e ci riferiamo a città, borghi e villaggi creati dal nulla in pochi anni che già nel 1939 furono oggetto di una pubblicazione del giornalista sardo Stanis Ruinas "Viaggio attraverso le città di Mussolini".
    Vediamole ora rapidamente, una per una, queste "città", anche se non tutte - lo ripeto arrivarono a tale livello di strutture, di sviluppo e di popolazione per le loro differenziate vocazioni.
    Ovviamente la maggior parte ebbe proiezione agricola, susseguente per lo più a bonifica del suolo da acquitrini e paludi, data la lotta alla piaga dell'urbanesimo che veniva combattuto anche nelle scuole con il cosiddetto ruralismo magnificante in tutti i possibili modi e con tutti i mezzi di propaganda a disposizione, le virtù di un ritorno alla terra e la più naturale esistenza in campagna, di contro al crescente e minaccioso inurbamento, purtroppo vincente alla fine.
    E cominciamo con la dolente nota di chi è venuto via, esule in Patria, o all'estero (e furono 350.000 persone!) e di ciò che è rimasto nelle zone perdute ormai fuori dai confini politici orientali.
    FELICIA, ora la croata Cepie o slovena Cvic, edificata nella piana prosciugata dell'Arsa in provincia di Fiume all'altezza di Bersezio sul Quarnero, seguita, a partire dal 1936, da FERTILIA (chiamata temporaneamente FERTILIA JULIA) in Sardegna presso l'aeroporto della catalana Alghero dove, intorno agli anni Cinquanta, vennero "dirottate" perché ingombranti, aliquote di profughi della Venezia Giulia e della Terza Sponda adriatica, affinché vi... dimenticassero l'Istria e la Dalmazia natìe perdute.
    Si tratta in entrambi i casi di piccolissimi abitati colonici restati tali, a parte qualche successiva appendice turistico-balneare.
    TORVISCOSA in mezzo ad un autosufficiente comprensorio friulano di bonifica, dove all'agricoltura si unisce l'allevamento del bestiame ed una ricca produzione lattierocasearia. Avrebbe dovuto forse chiamarsi FRIULIA, nata con l'investimento di capitali dell'industriale Marinotti. Invece prevalse, fissata nel suo nome, la memoria di fibre tessili (la viscosa della SNIA appunto) sperimentali, donde il Lanital, la lana artificiale italiana derivata dal latte.
    Per rimanere in tema ecco in una incalzante sequenza le più famose città dell'Agro Pontino redento, costruite tutte nell'arco di appena otto anni:
    LITTORIA (oggi LATINA) fondata il 30 giugno ed inaugurata il 18 dicembre 1932 divenuta capoluogo dell'allora più giovane provincia italiana il 18 dicembre 1934. Essa è tuttora alla testa di un comprensorio industriale oltre che agricolo in dinamico equilibrio di efficiente produzione economica.
    SABAUDIA fondata in omaggio alla dinastia di Savoia allora regnante il 5 agosto 1933 ed inaugurata il 15 aprile 1935.
    PONTINIA fondata il 19 dicembre 1934 ed inaugurata il 18 dicembre 1935, Giornata della Fede.
    APRILIA fondata il 25 aprile 1935 ed inaugurata il 29 ottobre 1937 anno XV dell'Era Fascista.
    POMEZIA fondata in ricordo di un'antichissima città laziale mai rintracciata, il 22 aprile 1938 ed inaugurata il 28 ottobre 1940, capodanno dei XVIII E.F.
    Ma assai prima di esse il 28 ottobre 1928 era stata fondata nell'Oristanese MUSSOLINIA DI SARDEGNA eretta a Comune nel 1930 e divenuta ARBOREA nel 1944, sul terreno della bonifica di Terralba dove fra l'altro si produce il rinomato vino di Torrevecchia.
    Nasce nella grossetana bonifica prossima alla foce dei Fiume Albegna, in Toscana, ALBINIA che rimane un gruppo di case vicino alla ferrovia con il silos dell'acqua e la chiesa, come del resto MUSSOLINIA Di SICILIA inaugurata nel 1939 quasi alla vigilia della guerra, ed oggi frazionata tra Botteghelle e Mazzarrone e contratta nel nome troppo semplicisticamente camuffato di CASE MOLINIA a sud di Caltagirone, in vista della piana di Gela e Comiso che, al di là dei mare, guarda lontanissima la Quarta Sponda africana.
    In Puglia a sud di Foggia abbiamo borgo SEGEZIA con il vicino Ovile Nazionale e quindi centro agro-zootecnico e nella Basilicata, allora Lucania, non lontano da Pisticci MARCONIA.
    Presso Fano alla foce dei Metauro, nelle Marche, ecco ancora nel 1938 sull'Adriatico sorgere a cura dell'Opera Nazionale Combattenti METAURILIA. Essa unisce nel suono del nome del vicino storico fiume quello dei "suovetaurilia" il cruento sacrificio agli dèi pagani dell'Urbe di un majale (sus) una pecora (ovis) ed un toro (taurus) per propiziarne la prosperità e la sorte.
    Infine VOLANIA prossima al Po di Volano, nel Ferrarese, presso Comacchio, nascerà con una grossa fattoria cinta da un muro che la fa apparire quasi un centro fortificato più che agricolo. Forse avrebbe potuto meglio chiamarsi BALBIA dedicata al Trasvolatore dell'Atlantico e Governatore della Libia, Italo Balbo, caduto nel 1940.
 
     Per tutti questi abitati e per le fertili e variegate coltivazioni circostanti ben si addice l'espressione mussoliniana dell'epoca "Questa è la guerra che noi preferiamo" vincolata all'altra. "E' l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende", alludenti alla sfida insita in una più che pacifica attività contadina abbinata alla tenace volontà di difendere, contro chiunque, la sorgente autarchia cerealicola. E ciò nonostante le inique Sanzioni economiche, applicate inutilmente da 52 nazioni all'Italia, per soffocare la conquista del nostro posto al sole in Abissinia. Qui, nel Galla e Sidamo, ed in altre plaghe interne etiopiche, alcune aree di messa a coltura, tra le diverse realizzazioni di civiltà, che ebbero vita effimera ma ugualmente indicativa: una "Romagna d'Etiopia", una "Puglia d'Etiopia" ed un"Veneto d'Etiopia", dissodate per lo spazio di appena un lustro coi sudore dei coloni provenienti dalle omonime regioni nazionali!
    Ed ancora, alla periferia dell'Urbe, oltre l'EUR (allora detta Eur '42) verso quello che fu chiamato Lido di Roma (ex ed attuale Lido di Ostia) ecco VITINIA ed ACILIA del 1939, centri satelliti. Oggi quartieri estremi della Città Eterna.
    Nel 1938 andarono in Libia, antico granaio dell'Italia romana, 20.000 agricoltori per redimere, alla fecondità, la Gefara e l'altipiano tripolino nonché il Gebel cirenaico, un tempo verde .
    E lì, i nostri coloni hanno trovato pronti 25 villaggi agricoli: OLIVETTI, BIANCHI, GIORDANI, MICCA, TAZZOLI, BREVIGLIERI, MARCONI, GARABULLI, CRISPI, CORRADINI, GARIBALDI, LITTORIANO, CASTEL BENITO, FILZI, BARACCA, MADDALENA, SAURO, OBERDAN, D'ANNUNZIO, RAZZA, MAMELI, BATTISTI, BERTA, LUIGI DI SAVOIA, GIODA.
    Intanto, fianco a fianco, Arabi e Berberi indigeni imparavano a lavorare e a far fruttare la loro terra in altre in altre dieci località nuove dai poetici nomi di EL FAGER (Alba), NAHIMA (Deliziosa), AZIZIA (Profumata), NAHIBA (Risorta), MANSURA (Vittoriosa), CHADRA (Verde), ZAHRA (Fiorita), GEDIDA (Nuova) e MAMHURA (Fiorente) nonché l'odierna EL BEIDA già BEDA LITTORIA (la Bianca) che Idris el Senussi, nel dopoguerra fatto Re dagli Inglesi, volle sua residenza. Arabi e Berberi concorrevano così inoltre a contenere e bloccare mediante le colture agricole ed arboree l'espansione della sabbia avanzante del Sahara.
    Sempre nelle quattro Province metropolitane della Libia (Tripoli, Misurata, Bengàsi e Derna) si ebbe la modernizzazine di 17 centri abitati costieri e dell'entroterra: APOLLONIA, TOLMETTA (Tolemaide), LEPTIS MAGNA (ar. Homs Lebda) etc.
    Né può essere tralasciato, anche se dovuto esclusivamente alla personale, solitaria iniziativa fiorente degli anni Venti del Duca degli Abruzzi (che vi volle esser sepolto) il nascere ed il prosperare di una enorme Azienda agricola modello per quei tempi, centro pilota di una esemplare pluricoltura nell'arida Somalia presso il fiume Uebi Scebeli, VILLABRUZZI (sintesi di VILLAGGIO DUCA DEGLI ABRUZZI) oggi Jawhar nel Corno d'Africa.
    Ma torniamo in Italia per rintracciare sempre negli anni Trenta le città minerarie e carbonifere di ARSIA fondata il 27 ottobre 1936 ed inaugurata nel novembre 1937, oggi purtroppo la croata Rega, presso Albona, pardon Labin in croato, nell'Istria, e, fondata il 17 dicembre 1938 nel Sulcis (Iglesiente) della Sardegna CARBONIA che con alterne vicende ha superato ormai i 33.000 abitanti, come preconizzato dal Duce al momento della inaugurazione.
    Abbiamo poi TIRRENIA presso Livorno, città cinematografica della fu "Pisorno" che accompagna e segue Cinecittà del 1936. GUIDONIA città aviatoria, anzi delle ali e della scienza dell'aria, sede di studi ed esperienze d'avanguardia della Forza Armata del cielo, consegnata il 31 ottobre 1937 all'Aeronautica ed inaugurata nel 1938 sotto Montecelio, verso Palombara Sabina. Ed infine, sorta nel 1936, CERVINIA, città sciatoria con Breglio (Breuil) in Val d'Aosta.
 
     Fin qui si è elencato quanto è stato creato ex novo magari vicino ad altre sedi abitative lasciando al "libro dei sogni" le realtà in progetto ed allo studio rimaste in pectore nella Madrepatria ed Oltremare, abbandonate allo scoppio della seconda guerra mondiale.
    Non possono altresì essere passati sotto silenzio, anche se in parte accennati sopra, i centri monofunzionali inseriti organicamente nell'Urbe quali: - la città sanitaria Ospedale del Fascio, poi San Camillo, Spallanzani e Forlanini nella cosiddetta "zona del silenzio", del 1929; - la città dello sport Foro Mussolini oggi Foro Italico del 1932;
    - la città militare Cecchignola con l'adiacente successivo Villaggio Giuliano-Dalmata;
    - la città del cinema Cinecittà del 1936;
    - la città dell'esposizione universale romana E. '42 (EUR del 1947).
    Per concludere, secondo il buon senso che consigliava e consiglia, contro l'eccesso di campanile, il trovare ed incoraggiare motivi di unione e di fusione rispetto a ciò che troppo individualisticamente tende a dividere e separare, è bene enumerare, nelle nuove denominazioni allora assunte, Massa e Carrara in APUANIA, Intra e Pallanza in VERBANIA, Oneglia e Porto Maurizio in IMPERIA (dal torrente Impero che scorre tra esse), Anzio e Nettuno in NETTUNIA fino al 1946. E come elemento onomastico di proiezione al futuro ma ricavandolo dalla tradizione classica, CORRIDONIA in luogo di Pausula nelle Marche, tralasciando volutamente le "puristiche" italianizzazioni di nomi dal suono straniero come ad esempio in Val d'Aosta PORTA LITTORIA in luogo di La Thuile (fr. La Tegola), CUORMAIORE in luogo di Courmayeur dal lat. Curia Major, ed altre.
    Il Fascismo tuttavia - è bene riaffermarlo , non compì certo solamente opere materiali murarie e d'asfalto quali le prime autostrade. Come dimenticare infatti l'Accademia d'Italia, il nuovo Codice Civile e Penale "Rocco", l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, l'Eneiclopedia Treccani, le Carte del Lavoro, dello Sport e della Scuola, le Colonie marine e montane per i figli del popolo, etc. esortando gli Italiani ad andare al mare ed a volare (Giornata dell'Ala)?
    Quella che abbiamo presentato è senza dubbio una panoramica necessariamente non approfondita, ma tale da far conoscere l'entità gigantesca dello sforzo e dell'erculeo impegno affrontato in quegli anni, oltre alle innumerevoli iniziative ed attività eseguite nelle città italiane, ed in tutto il territorio nazionale, di qua e di là del Mare Nostrum in un amplissimo programma di realizzazioni che attinge l'universale.
    Non vuole essere sterile e banale ironia, ma si avanza prepotente a questo punto il bisogno di un confronto tra il tanto deprecato Ventennio imperiale ed il mezzo secolo di repubblica democratica e tangentopolitana che ancora ci ammorba dall'inizio degli anni Novanta. Cos'è stato meglio?
    Quell'Era "nera" detta fascista o questo cinquantennio di vergogna e di dissipazione? Ogni ulteriore commento è evidentemente scontato!
    Tuttavia lascio ai Lettori vecchi e giovani, memori, smemorati od ignoranti - e non per colpa loro - la risposta.
 
 
NUOVO FRONTE n. 168 Novembre 1996 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

SPIGOLANDO TRA I RICORDI DI UN OTTUAGENARIO Sintesi di una Conferenza di Giuseppe Rocco     al "Windsor Hotel" di Milano il 14-12-1995
da UOMINI DI UN TEMPO
 
 
    Il tema della chiacchierata di questa sera è il PNF. Non la storia del Partito Nazionale Fascista, ma solo qualche divagazione sul tema.
    So che è una pretesa ridicola, da parte mia, parlare a un gruppo come voi, che conosce l’argomento quanto se non più di me. È difficile che possa raccontare particolari a voi sconosciuti. Forse però qualcuno ha dimenticato – ed è mia illusione, dato che ho qualche anno più di tutti i presenti, e nel periodo dal 1935 al 1940, mi sono interessato soprattutto di politica – poter essere di aiuto per ricordare molti aspetti scarsamente ricordati. Alcuni di voi erano troppo giovani (molti lo sono ancora) e per aver vissuto il periodo esaltante ed esclusivo della RSI sono portati a ritenere valido solo il fascismo dell’ultimo periodo di guerra.
    Un mio "pallino" è di non aver mai accettato il dispregio con cui, al tempo della Repubblica, si parlava di quanto era avvenuto in Italia dal 1919 a 1943.
    Poiché questo stato d’animo è in molti ancora presente, spero di trovare qualche argomento per convincervi che prima del 25 luglio, il fascismo aveva fatto, in pochi anni, tante di quelle cose valide da gratificare per un secolo un normale governo, sia in campo internazionale che in campo locale. In tema economico, operativo, legislativo e spirituale.
    Non intendo annoiarvi con l’esposizione che farò; tutti conoscete quello che dovrei dirvi e tutti sapete cosa è stato realizzato nel Ventennio Littorio. Permettermi di parlare per i giovani e per gli smemorati: un bagno nel passato che ci aiuti a dimenticare il presente, senza velleità, per pura e semplice malinconica nostalgia.
    * * *
    (...) Per sgomberare il campo da un aspetto della vita del Regime Fascista, che spesso ci ha indotto a dare maggior rilievo agli uomini che alle opere, dobbiamo ricordare che anche i collaboratori del Duce erano "italiani". Sia i modesti capetti locali, che i grossi papaveri (chiamiamoli pure ironicamente gerarchi) erano tutti italiani. Tutti individualisti, tutti "prime donne" in attività o in attesa di diventarlo; invidiosi, calunniatori, cannibali, spesso arrivisti, ambiziosi. Ma coraggiosi, generosi, quasi sempre eroici, mai ladri.
    Le caratteristiche negative le troviamo anche negli esponenti del dopoguerra, con la differenza che questi si sono dimostrati sempre vili, neghittosi e quasi sempre ladri.
    Salvo rare eccezioni, era questo il materiale umano di cui il Duce poteva disporre.
    I tentativi effettuati nei primi mesi di governo, di recuperare qualche elemento valido dell’antifascismo, andarono tutti a vuoto. Alla fine Mussolini dovette rendersi conto che chi non aveva capito il fascismo dall’inizio era perché mancava di quelle doti che hanno reso gli uomini del Regime dei giganti in confronto alle masse: lo spirito, il senso della patria, la generosità, il coraggio (anche da parte di molti di quei traditori, giustamente condannati a Verona, ma che nel nostro intimo non ci sentiamo sempre di rifiutare). Non possiamo dimenticare gli anni del loro lavoro fecondo.
    * * *
    (...) I vecchi gerarchi erano esposti alle barzellette irridenti, considerati ignoranti, al più ex-maestri di ginnastica, incapaci di parlare italiano. Se poi ci capitava di conoscerne qualcuno personalmente, ci accorgevamo che, pur non essendo dei semidei, salvo qualche meritorio autodidatta, nella maggior parte, anche se uomini d’azione, erano in possesso di lauree, di esperienze giornalistiche, culturali e accademiche di primissimo ordine.
    Il guaio era che anche noi eravamo sempre pronti a bere tutto ciò che la propaganda avversaria faceva circolare.
    Durante il Ventennio, c’era sempre alle spalle il Duce, c’era sempre nell’aria la sua immagine incombente, si respirava un’atmosfera che induceva tutti a far bene, a operare per la comunità, chiamata allora Patria. Eravamo ispirati dalla voglia di contribuire, di portare la nostra pietra al cantiere; voglia che prendeva tutti, dal più umile operaio o contadino, al più grosso industriale. Tutti sempre desiderosi di far sapere al Duce che avevano fatto qualcosa, che avevano agito con la coscienza di compiere il proprio dovere. Dal balillino dell’orticello di guerra, al legionario nel deserto libico, o nelle ambe abissine. Tutti brontoloni, sempre scontenti, ma sempre fieri di partecipare, da protagonisti in prima fila, a una fase eccezionale della storia d’Italia. Tutti intimamente orgogliosi di appartenere a quel blocco dei famosi otto milioni di baionette. Coscienti che la massa non annullava l’individuo, ma che l’unione delle volontà esaltava ogni singolo.
    * * *
    (...) Purtroppo, quello spirito che aveva conquistato la grandissima parte degli italiani, e affascinato molti stranieri, compresi numerosi antifascisti, era in fase di flessione proprio nel momento più critico, cioè negli anni 1938/39. Anche i più entusiasti avevano bisogno di riposo spirituale. I continui successi, le continue sollecitazioni al nostro orgoglio per le vittorie militari, i primati sportivi, i traguardi in tutti i campi, tecnici, scientifici, diplomatici, ecc., avevano portato a una assuefazione anche alle notizie di conquiste reali o apparenti, che la propaganda diffondeva. Ci voleva un periodo di rallentamento, una sosta per tirare il fiato.
    Purtroppo il tempo mancò.
    La guerra, prevista e preventivata, arrivò troppo presto.
    Tanti programmi vennero sacrificati. Compreso quello staraciano di creare una classe di capi sportivamente efficienti, ed esteticamente rappresentativi, all’inglese, per costituire l’ossatura del futuro corpo di funzionari coloniali, prestigioso anche nelle apparenze che si pensava fosse necessario per la reale colonizzazione all’italiana, oltre all’imprenditore operoso.
    Come non riuscì il tentativo di Muti di rivitalizzare il Partito, diventato ormai un organo statale burocratico, senza vita propria, senza la funzione di spinta, di crogiolo di idee, che avrebbe dovuto integrare l’apparato statale e non aggregarsi a esso.
    Quel poco di spirito rimasto era tutto nelle organizzazioni giovanili, anche queste private dei migliori elementi dirigenti, chiamati o volontari alle armi. Muti organizzò la Marcia della Giovinezza, rivelatasi una splendida dimostrazione di entusiasmo e di organizzazione e che alla fine ebbe la sua esaltazione a Bir-el-Gobi.
    Nel contempo il Partito si impoverì.
    Fu troppo drastico il cambiamento fra i due segretari del Partito, e gli scossoni impressi da Muti, che sarebbero stati utilissimi in un altro periodo, furono in quel momento deleteri. Servirono solo a deprimere gli entusiasti, e a far alzare la testa all’antifascismo serpeggiante.
    * * *
    (...) Ma è forse più piacevole parlare di cose concrete, delle realizzazioni.
    Per esaurire questo argomento basterebbe leggere un qualsiasi elenco, anche scheletrico, delle opere del fascismo, riprodotto nell’indice di uno dei tanti libri di storia del Ventennio.
    È difficile stilare una graduatoria di importanza, perché molte opere modeste, o di scarsa eco propagandistica, avevano finalità più solide di altre di facile presa sull’opinione destra o sinistra quando si parla di fascismo sul piano sociale.
    Tutti i documenti fondamentali, dalla Carta del Lavoro alla legge sulle Corporazioni, ai 18 punti di Verona, alla socializzazione, sono ispirati a tale principio. A questo il Duce pensava quando lo vedevamo a torso nudo trebbiare il grano del risanato Agro Pontino, o alla guida di un trattore per dissodare la terra in Sardegna. Proclamava: "Questa è la guerra che noi preferiamo".
    * * *
    (...) Purtroppo la guerra ha rovinato tutto. Quella guerra che ci è caduta addosso non ricercata, ma alla quale non potevamo sottrarci pena la squalifica.
    Ricordatevi che se l’Italia è ritornata uno stato accettato fra le grandi potenze, è perché abbiamo combattuto, anche se con avversa fortuna, anche se sconfitti. Noi della RSI abbiamo l’orgoglio di aver contribuito a dimostrare, con il nostro rifiuto al tradimento, che gli italiani sanno anche battersi.
    * * *
    (...) Del Ventennio non dobbiamo ricordare soltanto i discorsi altisonanti, che avevano lo scopo di preparare il popolo ad affrontare il cimento inevitabile; dobbiamo pensare anche a tutto quello che il Duce tentò per salvare la pace, per indurre Hitler alla cautela.
    Già il 30 maggio 1939, subito dopo la firma del "Patto d’Acciaio", egli scrisse una ferma lettera prospettandogli la nostra situazione economica e militare, per la quale erano necessari almeno tre-quattro anni di tempo per portare a termine i nostri piani di preparazione, prima di intraprendere iniziative pericolose per la pace.
    Dopo alcune premesse scrive: "Le due potenze europee dell’Asse hanno bisogno di un periodo di pace di durata non inferiore ai tre anni. È solo dal 1943 in poi che uno sforzo bellico può avere le più grandi prospettive di vittoria. Un periodo di pace è necessario all’Italia per le seguenti ragioni:
    a) per sistemare militarmente la Libia, l’Albania e pacificare l’Etiopia, dalla quale deve uscire un’armata di mezzo milione di uomini;
    b) per ultimare la costruzione e il rifacimento delle sei navi di linea attualmente in corso;
    c) per il rinnovamento di tutte le nostre artiglierie di medio e grosso calibro;
    d) per spingere innanzi la realizzazione dei piani autarchici che devono rendere vano ogni tentativo di blocco delle democrazie possidenti;
    e) per realizzare l’Esposizione del 1942, la quale oltre a documentare il primo Ventennio del Regime può fornirci riserve di valuta;
    f) per effettuare il rimpatrio degli italiani dalla Francia, problema di natura militare e morale molto serio;
    g) per ultimare il già iniziato trasferimento di molte industrie di guerra dalla valle del Po nell’Italia meridionale;
    h) per approfondire sempre più i rapporti non solo fra i governi dell’Asse ma fra i popoli, al che gioverebbe indubbiamente una distensione dei rapporti tra Chiesa e Nazismo, distensione che è molto desiderata dal Vaticano.
    Per tutte queste ragioni l’Italia Fascista non desidera di anticipare una guerra di carattere europeo, pur convinta che essa sia inevitabile".
    * * *
    (...) La guerra europea ha stroncato il processo di maturazione economica in corso dopo la guerra d’Africa e la sconfitta ha riportato indietro la storia d’Italia di almeno trent’anni, rimettendo sul tappeto tutte le vecchie magagne sociali sulle quali campavano i partiti antifascisti.
    È indubbio però che se nel dopoguerra l’economia italiana in pochi anni è risorta e ha raggiunto un livello di vita notevolmente superiore all’anteguerra, è stato possibile per il concorso di due fattori essenziali:
    1°) le strutture solide ed efficienti dello stato fascista erano rimaste in piedi. Non c’era ancora la corruzione e l’incompetenza che ha in seguito tutto infangato. L’amministrazione pubblica funzionava ancora con la vecchia legislazione e con la vecchia burocrazia del regime.
    2°) l’Italia, a guerra finita, era la nazione europea meno danneggiata, con le industrie quasi tutte intatte, con una disponibilità di manodopera addestratissima e abbondante, con una classe imprenditoriale lanciata dalla politica industriale corporativa del fascismo e "aguzzata" dalle necessità autarchiche e dalla produzione bellica.
    * * *
    (...) Il Fascismo, alle origini, aveva ereditato uno stato di miseria non più concepibile, sconosciuta alle nuove generazioni, ma in pochi anni di governo, nonostante la grande crisi mondiale, aveva raggiunto la quasi totale occupazione, il pareggio del bilancio, e nel 1934 si cominciava a notare qualche segno di ripresa economica, continuata anche attraverso la guerra fino al boom degli anni ’60.
    Mediante una capillare organizzazione statale, con funzionari (moltissimi non iscritti al Partito) contagiati dal clima generale di buona volontà, una vigile opera sindacale sulle assunzioni al lavoro, una serie di opere pubbliche, e una rigida amministrazione tributaria, già prima della guerra d’Etiopia rapidamente aumentava la diffusione del benessere.
    Il livello di vita raggiunto nel secondo dopoguerra può far dimenticare le basi sulle quali questo benessere si fonda, può far ritenere che tutto il nostro bagaglio ideologico sia sorpassato, "cose d’altri tempi!".
    Invece dobbiamo essere coscienti che i principî, lo spirito, le leggi fondamentali, i documenti statutari del fascismo sono ancora validi e vitali anche al presente e in futuro, perché non sono semplici ideologie, ma concetti eterni costanti della nostra civiltà.
    Una semplice elencazione, sicuramente incompleta, senza ordine cronologico o di importanza, basta per convincerci che l’intimo orgoglio che ci prende quando pensiamo alla nostra gioventù, è pienamente giustificato.
 
 
RICORDI DI UN OTTUAGENARIO Conferenza di Giuseppe Rocco (anno 2000)
da UOMINI DI UN TEMPO. Giuseppe Rocco. Anno di edizione 2000. Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)
     
OPERE DEL REGIME
da UOMINI DI UN TEMPO. Giuseppe Rocco. 
 
    Le grandi bonifiche venete
    Rete stradale-ferroviaria-autostradale
    Opere idriche a difesa del territorio
    Opere idroelettriche
    Bonifica integrale
    Battaglia del grano
    Lotta contro la malaria
    Lotta contro le mosche
    Lotta contro la tubercolosi
    Opera Nazionale Maternità e Infanzia = ONMI 
    Previdenza Sociale
    Istituto Ricostruzione Industriale = IRI
    Quaranta ore settimanali
    Colonie marine, montane e solari
    Refezione scolastica
    Obbligo scolastico fino ai 14 anni
    Case popolari
    Attacco al latifondo siciliano
    Sistema bancario
    Raid aerei (Ferrarin, Del Prete, De Bernardi, De Pinedo)
    Spedizioni Polo Nord (Norge, Nobile)
    Grandi crociere aeree
    Sviluppo sportivo-agonistico
    Affermazioni calcistiche, aeree, automobilistiche
    Sviluppo impianti sportivi ovunque
    Autodromi di Monza, Mugello, ecc.
    Corfù
    Riconquista della Libia
    Conquista dell’Etiopia
    Guerra di Spagna
    Sviluppo aeronautico, navale, cantieristico
    MVSN
    Istruzione paramilitare e post-militare
    Albania
    Littoriali della cultura e dell’arte
    Ludi Juveniles
    Carri di Tespi
    Opera Nazionale Dopolavoro
    Treni popolari
    Maggio Musicale Fiorentino
    Opera Nazionale Balilla
    Campi di educazione ginnico-sportiva
    Scuole professionali
    Schede biotipologiche
    Accademia d’Italia (Marconi, Pirandello, Mascagni, ecc.)
    Patti Lateranensi
    Crocefisso nelle aule scolastiche e giudiziarie
    Accordi commerciali con tutti gli Stati compreso l’URSS
    Conferenza di Losanna
    Conferenza di Locarno
    Conferenza di Stresa
    Patto a quattro
    Patto anti-Comintern
    Rapporti e visite di quasi tutti i capi di stato e di governo
    Codice Rocco
    Pareggio di bilancio già dal 1924
    Magistratura del Lavoro
    Carta del Lavoro
    Riforma Gentile
    Carta della Scuola
    Corporazioni
    Lavori Pubblici e ricerche archeologiche
    Difesa della Lira (quota 90, diminuzione stipendi statali del 12%)
    Assistenza e Previdenza Sociale
    Lotta alla mafia
    Messa al bando della Massoneria
    Festa degli alberi
 
 
RICORDI DI UN OTTUAGENARIO Conferenza di Giuseppe Rocco (anno 2000)
da UOMINI DI UN TEMPO. Giuseppe Rocco. Anno di edizione 2000. Greco&Greco editori. (Indirizzo e telefono: vedi EDITORI)
   

DOMUS