Siamo in 19, nella caserma di Gràndola, 10 chilometri dalla frontiera svizzera, quel 26 aprile ‘45: Mussolini a capotavola, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura popolare della Repubblica sociale e mio amico, altri ministri, e poi Bombacci, Daquanno direttore dell’agenzia Stefani... Militi ne sono rimasti quattro, sono le ausiliarie a preparare il pranzo. "Duce, entriamo in Svizzera con un colpo di mano", insistono i ministri Liverani e Romano. "Non vorrei che un giorno, nell’inedia di un campo di concentramento, provassimo pentimento e disperazione per una scelta del genere. Non capite che è tutto finito? Ognuno pensi ai fatti suoi. E anch’io bisogna che pensi ai miei". Dice proprio così, il Duce (1).
Chi ricorda è Fernando Feliciani, capitano della divisione bersaglieri "Italia" della Repubblica sociale, aggregatosi alla colonna Mussolini in ripiegamento da Milano a Como e di là a Menaggio, sulla sponda sinistra del lago, e poi a Gràndola frazione sette chilometri sul monte sopra Menaggio in direzione delle gallerie di Gandria, del confine di stato con la Confederazione elvetica, presso Lugano. Con lui è Mezzasoma, ministro della Cultura dell’esecutivo neofascista e amico, cui Feliciani domanda notizie sulla destinazione: "Già era a tutti noto che il governo svizzero non avrebbe permesso di entrare nel proprio territorio. E allora? Chiesi a Mezzasoma se si fosse già a conoscenza di tale divieto a Como. Mi rispose che Celio, il prefetto, in un primo tempo aveva assicurato il libero passaggio alla frontiera, successivamente aveva comunicato il divieto svizzero, ma che stava cercando di mettersi in contatto con le autorità del territorio elvetico" (2).
Le ore passate a Gràndola da Mussolini e dai gerarchi rimasti al suo seguito, dalla tarda mattinata alla sera del 26 aprile 1945, sono fra le più controverse delle giornate estreme della Repubblica sociale italiana; attorno alle quali si sono addensati interrogativi e speculazioni d’ogni sorta, in particolare sulla questione se il duce avesse ormai intenzione di chiedere asilo alla Svizzera, o addirittura di varcare la frontiera clandestinamente per mettersi in salvo. Come ovvio, da tale questione ne discendono altre non secondarie per chi studia le giornate finali del neofascismo: Mussolini ha abbandonato i suoi, è forse fuggito, o è stato invece lasciato solo da questi, oppure persegue un suo piano non dichiarato, e se sì quale? Perché il duce raggiunge Como la notte del 25 aprile, perché lascia la città all’alba del 26 e, soprattutto, perché sceglie proprio quella strada impossibile? La storiografia, che si è accanita attorno a queste domande, ha tratto risposte che paiono per lo più poco convincenti, in contraddizione anche fra loro, nonostante l’apparente quantità di scritti e fonti orali accumulate dalla fine della guerra (3).
Apparente Si ritiene non a caso, poiché i documenti attendibili sono scarsi; gli stessi atti istruttori e dibattimentali del "processo di Padova" sul "tesoro di Dongo" (1957), per quanto prossimi all’accaduto e con molti protagonisti viventi, sono indirizzati ad appurare circostanze criminose e non storiche; le testimonianze di superstiti delle due parti - la RSI e la Resistenza comasca - sono talvolta inquinate da tesi precostituite e consolidate, reticenze causate appunto dalle inchieste giudiziarie del dopoguerra, protagonismi o velleità di minimizzare episodi sgradevoli. Così questioni centrali quali: l’esistenza o meno di un ultimo disegno politico-militare di Mussolini; piuttosto che la semplice e drammatica rincorsa di un luogo dove organizzare una disperata resistenza, o la caccia al rifugio - sia pure temporaneo - nel paese neutrale in attesa di consegnarsi a truppe "regolari" angloamericane, sono state a lungo manipolate ma non risolte. La vicinanza alla frontiera elvetica e le decisioni di quelle ore convulse fra Menaggio e Gràndola, una ventina di chilometri dai posti di confine, hanno alimentato ricostruzioni basate sull’insostenibile tesi dell’espatrio, per cui Mussolini sarebbe stato fermato "mentre tentava di fuggire in Svizzera travestito da soldato tedesco" (4).
Diversi "storici seri" sembrano non aver colto le contraddizioni insite nella assurda proposizione che ne risulta: se, cioè, Mussolini potesse illudersi di varcare senza essere riconosciuto una qualunque frontiera svizzera, traendo in inganno i dispositivi di controllo allertati contro i tedeschi e i neofascisti. Le cose, in realtà, sembrano essersi svolte in modo diverso: lo proverebbero documenti infine disponibili e ricostruzioni del succedersi dei fatti eseguite con scrupolo filologico. Oggi, mentre la stessa storiografia di sinistra sembra orientata su tesi più sensate sulla destinazione del duce (5), è parso utile a chi scrive presentare i risultati di ricerche avviate circa dieci anni fa in archivi pubblici e privati, e mediante la raccolta di un ventaglio di testimonianze di protagonisti di primo piano, sia neofascisti che partigiani, in effetti presenti a quelle vicende. Si tratta, si vedrà, d’una raccolta ampia e variegata, fondata su riscontri incrociati, proposta ora senz’altro intento che contribuire a una lettura dell’enigma di quelle giornate, in apparenza inspiegabili, trascorse da Mussolini nei pressi della frontiera. Lettura dalla quale emerge, peraltro, che il dittatore ha mantenuto fede a quanto più volte assicurato a suoi gerarchi e collaboratori in merito a offerte di rifugio giuntegli o prospettategli da molti: "Ho risposto che non vado in Svizzera".
Estate 1944: asilo alle famiglie dei gerarchi?
La richiesta d’asilo in Svizzera per le famiglie viene presa in considerazione dai gerarchi neofascisti nell’autunno 1944, durante la rapida avanzata degli Alleati verso l’Italia settentrionale, e in vista del crollo del fronte attestatosi tra Apuania e Pesaro alla caduta di Roma (4 giugno) e di Firenze (11 agosto). Voci vengono raccolte nel settembre: "Si dice che in caso di crisi in Italia la Svizzera aprirà la frontiera e rispetterà il diritto d’asilo verso chiunque", si legge in un appunto della prefettura di Como con oggetto la valle d’Intelvi, le zone limitrofe, l’"Atteggiamento del Governo Svizzero" (6). Il 17 settembre un appunto del ministero degli Esteri neofascista per l’ambasciatore tedesco presso Ia Repubblica sociale italiana, Rudolf Rahn, accenna senza perifrasi al rifugio nella Confederazione per i familiari dei rappresentanti più in vista del governo e dell’esercito di Salò:
Esponenti del Regime (Governo-Partito-Forze Armate) hanno preso in esame la grave situazione venutasi a determinare in conseguenza degli eventi militari, per predisporre un piano da sottoporre al Duce. Il piano contempla l’eventuale invio in Svizzera delle famiglie dei gerarchi maggiormente compromessi, e l’assistenza ai fascisti ed alle loro famiglie, sia che esse restino nel territorio attualmente controllato dalla Repubblica, sia che seguano il Governo, sia che desiderino recarsi in territori amici od alleati. Sono stati concertati i seguenti punti che hanno avuto l’approvazione del Duce: l’eventuale esodo verso la Svizzera è limitato alle donne, ai bambini, ai vecchi, ai malati. È urgente provvedere sin d’ora a svolgere le pratiche burocratiche (visti ecc.). Il passaggio della frontiera deve avvenire infatti nelle forme volute e cioè con i visti necessari. Il passaggio dovrà avvenire solo quando lo sviluppo degli avvenimenti ne giustificasse la necessità e l’urgenza. Si prevede che il numero delle persone che dovrebbero essere avviate in Svizzera oscillerà tra 250 e 300 (7).
Si tratterebbe, si vede, d’una soluzione concordata, sottoposta ai "camerati" germanici; e del tutto "legale", attraverso un espatrio controllato e ufficiale. Appena abbozzato in quelle giornate febbrili il progetto della Valtellina, cioè di un "Ridotto nazionale repubblicano" da formare in provincia di Sondrio ove radunare alla caduta del fronte le forze residue, contrastare i partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati (8), pare non rimanga possibilità di resistenza a oltranza. In tali condizioni disperate, il 18 settembre il delegato commerciale della RSI a Zurigo, Ernesto Toti Lombardozzi, tenta d’ottenere dal Consiglio federale – il governo svizzero – l’accoglimento dei familiari dei gerarchi più compromessi dietro consegna alla Confederazione di "zucchero, formaggio, contratti per forniture dí pomodori e frutta", generi scarsi e razionati, il cui controvalore dovrebbe "esser messo a disposizione" delle famiglie accolte al momento del crollo (9).
Espediente escogitato sin dall’inverno 1943 dall’allora direttore di Polizia, Tullio Tamburini, che anni dopo rilascerà questa ancora inedita testimonianza:
Preoccupato della situazione come sarebbe andata a finire, mi sono domandato se poteva sussistere il fascismo alla sconfitta e mi sono detto che poteva sussistere perché tra l’oriente e l’occidente, almeno in quel momento e in questo, una forma di conciliazione non c’era all’infuori del fascismo, del corporativismo e allora ho chiesto al Duce due ore di colloquio. Mi ha detto "per che cosa?" "per il permanere del Regime Fascista" "Guardate a casa non vi invito perché darebbe troppo nell’occhio ai camerati tedeschi, qui in ufficio due ore sono molto e fra le altre cose non siamo nemmeno sicuri di non essere sorvegliati" "Duce, fate una cosa, venite più presto e siete voi che mi chiamate". L’appuntamento venne fissato per le 7, il suo orario era alle 9. Cinque minuti prima delle ore 7 mi fa chiamare. Nessuno sapeva niente. "[...] Credo ci sia bisogno di mettere al riparo dall’eventuale sconfitta gli uomini necessari per il permanere dell’idea fascista. Situazione con la Svizzera: non è buona e non so nemmeno se la Svizzera sia libera di riceverci. Comunque non è buona. Bisogna trovare il modo di migliorare e controllare la Svizzera e come ha ricevuto 70/80 mila italiani dopo l’8 settembre, dovrebbe ricevere in caso di crollo coloro che si trovano male in quel momento. Comunque per mettere la situazione svizzera in condizioni migliori bisogna creare in Svizzera qualche giornale e mandarci delle persone intelligenti e di tatto per fare una propaganda lenta e buona per migliorare la Svizzera. In secondo luogo bisogna mandare un uomo di grande statura morale e per me bisogna mandare Rolandi Ricci. E mandarlo a fare questo discorso al governo svizzero: "voi avete ricevuto dopo l’8 settembre quelli che noi chiamiamo i fuorusciti, quelli che noi uomini di governo chiamiamo i sudditi, e avete intaccato le vostre riserve alimentari per mantenere gli italiani. A questo punto noi dobbiamo intervenire perché dobbiamo sentire la dignità di restituirvi le razioni alimentari adoperate per gli italiani in questo momento. Vi chiediamo che cosa avete consumato per il mantenimento degli italiani e cercheremo di rendervelo. Non ci avete riconosciuto come governo, non vi possiamo chiedere di fare una azione diretta su questi italiani, vi dobbiamo però chiedere che ci trattiate come nemici con il regolamento internazionale della CRI che dà facoltà al nemico, in territorio nemico, di fare magazzini in punti franchi, per soccorrere i propri soldati in territorio nemico. Dateci punti franchi, considerateci nemici, questo gradiremmo farlo noi. Quale è la ragione? Parliamo apertamente. Finita questa baraonda, gli italiani vorranno riabbracciarsi. Se vinciamo noi, come vinceremo faremo indulgenza, se vincono loro... e noi abbiamo il dovere di preparare questo stato d’animo che possa venire da una parte e dall’altra, è un mezzo per arrivare a questa specie di conciliazione"". Mussolini dice: "benissimo, continuate". "Noi dobbiamo chiedere agli svizzeri un’altra cosa, che quando ci hanno concesso questi punti franchi, dobbiamo riempire questi magazzini di quantitativi enormi, sufficienti a alimentare e soccorrere. Come facevamo andare in Svizzera e avendo predisposto per il magazzino al nemico, non si può rivendicare questo materiale. In questo, è bene che la gestione sia soprattutto in mano svizzera perché tutto è nell’interesse svizzero e la Svizzera ha tutto l’interesse a prendere questa società che degli alimentari al prezzo ufficiale di oggi, con contratto regolare, sorvegliata dalla Previdenza Sociale, ecc. Il governo può stanziare fin da ora per gli italiani all’estero... delle razioni" (l0).
Secondo il piano di Tamburini, il vecchio avvocato monarchico Vittorio Rolandi Ricci - senatore dal 1912, ambasciatore a Washington nel 1921-’22, ministro di stato dal 1936, nella RSI, a 83 anni, corsivista del "Corriere della Sera" (11) - dovrebbe ottenere dal governo elvetico una prosecuzione, a favore dei neofascisti, dell’ospitalità concessa (talvolta in disaccordo con le norme internazionali sull’internamento di militari, e interne sull’asilo ai civili) ai 45.000 italiani espatriati in Svizzera dall’8 settembre 1943, internati in campi nei cantoni della Confederazione (12). Con loro, vale ricordarlo, sono accolti e ospitati in "regime speciale" di sorveglianza: Dino Alfieri, ex ministro della Cultura popolare e ambasciatore a Berlino - espatriato il 24 ottobre 1943 -, e Giuseppe Bastianini, ex sottosegretario agli Esteri - fuggito l’11 aprile 1944 -, entrambi firmatari dell’ordine del giorno Grandi del 25 luglio 1943, quindi condannati a morte dal tribunale di Verona il 10 gennaio 1944; industriali e manager "di regime" come il conte Giuseppe Volpi di Misurata - entrato in condizioni penosissime il 29 luglio 1944 (13) -; nonché i nipoti stessi del duce, Fabrizio, Marzio e Raimonda Ciano - accompagnati il 12 dicembre 1943 - e la figlia, Edda Mussolini Ciano - sfuggita ai nazisti il 10 gennaio 1944 (14). Esodo e accoglienza che lasciano dunque ben sperare. Stando a una nota a Berna del delegato Toti Lombardozzi del 21 settembre 1944, da parte neofascista questo programma sarebbe ormai in via di attuazione:
Il ministro italiano dell’Agricoltura Moroni acconsente di comunicare che fornirebbe il permesso di esportazione da 2.500 a 3.000 tonnellate di riso. Domanda se la Svizzera sarebbe pronta a mettere a disposizione vagoni ferroviari per il trasporto da Como. Una parte del riso sarebbe pronta a Como. Il ricavo dal riso dovrebbe servire al mantenimento delle famiglie e per la precisione un 25% dovrebbe essere lasciato al governo italiano per la distribuzione alle famiglie, cosicché siano provviste di denaro al momento dell’entrata. Il 75% dovrebbe essere consegnato al signor Toti, che lo distribuirebbe più tardi alle famiglie. Il signor Toti chiede se da parte svizzera si preferirebbe un alloggio collettivo in albergo o in alloggi privati. Alla mia osservazione che potrebbe esserci sollevato un rimprovero per il procedimento proposto, per cui per il sostentamento di singole famiglie ci prenderemmo generi alimentari di cui ha necessità la popolazione italiana, il signor Toti mi ha chiarito che la produzione di riso in Italia è talmente abbondante che le eccedenze possono essere tutte esportate. Il signor Toti attenderà una nostra risposta sino a sabato prossimo. Il signor Toti ha rivolto la domanda sull’importazione del riso in particolare al signor Vollenweider. Questi risponde che nessun genere in compensazione potrebbe venire consegnato. Il prezzo sarebbe di Fr.1 - sino a Fr.1,05 al kg (15).
23 settembre, l’accordo pare concluso: il funzionario svizzero competente "è in linea di massima d’accordo sull’acquisto del riso", il denaro "sarà versato su un conto in compensazione", e si potrebbe mettere subito a disposizione "una grossa somma, 1.000/2.000 franchi per famiglia, perché queste abbiano immediatamente del denaro" (l6). Il capo della divisione svizzera di Polizia, Heinrich Rothmund, chiude invece le porte ai neofascisti nel sottolineare il giorno stesso a un funzionario del Dipartimento politico federale di ritenere "intollerabile già dal punto di vista della politica interna accogliere famiglie di personalità neofasciste con responsabilità direttive". Per Rothmund non si giustifica per nulla "l’offerta di sottrarre al già affamato popolo italiano ancora una quantità di riso" per procurare ai neofascisti "denaro per poter vivere in Svizzera" (17).
La linea politica del governo federale è definita: rifiuto d’accogliere profughi iscritti nelle liste dei criminali di guerra e familiari. L’argomento è dibattuto dalla stampa svizzera, specie nel Canton Ticino, il "rapporto Ludwig" sulla politica elvetica verso richiedenti l’asilo confermerà che la decisione risale proprio a quelle settimane. Istruzioni della divisione di Polizia, 12 luglio 1944, e ordine all’Esercito, 7 settembre: "la Svizzera non accorderebbe l’asilo a coloro che ne sono indegni". A dire, per quanto stabilito il 14 novembre dal Consiglio federale "alle persone che avevano avuto un atteggiamento non amichevole contro di essa, che avevano commesso degli atti contrari alle leggi di guerra e il cui passato mostrasse che avevano delle concezioni incompatibili con le tradizioni fondamentali del diritto e dell’umanità" (l8). Il governo neofascista stesso conosce le decisioni ufficiali e le opinioni uscite sui giornali: l’Ente nazionale italiano per il turismo (ENIT) di Zurigo invia a Salò una rassegna stampa periodica (19); Ma nell’autunno 1944 la Svizzera non dovrà neppure respingere la richiesta d’asilo delle autorità neofasciste, che la ritirano appena il fronte si arresta all’Appennino poiché - comunica a Berna il 6 ottobre il delegato neofascista Toti Lombardozzi - la questione è ormai inattuale, "dovendo gli interessati ripiegare in Germania nel caso in cui gli avvenimenti precipitassero" (20).
Ancora nella primavera 1945 decisioni del Consiglio federale escluderanno l’asilo a gerarchi e famiglie (2l). "Viene a trovarmi Bustelli", scrive agli inizi dell’aprile Alfredo Pizzoni, presidente del CLNAI in missione a Lugano, su un colloquio col capo del Servizio informazioni dell’esercito alla frontiera svizzera con l’Italia: "gli chiedo notizie sull’atteggiamento locale, ufficiale e privato, nei riguardi degli sconfinamenti di nazifascisti, non ancora iniziati su larga scala. Mi conferma che i doganieri, le truppe dislocate al confine e le popolazioni delle zone confinarie sono decise a non ammettere nessuno e che la stampa locale si è già espressa in termini analoghi ed è sul chi vive [sic] per controllare che non avvengano infrazioni e favoritismi" (22). Infine il 13 aprile il governo, "su proposta del dipartimento di giustizia e polizia", decide: rigorosa chiusura delle frontiere ai profughi neofascisti ed eventuale refoulement, secondo i princìpi richiamati da Rothmund d’accordo con gli Alleati. L’ordine è che "le frontiere nord, est e sud saranno ermeticamente chiuse per tanto tempo quanto le circostanze lo esigeranno". Nel rapporto sulla politica d’asilo, è detto che per sicurezza negli ultimi giorni d’aprile "si dovette ancora chiudere la frontiera sud, non lasciando aperti che i passaggi di Dirinella, Ponte Tresa e Chiasso-strada" (23).
Settembre 1944-marzo 1945: asilo ai familiari del duce?
Cosa pensa in realtà Mussolini dell’espatrio in Svizzera? È davvero deciso a non varcare la frontiera? La domanda se l’era posta a Berna, nel luglio 1944, anche il capo della divisione di Polizia del dipartimento federale Giustizia e Polizia, Rothmund, con tutti gli interrogativi politici della faccenda, poiché oltre a Mussolini "altri gerarchi del regime neofascista potrebbero tentare di entrare in Svizzera come fuggiaschi, ad esempio il signor dottor Pavolini e il signor Farinacci" (24). Si tratta al momento di ipotesi, ma con il passare delle settimane le richieste fioccano: documenti svizzeri confermano il tentativo di Mussolini di far ospitare nella Confederazione i familiari, nell’ipotesi che la situazione precipiti; richiesta più volte sottoposta alle autorità consolari elvetiche negli ultimi sei mesi di guerra, tramite il figlio Vittorio. Qualche studioso si ostina però a intenderla quale domanda d’asilo di Mussolini per la sua stessa persona. Per chiarire questa vicenda è necessario ripercorrere la documentazione d’archivio.
Il console di Svizzera a Milano, Franco Brenni, nel rapporto a fine missione accenna alla "benevolenza apparente, al fine di ottenere se possibile delle facilitazioni per il loro passaggio in Svizzera" di cui lo avevano circondato vari gerarchi nella stretta finale del conflitto, a partire "da uno dei figli di Mussolini sino alle mogli di tutte le personalità fasciste"; considerando suo successo l’esser riuscito a cavarsela da solo, "senza bisogno di un qualunque intervento da Berna" (25). La faccenda segue in realtà un percorso intricato. La questione, posta più volte tra settembre 1944 e marzo 1945, è anzi d’interesse perché tali documenti ufficiali rispecchiano la maggiore libertà di decisione del Consiglio federale dopo l’arrivo degli Alleati alle frontiere occidentali svizzere nell’autunno, assieme alla certezza di poter agire per la prima volta dall’inizio della guerra al sicuro da rappresaglie. I retroscena. In un dispaccio al Dipartimento politico federale, classificato "strettamente confidenziale", il 1° settembre 1944 Brenni scrive:
Signor ministro, Ho l’onore di indirizzarvi una richiesta che vorrete considerare strettamente confidenziale sia circa la persona che mi ha pregato d’intraprendere questo passo, sia circa il soggetto stesso della richiesta. Il nostro concittadino, sig. Carlo Hoepli Consigliere Delegato della Casa editrice Ulrico Hoepli di Milano, mi ha intrattenuto ieri sulla recente visita che ha fatto al Duce, relativa alla pubblicazione d’un nuovo volume, contenente discorsi e scritti del sig. Mussolini, volume che, come le precedenti raccolte di discorsi, dovrebbe essere pubblicato dalla Casa Hoepli sotto il titolo "Il Calvario di un Popolo". In occasione di questa visita, il Duce ha pregato il sig. Hoepli di volersi informare, nella maniera più discreta, presso di me per sapere se le Autorità svizzere sarebbero eventualmente disposte ad accordare asilo ai membri della famiglia di Mussolini. Il Duce ha assicurato che non si tratterrà in ogni caso che dei membri femminili della famiglia e dei bambini: in tutto 6 donne e 10 ragazzi in tenera età. Si tratterebbe di Donna Rachele Mussolini, delle mogli di Vito, Bruno, Vittorio Mussolini e altri familiari, con i loro bambini. Il sig. Mussolini avrebbe ancora espresso a tale riguardo il desiderio di vedere alloggiati tali parenti eventualmente in un cantone cattolico ed ha parlato lui stesso del Cantone di Friburgo. Tuttavia si rimetterebbe volentieri alla decisione delle Autorità svizzere sul luogo eventuale d’internamento. Per quanto concerne il Duce stesso, così come per gli altri uomini, Mussolini ha detto che seguiranno in ogni caso il loro destino ed ha aggiunto testualmente che si consegnerebbero eventualmente agli inglesi e agli americani che sono dei gentlemen. Il Duce ha ancora aggiunto che non teme le misure che potranno prendere gli alleati. Il suo timore, soprattutto a proposito delle donne e dei ragazzi, è dovuto unicamente ai patrioti. Il sig. Hoepli, incaricandomi di questo passo, mi ha naturalmente pregato di non fare il suo nome. Non ho tuttavia ritenuto di poter aderire al desiderio del sig. Hoepli, persona di tutta fiducia; ed è per questa ragione che Vi pregherei vivamente di mantenere il segreto sul suo nome. Il sig. Hoepli avrebbe desiderio naturalmente di ricevere una risposta, e vi lascio di conseguenza la cura di farmi sapere se una risposta qualunque possa essere data e eventualmente sotto che forma. Sono del tutto persuaso che si tratta d’una questione molto delicata, ma tuttavia non ho creduto di sottrarmi alla domanda del sig. Hoepli. Non è necessario dire che mi atterrò scrupolosamente alle istruzioni che mi vorrete dare a questo proposito. Possiamo in ogni caso contare sulla più assoluta discrezione da parte del sig. Hoepli, essendo nel suo stesso interesse che nessuno sappia mai nulla di questo passo (26).
Il colloquio fra Mussolini e Hoepli (27), avvenuto il 29 agosto a Gargnano (28), è dunque inteso a ottenere l’asilo "dei membri femminili della famiglia e dei bambini: in tutto 6 donne e 10 ragazzi in tenera età". Il duce dichiara senza incertezze che lui e i suoi gerarchi "si consegnerebbero eventualmente agli inglesi e agli americani che sono dei gentlemen". Il 5 ottobre Brenni riceve "la visita personale del figlio del Duce, signor Vittorio Mussolini", al quale conferma che le sue autorità "sarebbero disposte a esaminare con favore la domanda d’ingresso, concernente le persone di sua madre, donna Rachele, e la vedova del fratello Bruno", precisando: "l’esame di domande d’ingresso provenienti da altri membri della famiglia sarebbe stata più difficile". Così il primogenito del duce ripete "che tutta la famiglia nel caso in cui i tedeschi dovessero evacuare l’Italia si trasferirebbe in Germania, l’entrata in Svizzera non sarebbe considerata che nel caso in Germania la situazione arrivasse a che la loro sorte volgesse a pericolo": "Tutti gli uomini seguirebbero il corso degli eventi", si augura pertanto "che almeno donne e bambini potrebbero esserne risparmiati" (29).
Un altro rapporto al capo dipartimento federale Giustizia e Polizia, Eduard von Steíger, precísa che, secondo Vittorio Mussolini, "per il momento non c’era alcuna intenzione di trasferirsi in Svizzera neppure da parte di donna Rachele e di sua cognata", Rachele avrebbe manifestato anzi l’intenzione di "restare col marito sino all’ultimo minuto, per cui il figlio minore Romano e la piccola Anna Maria avrebbero potuto trovarsi costretti a rifugiarsi in Svizzera prima di lei" (30). Vittorio il 30 ottobre restituisce dunque i formulari delle domande d’asilo, con preghiera di trattenerli a Berna sino al momento opportuno e con assicurazione che pure Rachele, accompagnata in Svizzera la figlia poliomelitica, sarebbe tornata in Italia (31). Altri dispacci del febbraio (32) e marzo 1945 (33) tradiscono però l’imbarazzo del console Brenni di non poter assicurare asilo neppure ai familiari (donne e bambini) di Mussolini, negato infine il 10 aprile (34).
Nelle ultime settimane, affermano testimoni anche della parte neofascista, vi sarebbero stati ulteriori sondaggi. Il nuovo sottosegretario agli Esteri della RSI, ambasciatore Filippo Anfuso, prima di lasciare Salò il 17 marzo 1945, avrebbe dato istruzioni al capo di gabinetto, Alberto Mellini, d’incontrare il delegato Troendle "il più presto possibile e sondarlo circa l’atteggiamento che il Governo svizzero riserverebbe alle famiglie dei membri del Governo della Repubblica e degli altri più importanti esponenti del Governo e del Partito in caso si determinasse una situazione minacciosa per la loro vita". Mellini annota che il delegato svizzero avrebbe risposto: "anche personalità politiche che si trovassero sotto effettiva ed impellente minaccia per la loro vita" potevano valicare il confine, purché non "deIinquenti comuni" né autori di "atti di ostilità contro la Svizzera", mentre "personalità politiche responsabili" sarebbero state poi "internate sino a che la loro posizione non fosse chiarita" (35). La versione di Troendle è diversa, la risposta sarebbe stata meno favorevole e intonata alla prudente condotta del governo federale, tra l’altro intesa a evitare incidenti con gli Alleati: "Mellini avrà voluto fornire l’interpretazione più ottimistica possibile, mentre io ho sempre affermato che la decisione sarebbe dipesa dal momento finale: si sarebbe dovuto conoscere quale fosse la situazione", afferma (36).
Mussolini crede, o si illude, d’essere accolto ugualmente all’ultimo minuto, sull’onda del prevedibile caos del momento? Per quanto è possibile saperne, avrebbe spesse volte manifestato scetticismo assoluto su quest’eventualità. "Sapeva che gli svizzeri l’avrebbero respinto", afferma l’ambasciatore Piero Parini, nel 1944 capo provincia di Milano, conoscitore di questioni ticinesi e svizzere: "Mussolini sperava di andare in Valtellina e di organizzarvi una più forte resistenza" (37). La stessa impressione ricavata da Aurelio Garobbio, un irredentista ticinese nativo di Mendrisio (Canton Ticino), durante la RSI incaricato del duce per le questioni elvetiche, in un colloquio con Mussolini a Gargnano il 14 aprile, alla vigilia del trasferimento del governo a Milano in vista delle cosiddette "trattative di resa":
Il discorso passa all’atteggiamento degli svizzeri. "L’incaricato svizzero si è lamentato perché noi ci ritiriamo ai confini del suo stato: gli ho detto che ne faremmo volentieri a meno, ma che ovunque dovessimo ritirarci finiremmo purtroppo ai loro confini. Non abbiamo nessuna intenzione di andare in Svizzera. Il rappresentante svizzero mi ha fatto dire che la Svizzera non mi accoglierebbe. Io non ho intenzione di andare in Svizzera. Mi hanno accennato alla possibilità di ospitare i vecchi e i bambini. In seguito i civiIi normali, ma per loro, per ora, non rilasciano nessun permesso. Potrebbero studiare l’ospitalità per le famiglie e al caso rilasciare passaporti per gli uomini; aprirebbero però le porte a chiunque fosse minacciato nella vita. Mi hanno anzi dato questo giornale di Basilea", un vecchio rotocalco che porta una fotografia di profughi francesi che varcano la frontiera. "Anche a Ponte Chiasso l’hanno fatto, dopo l’8 settembre", dico. "Mi hanno detto che in caso di necessità a Chiasso alzeranno la barriera dando libero accesso. Ci credete voi?". Lo guardo scettico senza rispondere. "Io no", dice, e dopo un attimo di silenzio aggiunge una frase che già altra volta ha pronunciato: "Gli svizzeri accorrono sempre in aiuto del vincitore" (33).
Ricorda a sua volta Carlo Greppi di Bussèro, cognato del generale Raffaele Cadorna e suo collaboratore al comando generale del Corpo volontari della libertà (CVL), subentrato alle autorità fasciste nel palazzo della prefettura di Milano la notte del 26 aprile 1945: "Mi hanno messo in quello che era stato lo studio di Mussolini. Quando mi sono svegliato, per un vecchio istinto ho preso la scrivania e l’ho fatta passare, e ho trovato un incartamento: c’erano molti documenti che riguardavano l’occupazione di Trieste, cioè la Decima Mas che cercava di difendere Trieste. C’era poi una carta del confine italo-svizzero con rapporto allegato, in cui si diceva: "Per ragioni politiche non è possibile entrare in Svizzera dal Canton Ticino. Si può invece riuscire a passare alla chetichella dai passi dei Grigioni"" (39). Il documento, consegnato a Mussolini il 25 aprile dal citato Garobbio - confermano i suoi appunti (40), è una spiegazione deIla scelta della Valtellina quale ultimo ridotto: opporre resistenza la più lunga possibile, e, esauriti i mezzi per tenere la roccaforte, tentare di forzare a ranghi compatti il confine per ottenere rifugio nel paese neutrale. Un’altra testimonianza che depone contro l’ipotesi dell’entrata in Svizzera via Canton Ticino. Eppure, il 25 aprile 1945 Mussolini e i ministri prendono la strada di Como, non di Lecco, la più naturale per raggiungere il Sondriese. Perché?
Sommergibile per l’Argentina o aereo per la Spagna?
Sin qui si son presi in considerazione due aspetti della questione: l’asilo per i familiari dei gerarchi e per quelli del duce, sino all’ultimo giorno di guerra. Prima di addentrarsi nel labirinto d’ipotesi sulla via presa da Mussolini allo sbandamento generale, quando cadono barriere che trattengono da decisioni estreme sotto l’incalzare del pericolo concreto, sembra utile uno sguardo alle eventuali altre strade di fuga per valutare quali fossero percorribili, e se si debba ritenere avrebbe tentato di tutto pur di salvarsi. Milano, 30 aprile 1945, Istituto di medicina legale "Vittorio Emanuele III". Il dottor Pierluigi Cova, anatomopatologo, compirà con scrupolo il verbale di autopsia della salma di Mussolini, eseguita col professore Caio Mario Cattabeni. Nella ricognizione, salta fuori un documento sorprendente:
Nella tasca posteriore dei pantaloni si rinviene una busta gialla intestata al "Fascio Repubblicano Sociale di Dongo" senza indirizzo, che contiene un foglio di carta da lettera intestato al Consolato Spagnolo di Milano: il foglio, non sdrucito, porta la data del 14 settembre 1944 ed è scritto a macchina con caratteri scuri, in lingua spagnola: nel complesso sono circa quattro o cinque righe: metà di una di queste porta scritti in matita con i caratteri della calIigrafia spagnola due nomi di coniugi "Isabella y Alonso" (segue il cognome che non ricordo). In calce alla lettera, all’angolo superiore destro su tre righe, è scritto con calligrafia minuta, in matita "a macchina in rosso, in inchiostro rosso, poi cancellare". Il testo della lettera non è ricordato ma il suo tenore è questo: Si pregano le autorità spagnole di accogliere i Signori (i nomi sono sopracitati) profughi della guerra attuale e cittadini spagnoli che vogliono rientrare in patria. Firmato è, con firma ben chiara, il nome del Console Spagnolo a Milano. La lettera viene consegnata al generale medico partigiano perché la depositi alla sede del Comitato nazionale centrale di Liberazione. Tra noi presenti nella Sala Anatomica ci si pone la soluzione del problema riguardante la lettera ritrovata: è una lettera troppo poco sgualcita per essere dello scorso anno: indubbiamente è retrodatata al settembre del 1944 ma è assai recente e i nomi dei personaggi sopra indicati sono i falsi nomi sotto i quali dovevano celarsi Benito Mussolini e Claretta Petacci: i nomi, scritti in matita, avrebbero dovuto a suo tempo, secondo le indicazioni date in calce al foglio, essere ricalcati con inchiostro rosso (41).
Reso noto per la prima volta nel settembre 1994 tale verbale, influenzato in parte dalle emozioni del momento ma nella sostanza ineccepibile nella sua distaccata cronaca dell’episodio, ha dato il via al consueto carosello di voci e illazioni giornalistiche sulla pretesa "fuga" verso la Spagna "organizzata" da Mussolini tramite il consolato spagnolo a Milano, compiacente fornitore di visti. Sotto la dicitura Rivelazioni, ambiziosa quanto poco documentata, nell’intervista al Cova si legge: "Secondo me era stato retrodatato e doveva servire a Mussolini e alla Petacci per passare dalla Svizzera in Spagna, dove avrebbero trovato protezione. C’era ancora Franco al potere, sicuramente li avrebbe aiutati"; commento della giornalista: "L’ipotesi coincide con alcune circostanze storicamente appurate: anche il fratello della Petacci, Marcello, fermato nelle stesse ore nel Comasco, aveva con sé falsi documenti rilasciati dalla rappresentanza diplomatica spagnola, ma che non gli evitarono di essere smascherato e ucciso" (42).
Pensabile che Mussolini abbia bisogno come i Petacci di passaporti, sia pure falsificati, per tentare un espatrio in Spagna? La sua fisionomia sarebbe tanto ordinaria da potersi nascondere sotto nome fasullo? O le autorità spagnole avrebbero necessità di dargli documenti contraffatti per l’ingresso nel paese? Ipotesi ridicole. Si aggiunga il ritrovamento dei documenti in busta intestata al "fascio repubblicano" di Dongo: che significa la loro manipolazione dopo la cattura del duce e del suo seguito. Una volta tanto, anche in commenti di non storiografi si hanno i primi sussulti di scetticismo (43). Insomma, alcuni documenti rilasciati a Marcello o a Clara Petacci? sequestrati a Dongo, inseriti nella prima busta sottomano, devono esser finiti in tasca a Mussolini: forse gli stessi passaporti concessi ai Petacci e ad altri del clan nell’’estate 1944, come scritto a Madrid dal console generale di Spagna a Milano, Fernando Canthal y Giron, a seguito dell’udienza a Gargnano dell’8 luglio (44). O di altri, rilasciati più tardi, quando il 22 aprile 1945 l’imbarazzante famiglia si squaglia verso la Spagna. La faccenda passaporti, limpida, non lascia adito a credere che Mussolini stesso volesse fuggire.
Ciò non toglie che dei gerarchi, tenuto conto della piega presa dalla guerra, si siano dati davvero da fare tra fine 1943 e inizio 1945 per procurare scampo al duce. Via preferita, quella della Spagna, un paese ritenuto amico, oltre che a portata d’aereo: diverse commissioni si occupano della questione e redigono relazioni, alcune delle quali sottoposte a Mussolini. Fra le prime conferme delle iniziative fra loro scollegate per tentare di mettere il duce in salvo nei modi più originali vi è la testimonianza di Antonio Bonino, vicesegretario del Partito fascista repubblicano a Maderno (ottobre 1944-aprile 1945), uscita a Buenos Aires come libro e a Milano in una serie di articoli (45). Ideatore di un paio di progetti di salvataggio, Bonino asserisce di aver appurato nella visita di congedo da Guido Buffarini Guidi, sostituito da ministro degli Interni (21 febbraio 1945), che anch’egli ne era al corrente. Buffarini avrebbe predisposto qualcosa del genere con il capo di gabinetto Eugenio Apollonio (arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau quel giorno, per rappresaglia al licenziamento di Buffarini Guidi) (46):
Mi colpì la sua conoscenza di particolari da me ritenuti riservati alle persone strettamente interessate; infatti stavo in quei giorni predisponendo alcune iniziative per salvare il duce nel caso di un disastro. Avevo preso contatti colla medaglia d’oro Enzo Grossi, con Apollonio funzionario del ministero dell’Interno; col direttore dell’Ala d’Italia e col console Casalinuovo. Era stata prevista la possibilità di un imbarco a Genova su un sottomarino di cui Enzo Grossi avrebbe preso il comando; si era predisposto un apparecchio a lunga autonomia del tipo che aveva eseguita la crociera Roma-Tokio; un ufficiale della Decima Mas avrebbe preso il comando di un piccolo sottomarino a Trieste ed il colonnello di aviazione Casalinuovo, cugino del console Casalinuovo, era pronto a paracadutarsi nella conca della costa jonica per accogliere, col sottomarino in attesa a Trieste, lo sbarco del duce, qualora a suo tempo fosse stata scelta questa decisione. Infine Apollonio, funzionario del ministero degli Interni, aveva rintracciate due ville che davano l’assoluta garanzia di poter occultare il duce per un lungo periodo di tempo e mi doveva accompagnare a visitarle, quando improvvisamente venne arrestato dai tedeschi. Nel colloquio con Buffarini appresi, non senza stupore, che egli era a conoscenza dell’iniziativa Apollonio. Mi espresse infatti il suo rammarico per l’avvenuto arresto che mi veniva a porre nell’impossibilità di effettuare la già predisposta visita alle due ville, visita preventivamente stabilita con Apollonio per il giorno successivo a quello in cui venne arrestato. Confermò che il duce non intendeva lasciar muovere alcun passo per la propria salvezza in caso di disastro; si disse però felice di incoraggiare qualsiasi tentativo in materia, anche in contrasto colla volontà dell’interessato. Probabilmente era anche a conoscenza di tutto il complesso delle iniziative da me prese ma non ne fece cenno. Io, nel timore volesse indagare su questi da me considerati segreti e come tali scrupolosamente rispettati, mi chiusi nel più impenetrabile mutismo (47).
Una versione è resa in terza persona sempre nel 1950 al giornalista Ermanno Amicucci da Tullio Tamburini, che fa risalire la sua iniziativa di salvataggio "alla fine di dicembre del 1943 o ai primi di gennaio del 1944", con un largo anticipo sugli altri progetti, ideati nell’estate 1944 quando i rovesci più gravi avrebbero accelerato la crisi: "la preparazione di esso richiedeva un lungo periodo di tempo, soprattutto nei riguardi della salvezza del duce". Tuttavia già nella primavera Mussolini avrebbe respinto tale offerta (48). Nell’inedito di Tamburini si legge:
"Ora bisogna pensare che se è difficile sistemare i fascisti di una volta è difficile sistemare voi specialmente in Europa. Voi bisogna che sparite e per sparire bisogna nascondervi perché non c’è in Italia uno che vi renderebbe gratis". A questo punto Mussolini è diventato nervoso. Io dissi: "è indispensabile che mi lasciate parlare. Voi potete essere liberi in 5/6 punti del mondo lontano dagli uomini: uno nelle pampas in Argentina, un altro è il Brasile, un altro in un’isola dell’arcipelago australe e l’altro la Groenlandia. [...] Cosulich si impegna in questo mese di consegnare un sottomarino di 120 tonn. Capace di 100 giorni di autonomia e consegnarlo al di là di Gibilterra. Trova lui il modo di metterlo sotto una chiglia di una nave neutra. Si è impegnato. Non ho preso contatti con nessuno della Spagna e quindi quando noi ordineremo questo sottomarino (a Monfalcone) sarà necessario farlo attraverso l’addetto militare giapponese perché se i tedeschi vedono impostare un sottomarino domandano per chi è e lo vogliono per loro. Invece se ordinato dal Giappone non dicono niente e lasciano fare. Per questo occorre un miliardo e 300 milioni. Vi confesso che se li avevo non ve ne parlavo. Avevo già fatto avvisare l’addetto giapponese". "Non è arrivato, meno male, si rimedierà anche a questo: Ho da fare". Mi ha fatto proseguire. "L’aereo può arrivare a cinquemila km. di autonomia, può andare a molte migliaia di metri di altezza e per questo è preveduta l’aria condizionata almeno per tre persone. E studiato fin da ora, si sta predisponendo". [...] "Va bene, la prima parte è geniale, la seconda no. Non preoccupatevi per me". [...] Andai da donna Rachele per aiutarmi a persuaderlo. E mi rispose: "Ha fatto bene. Se scappasse lo ucciderei" "Guardate donna Rachele che la cosa va presa in un altro modo" "Siamo in guerra e dobbiamo crepare tutti" (49).
Nel 1963 ne parla Enzo Grossi, ufficiale sommergibilista, in RSI comandante la base "Betasom" a Bordeaux nel settembre 1943-aprile 1944, e della seconda divisione fanteria di marina della Decima Mas nel 1945. Grossi conferma le dichiarazioni di Bonino e Tamburini e precisa la data dell’ultimo colloquio, febbraio 1945, a Gargnano. Secondo la testimonianza, Mussolini però, come sempre, avrebbe respinto l’idea del salvataggio:
quali sentimenti hanno indotto Tamburini a progettare la nota missione sottomarina e ringrazio anche voi su cui potrei fare il massimo affidamento, ma io non ho nessun interesse a vivere come un uomo qualunque" (50).
Queste le iniziative della primavera-estate 1944. Altro tentativo sarebbe stato ideato - con mèta la Penisola iberica - verso fine anno, su proposta di Mario Niccolini, ispettore dei Fasci repubblicani in Spagna fra l’aprile e il settembre 1944, poi segretario dei Fasci all’estero e d’oltremare alla direzione nazionale del PFR sino al gennaio 1945. Piano pure respinto, o forse non considerato con attenzione, e originato dalla constatazione che il governo di Franco non avrebbe potuto garantire asilo a Mussolini e ai gerarchi, pure per un periodo breve, mentre il rifugio sarebbe stato possibile presso famiglie di combattenti spagnoli della guerra 1936-39:
Il governo spagnolo assolutamente no: Franco non avrebbe mai permesso un passo del genere, perché aveva svolto una politica troppo realistica, era troppo "spagnolo" per compromettere il paese. Però, io avevo sostenuto una tesi con Renato Ricci: sarebbe stato possibile trovare un asilo provvisorio a Mussolini, ma fuori del controllo del governo spagnolo. Sarebbe dovuto essere tra spagnoli, siccome lo spagnolo è di temperamento molto generoso, molto impulsivo ed ero sicuro che negli ambienti di coloro che avevano combattuto la guerra civile si sarebbe trovato un rifugio con sufficiente facilità. Ma, comunque, in contrasto con le autorità spagnole che, certamente, ufficialmente non avrebbero mai acconsentito ad accogliere Mussolini. Non sarebbe stato difficile. La Spagna è grande, non è sovrappopolata e un rifugio si sarebbe trovato facilmente, se non in Spagna, in un’isola spagnola fuori del continente. Questo è ciò che avevo suggerito a Ricci: un trasporto aereo in Spagna e la ricerca, là, di un rifugio temporaneo, salvo poi negoziare con gli Alleati o chi per essi. Io ne parlai, appunto, a Ricci ed egli prese in considerazione la proposta, parlandone con Vittorio Mussolini che era ispettore dei fasci in Germania. Poi Ricci mi rispose: "Caro Niccolini, hanno detto che provvederanno loro, che sono sicuri, che hanno già predisposto tutto, che è già tutto previsto". È accaduto nel dicembre 1944, prima di Natale e dopo la famosa offensiva tedesca di von Rundstedt nelle Ardenne, che abortì. Fu allora che mi resi conto che non c’era più nulla da fare, che andai da Ricci e gli sottoposi quella proposta. Avevo pensato a due possibili soluzioni: un aereo o un sommergibile. La proposta partì da me personalmente: chiesi addirittura di andare a parlarne di persona in Spagna. Conoscevo l’ambiente spagnolo proprio perché avevo partecipato alla guerra civile a fianco di truppe spagnole e quindi avevo tanti amici, là: trovare appoggi non era difficile, anche se non nel governo o fra le autorità. Si era prima del Natale 1944 e, dopo due o tre settimane, Ricci mi diede una risposta negativa. Mussolini e gli altri, infatti, contavano molto di poter organizzare il "ridotto" in Valtellina (51).
A inizio 1945, le proposte sembra si siano arenate. Viene invece studiato un altro piano, sempre mèta la Spagna o le colonie spagnole in Atlantico. Lo ricorda Ugo Noceto, capitano dell’Aeronautica, amico di Vittorio Mussolini e di Orio Ruberti della segreteria particolare del duce, e collaboratore di Piero Cosmin, capo della provincia di Verona dal settembre 1943, di Venezia dal maggio al luglio 1944. Avvio, il 15 febbraio 1945:
Il fatto più eclatante, che secondo me avrebbe potuto riuscire, è avvenuto quando Piero Cosmin ha lasciato la prefettura di Venezia ed è stato distaccato al ministero degli Interni. È andato ad abitare a Bodio Lomnago, sul lago di Varese, nella grande villa di Piero Puricelli. […] Eravamo ai primi del 1945, Cosmin è stato chiamato da Buffarini Guidi: "Vieni domani a Milano, in corso del Littorio 9 - era un rifugio segreto di Mussolini - e porta anche il tuo amico aviatore". Cioè, me. Ci siamo andati. Buffarini Guidi ci dice: "Qui le cose si mettono male, ormai non c’è più niente da fare e bisogna cercare di salvare Mussolini in qualche modo. Lui non vuole, ma bisogna cercare in modo assoluto di salvarlo, perché se Mussolini è in salvo, o in Spagna o in Argentina, può far del bene all’Italia. Lui non vuole, ma volente o nolente, bisogna portarlo via. Guarda, qui ci sono degli indirizzi dove si può vedere di trovare qualche cosa. L’unica soluzione è l’aereo perché è troppo conosciuto". Cosmin ha risposto: "Va bene, ma bisogna che sia d’accordo anche Vittorio". E Buffarini: "Aspettate, che Vittorio viene subito". Vittorio è arrivato, ha detto senz’altro di sì, ma ha ribadito: "Guardate che però mio padre non vuole. Comunque, interessatevi" Io avevo un po’ di pratica di aviazione e ho detto: "Nei campi dove si attivano i pochi aeroplani ltaliani, ci sono anche i tedeschi. Anche a partire, hanno un’autonomia di un’ora e sono aerei da guerra. E un affaraccio". Pensa che ci ripensa, dico: "Lasciami tentare, Piero, vado io, forse ho la strada". Quand’ero ufficiale di collegamento, i campi di Novi Ligure, Revaldigi, Sarzana, Genova-Lanterna e Villanova d’Albenga li giravo sempre. Mi recavo di frequente anche all’aeronautica "Piaggio" di Finale Ligure e ho visto che avevano un idrovolante e un anfibio. Collaudatore ufficiale della "Piaggio" era un mio grande amico, Aldo Moneti, ufficiale dell’Aeronautica là distaccato, oltre al Genio aeronautico. Ho detto a Cosmin: "Lasciami andare a parlare con Moneti". Moneti mi ha portato dall’amministratore della "Piaggio", e abbiamo trovato il mezzo di portar via Mussolini. Forse non bello, ma che sicuramente sarebbe riuscito: un’aeroambulanza. Quanto all’autonomia, ce n’erano pochi tipi, uno dei quali partiva da Finale, faceva tutta la Sardegna e poi tornava. Poteva portare tre persone e l’attrezzatura, levando quest’ultima Moneti - grande pilota, non come me - era sicuro. Il progetto è: pigliamo quest’apparecchio attrezzato, lo portiamo all’"Aeronautica Macchi" di Venegono avvertendo il capo della provincia di Varese, Enzo Savorgnan di Montaspro, e lo teniamo pronto. Moneti soggiorna a Bodio Lomnago, a villa Puricelli e al momento opportuno, volente o nolente, prendiamo il duce e lo portiamo via. Da Venegono andiamo a Villanova d’Albenga all’angar, facciamo il pieno di benzina, poi via verso l’isola di Gallinara, volo radente con l’apparecchio leggero e l’emblema della Croce Rossa fino a Tolone. Prima di Tolone - la parte più difficile, secondo Moneti -, traversiamo il golfo del Leone e andiamo o alle Baleari o alle Canarie. L’autonomia c’era, a patto di non portare scarponi né altro che potesse diminuire la velocità. Il golfo del Leone era molto pericoloso per il vento. Ho battuto a macchina la relazione con disegni e piani. Telefoniamo a Buffarini Guidi: "Bene! Bene! Portali a corso del Littorio 9, a Milano". Ma ho l’impressione che Vittorio Mussolini non abbia mai avuto questa mia relazione, perché ho portato io stesso questa relazione a Milano, poi ho aspettato, ma non è successo niente.
Da Finale, sempre telefonate: "Cosa dobbiamo fare?". Bisognava pagare l’aereo alla "Piaggio" e un piccolo compenso a Moneti, con un soggiorno di almeno un mese in Spagna perché l’aereo non sarebbe più ritornato. Dopo qualche tempo, Cosmin mi dice: "Andiamo da Savorgnan". Ci andiamo, telefoniamo ma non riusciamo a trovare Buffarini Guidi. Poi finalmente parliamo con gli Interni e ci dicono: "Complimenti per questo piano, ma teniamolo in sospeso perché c’è un nuovo ministro, Paolo Zerbino, che ha idea che tutto si può accomodare tramite il cardinale Schuster". Cosmin, testardo, dice: "Io non ci sto! ". Telefona, cerca di mettersi in contatto con Vittorio Mussolini, ma non ci riesce: silenzio da tutte le parti. Allora mi dice: "Vieni, Ugo, andiamo a Milano in corso del Littorio 9, oppure direttamente a Gargnano a villa Orsoline. Qualcosa facciamo: io ho una questione amministrativa da risolvere, tu devi avere il rimborso delle tue spese". Il mattino dopo lo raggiungo, facciamo colazione, poi scendiamo. Cosmin accarezza i cani, si curva e lo vedo stramazzare. Telefono a Savorgnan, lui è arrivato con un dottore: "Niente da fare, tubercolosi galoppante. Bisogna trovare un posto di ricovero". I sanatori erano in località pericolose per via dei partigiani, lui voleva stare vicino a noi, abbiamo fatto un po’ di prepotenza e l’abbiamo ricoverato alla clinica "La Quiete" di Varese.
Così io che credevo di diventare un piccolo eroe, non ho potuto far niente per Mussolini. Eppure sono sicuro che il piano sarebbe riuscito, anzitutto per l’abilità come pilota del capitano Aldo Moneti, e poi perché l’aereo sarebbe passato inosservato: lui conosceva tutta la zona, faceva tutta la costiera a volo radente e passava inosservato. Sarebbe stato l’unico modo di metterlo in salvo, studiato da ingegneri dell’Aeronautica. All’epoca c’era un asso di nome Francesco Lombardi, abbiamo interessato anche lui, e anche lui era d’accordo. Eppure, se Mussolini avesse aderito al nostro progetto, noi l’avremmo portato via. Mussolini è stato prigioniero fino all’ultimo, fin quando i tedeschi hanno levato gli sbarramenti in riva al ago di Garda e le ss di guardia (52).
Così, niente aereo ambulanza né destinazione Spagna. Forse il duce non ne può più di ambulanze - dopo l’indigestione di trasferimenti con quel sistema nell’estate 1943 -; ma è più probabile, come Mussolini continuerà a ripetere, che non intenda dissociarsi dalla sorte dei fascisti che l’hanno seguito, il che significherebbe un vergognoso abbandono di posto, un tradimento, il crollo definitivo del "mito" Mussolini: destino temuto più della morte. Ancora il generale Ruggero Bonomi, sottosegretario all’Aeronautica al ministero delle Forze armate, gli prospetterà una via di salvezza presso la famiglia spagnola della moglie del segretario particolare del duce, Luigi Gatti, ma ne riceverà un ultimo e definitivo rifiuto:
Io avevo fatto preparare da tempo un aeroplano su cui, nel più stretto incognito, Mussolini avrebbe dovuto salire nei giorni immediatamente precedenti il 25 aprile, per sottrarsi alla cattura da parte dei partigiani e degli alleati. L’aeroplano era un Savoia-Marchetti S 79, da me fatto trasferire segretamente presso il campo di aviazione di Ghedi, in provincia di Brescia. Quel campo era infatti uno dei pochi rimasti a disposizione della nostra aeronautica. L’aereo recava a bordo un equipaggio particolarmente addestrato, deciso nell’azione, avvertito dello scopo della missione e francamente votato a condurla a compimento. Quanto alla destinazione, non avevo dubbi: doveva trattarsi della Spagna, paese raggiungibile con poche ore di volo, con una rotta che era quasi del tutto al di fuori dei controlli nemici. Per di più la Spagna era governata da un uomo che doveva molto al fascismo, che era mio personale amico e che manteneva nel conflitto una posizione di neutralità, in grazia della quale avrebbe potuto accogliere un esule politico fuggiasco. In Spagna, era previsto, Mussolini sarebbe stato accolto dai parenti della moglie di Gatti, suo segretario particolare poi fucilato a Dongo, che era una spagnola. La signora Gatti era stata da me messa al corrente di ogni cosa ed aveva dato il suo pieno consenso.
Nella peggiore delle ipotesi, se la situazione internazionale di quei giorni avesse impedito a Franco di compromettersi, conferendo asilo e protezione all’ospite, Mussolini avrebbe potuto in un secondo tempo essere consegnato agli alleati, sottraendolo però alla tragica fine di Giulino di Mezzegra. Per coprire nel miglior modo possibile l’operazione, e dissipare ogni sospetto tedesco, avevo provveduto a far iscrivere i membri dell’equipaggio all’Aereo club di Ghedi come normali appassionati di volo, mentre erano garantite ad ogni istante le scorte di carburante e la possibilità di immediato decollo. La dimostrazione che il volo avrebbe avuto il cento per cento di successo è data dai fatti. Quel volo ebbe luogo e quell’apparecchio passò realmente e senza ostacoli in Spagna: fu esattamente il 22 aprile 1945. Senonché non c’era Mussolini. Nella carlinga dell’S 79 sedevano quel giorno il professor Francesco Petacci, sua moglie e sua figlia Miriam, la moglie dell’ambasciatore germanico a Lisbona e l’avvocato Mancini, un amico dei Petacci, che portava con sé una documentazione dei crediti italiani nei riguardi della Spagna. Atterrarono indenni a Barcellona, furono accolti nel paese come profughi, ebbero salvezza e tranquillità. L’equipaggio venne internato fino alla fine della guerra, l’aeroplano fu naturalmente sequestrato. L’avventura si concluse senza risonanza di sorta. Quanto a Mussolini, egli si rifiutò caparbiamente di lasciare l’Italia e di mettersi in salvo. Mi espresse il suo rifiuto in forma categorica, quando mi recai da lui per sollecitarlo a partire, con queste parole: "Io sono qui e resterò qui fino in fondo. Che cosa volete che mi importi ormai, Bonomi, di questa mia sporca pellaccia?". Ripeto: avrebbe potuto salvarsi. Non lo fece di proposito, e mi pare un sintomo della rassegnazione al destino che molti avvertirono in lui negli ultimi giorni a Milano (53).
Dell’ostinazione a non voler partire per la Spagna nonostante la praticabilità dell’offerta di Bonomi, Vittorio Mussolini ha lasciato traccia in un volume di memorie. L’offerta sarebbe stata da lui rinnovata al padre il 25 aprile 1945 nel primo pomeriggio, vigilia del colloquio in arcivescovado con i membri del Comitato di liberazione nazionale alta Italia (CLNAI):
Il generale Bonomi, capo dell’aviazione repubblicana, mi aveva confermato che sul campo di Ghedi, vicino a Brescia, c’erano ancora dei trimotori "Savoia-Marchetti 79" in grado di prendere il volo. "Ieri ho parlato con il generale Bonomi, a Ghedi ci sono due aerei pronti al decollo... Si potrebbe raggiungere la Spagna, qui siamo alla fine...". Da molti giorni mio padre era stato, da ogni gerarca che lo avvicinava, tempestato di progetti di fuga e salvezza. Buffarini Guidi, aveva in mente l’uso di un sommergibile atlantico ancorato a Trieste. Renato Ricci un volo verso la Sicilia su un piccolo aereo o un MAS. Ma l’indifferenza di mio padre per qualsiasi piano di salvezza rasentava ormai la più ottusa testardaggine. Già non rispondeva con ironia ma duramente. Mi disse: "È questa di Bonomi la soluzione migliore per risolvere la nostra situazione? E in quale gigantesco velivolo infileresti tutti questi fascisti che sono qui al Nord attorno a me?". Riuscii a trovare ancor fiato per mormorare "Potremmo dirigerci in Baviera, e continuare la lotta contro i russi…". "Siamo alla fine, anche per la Germania i giorni sono contati… Gli Dei se ne vanno...". Provai ad insistere e ne ebbi una risposta dura: "Nessuno ti ha pregato di interessarti della mia personale salvezza. Sono in attesa di alcune risposte importanti dalle quali dipende la mia decisione finale" (54).
"Lui non vuole, ma bisogna cercare in modo assoluto di salvarlo", avrebbe detto Buffarini Guidi a Cosmin e a Noceto nell’invitarli a predisporre il loro progetto di salvataggio. Ulteriore conferma, oltre alle altre, che tali iniziative sarebbero partite dall’entourage dei ministri e dei gerarchi, mai su istanza di Mussolini: nonostante la praticabilità di alcune vie d’uscita, questi le avrebbe rifiutate. Pare insomma si debba superare la storiografia a tesi della "fuga in Spagna" almeno quanto quella della "fuga in Svizzera", circa la quale si può riprendere il filo dove si era lasciato.
Partenza per Como (25 aprile sera)
25 aprile 1945, poco dopo l’imbrunire: una colonna di auto scortate, i fanali azzurrati a intaccare l’oscuramento da cinque anni obbligatorio per legge di guerra, dall’autostrada Milano-Como raggiunge il piazzale della Camerlata, alle porte della città sul Lario. Sulle auto, Mussolini e il seguito di ministri e funzionari: Vito Casalinuovo, ufficiale d’ordinanza del duce e colonnello della GNR, Fritz Birzer, tenente ss, Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Rodolfo Graziani, ministro delle Forze armate, Augusto Liverani, Poste e comunicazioni, Fernando Mezzasoma, Cultura popolare, Ruggero Romano, Lavori pubblici, Valerio Paolo Zerbino, Interni, e Guido Buffarini Guidi, ex capo del dicastero, Goffredo Coppola, presidente Istituto nazionale fascista di cultura, Nicola Bombacci, giornalista, Ernesto Daquanno, direttore dell’agenzia di stampa "Stefani-Morgagni", Luigi Gatti, segretario privato del duce, Mario Nudi, comandante della scorta di Polizia presidenziale, Marcello Fabiani, ex capo della provincia a Bologna, generale Ruggero Bonomi, sottosegretario Aeronautica, generale Rosario Sorrentino, sottosegretario all’Esercito, Fernando Feliciani, capitano divisione "Italia", Luigi Zanon, tenente di Polizia, Rosario Boccadifuoco, brigadiere di PS del servizio speciale al ministero Interni, Pietro Carradori, brigadiere di PS della segreteria particolare del duce, e Mario Salvati, autista della Presidenza del consiglio... (55). Con i funzionari, donne e ragazzi. Così un "testimone oculare, infiltratosi nel palazzo della Prefettura di Como nel tardo pomeriggio di mercoledi 25 aprile ed ivi rimasto fino all’alba successiva":
[…] alle 22.30, la colonna di automezzi fece un tutt’altro che silenzioso ingresso in Como. L’aprivano quattro motociclisti, la componevano una quindicina di macchine, tra le quali tre con a bordo soldati, graduati ed ufficiali della gendarmeria tedesca. L’ex duce fu uno dei primi a salire la scala che conduce all’appartamento privato del prefetto. Mussolini, che vestiva la divisa grigioverde della guardia con bustina senza greca, appena giunto nell’anticamera dell’appartamento si liberò del mitra e fu accompagnato nell’ultimo salottino a sinistra in fondo al corridoio. Accompagnavano Mussolini, tutti in borghese e con mitra, il sottosegretario alla presidenza Barracu, il ministro degli interni Zerbino, il ministro della cultura popolare Mezzasoma, il ministro dei lavori pubblici Romano, il ministro delle comunicazioni Liverani e l’ineffabile Bombacci che qualcuno al momento scambiò per Teruzzi, evidentemente a causa della barbetta che adornava il mento di colui che la stampa dell’Italia libera ha definito il supertraditore. Ma l’elenco non è terminato. A distanza di qualche minuto facevano il loro ingresso il maresciallo Graziani, il generale Sorrentino e il generale Bonomi; seguivano alcune... illustri penne asservite al regime nazifascista fra le quali Daquanno, direttore dell’agenzia "Stefani", Baroni, Crociani, quest’ultimo addetto alla persona di Mezzasoma di cui custodiva gelosamente i valori in una borsa che durante tutta la notte non abbandonò per un solo istante... Più tardi ancora sopraggiungevano Ermanno Amicucci direttore de "Il Corriere della Sera", Goffredo Coppola e Lando Ferretti collaboratori dello stesso. Vi era pure la scorta personale di Mussolini al comando di Luigi Gatti, ex segretario di Bombacci, assurto negli ultimi tempi alla carica di segretario personale dell’ex duce (56).
È una scena animata, dopo l’atmosfera d’attesa angosciosa e immobile della giornata. Poco dopo l’uscita da Milano, all’altezza di Lainate, la colonna ha perso per strada il camioncino di documenti riservati selezionati di persona dal duce per l’autodifesa: un episodio carico di presagi sinistri. "Nella notte senza luna e senza stelle", scrive il tenente Enrico Mariani, capo dell’Ufficio politico all’XI Brigata Nera comasca "Cesare Rodini", "io e il camerata Butti percorrevamo quella via che girando verso destra circonda la base delle colline che costeggiano tutto il lato nord-ovest della città di Como", perché "dalla strada proveniente da Milano una lunga colonna di auto a fari spenti stava entrando da Camerlata nella città". "Con l’amico Butti continuai il giro di controllo", scrive: "La città era ancora ben presidiata (si era alla sera del 25 aprile 1945)", poiché "giovani militi della GNR occupavano i passaggi obbligati, dominavano gli sbocchi, mantenevano la disciplina. Dei cosiddetti combattenti della Liberazione neppure l’ombra".
"Constatato", precisa pure, "che gli eventuali partigiani non manifestavano nessuna velleità d’azione, io e Butti tornammo alla Casa del Fascio di Como" (57). La colonna è attesa, da Milano la partenza per il capoluogo lariano è già stata preannunziata: "Si telefona a Como al Prefetto Celio, al Federale Porta e al Questore", scriverà Secondo Larice, questore di Milano e nipote acquisito di Mussolini, in una ricostruzione del 25 sera (58). Difatti il maggiore Plinio Butti, comandante il II battaglione territoriale della "Rodini", aspetta la colonna e la guida al palazzo del governo prima di continuare l’ispezione, "il duce è entrato nel piazzale della Camerlata che era già notte avanzata, e dal piazzale l’ho condotto in prefettura, di scorta":
Si sapeva che Mussolini stava arrivando a Como. Vai a sapere chi me l’ha detto! Era una telefonata, ma non saprei ancora dire chi me ne ha informato. Io ero in giro a ispezionare le diverse "postazioni" quando mi hanno avvertito che la colonna Mussolini era in marcia per Como. Immediatamente sono andato a Camerlata, pensando: "E da qui che arriverà, probabilmente, la colonna". Fra l’altro, immaginerei che non siano arrivati a Como per l’autostrada, ma sulla "Comasina", perché il famoso camioncino con i documenti del duce è stato perduto all’altezza di Paderno Dugnano... Arrivata la colonna Mussolini, io vado in prefettura. Più tardi, sono tornato a Camerlata e ho trovato tre uomini della 4a compagnia del capitano Vittorio Galfetti, i quali, con il motocarro, volevano andare a cercare il camioncino, alla ricerca del camioncino, e ho detto loro: "Ma voialtri siete matti! Cosa volete fare?". Loro sapevano che c’erano altre colonne in arrivo a Como, che avrebbero potuto cercare il camioncino, ma questi tre "pifferi" dicono: "Andiamo noi a cercare il camioncino!"... In quel momento, io non ho neanche parlato con il duce: sapevo solo di dover scortare la colonna in prefettura, e infatti ho visto il duce e l’ho scortato in prefettura (59).
"Mussolini arrivò alle 21 circa con un corteo di trenta macchine scortate da un carro tedesco e da alcune autoblindo della legione Muti", annota il giornalista Pietro Caporilli, trasferitosi a Como sin da qualche giorno prima, e specifica: "Mussolini scese nel cortile della Prefettura ove eravamo ad attenderlo. Nella penombra dell’oscuramento lo salutammo con il braccio teso, nel più assoluto silenzio. Scese dalla sua macchina con un mitra a tracolla insieme a Bombacci, ricevuto da Celio e subito circondato dagli altri gerarchi che lo avevano seguito. Salì le scale a due a due. Con lui sperammo che arrivassero anche le Prime notizie sicure su quelle che sarebbero state le decisioni del governo circa il nostro immediato futuro, troncando così la ridda fantastica delle supposizioni" (60). Ancora più preciso il resoconto del brigadiere di PS della segreteria particolare Pietro Carradori, componente la scorta di Mussolini, che ricorda la pattuglia di autorità in attesa dell’arrivo del duce: il commissario federale e ispettore regionale del PFR, Paolo Porta, il questore, Lorenzo Pozzoli, il comandante della GNR, Ferdinando Vanini, colonnello degli Alpini, il comandante del distretto militare, colonnello di fanteria Giuseppe Fossa:
Siamo arrivati alla prefettura di Como verso le nove e mezzo. Non entrarono in prefettura quattro motociclette seguite da una macchina con mitragliera, come dice il brigadiere di PS Ciro Pinto della questura di Como. In testa alla colonna non c’erano né motociclisti italiani, perché Bellongini e Di Domenico non li vidi, né tedeschi: c’era il camion del battaglione "M", comandato da Jaculli, e quello della scorta germanica. Questi due camion non entrarono nel cortile ma, andando un po’ più avanti, si fermarono accosto al marciapiede; quindi la nostra macchina entrò per prima nel cortile della prefettura di Como. C’era della gente ad aspettarci, con dei militari ed il prefetto Celio, un funzionario di carriera sui 45 o 46 anni. [...] Celio, dunque, era ad aspettare Mussolini. Con Celio c’erano le autorità politiche e militari di Como: Porta, Pozzoli, Vanini, Fossa. Siamo saliti. Sopra c’era un salone. Nessuno dei ministri (Liverani, Bombacci, Zerbino, ecc.) aveva il mitra a tracolla: I’avranno avuto nelle loro macchine. Su sono saliti soltanto i ministri e i sottosegretari. Sopra, nel salone, c’è stata subito una discussione generale, che durò fino alle dieci e mezzo. Vi parteciparono tutti parlando animosamente. Graziani insisteva perché si ritornasse a Milano: era il suo chiodo fisso, e sosteneva che la miglior cosa, per salvare la pelle, era di aspettare gli americani nel Castello sforzesco. Non dovevamo assolutamente esser partiti, secondo lui (61).
"Graziani insisteva perché si ritornasse a Milano", ricorda quindi Carradori. In effetti il maresciallo, e altri gerarchi, avevano già sconsigliato Mussolini di abbandonare il capoluogo lombardo ore prima in prefettura, durante la concitata discussione seguita all’incontro in arcivescovado. Lo ricorda fra gli altri il brigadiere di PS Rosario Boccadifuoco, agente dei servizi speciali del ministero degli Interni, ripiegato proprio il 25 aprile da Torino al palazzo del governo di Milano: "Ricordo un particolare autentico: quando Mussolini ricevette il maresciallo Graziani, ne ebbe l’invito di non andarsene, "non andate via!"... Anche Graziani è poi uscito dallo studio di Mussolini, questa volta sbattendo la porta, per la prima volta" (62).
Di sicuro la destinazione non viene stabilita all’improvviso, sull’onda della delusione e della rabbia seguite al fallimentare colloquio con i membri del CLNAI e del CVL, poiché in realtà se ne discute da settimane e sono stati dati anche gli ordini necessari alla federazione comasca. Ma a Milano, la sera del 25, al momento di rendere esecutivo l’ordine "precampo Como", i pareri si sono scontrati con asprezza rinnovata per l’evidenza di un epilogo ormai imminente e sanguinoso.
Perché allora si abbandona Milano? Se il duce è, come pare, sempre dell’opinione di arrendersi "eventualmente agli inglesi e agli americani che sono dei gentlemen" - l’ha assicurato all’editore Hoepli il 29 agosto 1944, e non vi sono documenti scritti o testimonianze che provino un suo ripensamento dell’ultima ora - che senso ha uscire dal centro urbano più protetto? E per recarsi dove?
Chi scrive ha maturato, dopo anni di indagini, una convinzione induttiva: se Mussolini si trasferisce da Gargnano a Milano per seguire in modo diretto le varie trattative in corso per una resa a condizioni, che salvaguardi le vite dei suoi subordinati; se si rende conto che tali trattative sono state piegate da questo o quel collaboratore a fini assai più personali di autoconservazione; se realizza il 25 aprile nel colloquio in arcivescovado di esser stato attratto in una "trappola", un "nuovo 25 luglio"; se dopo avere assistito al fallimento di tale trattativa, spacciatagli per seria, viene bersagliato di minacce di morte da esponenti del "Comitato insurrezionale" - leggasi Pertini; se è al corrente che ormai le forze tedesche in Italia sono in stato prearmistiziale e non è più caso di collegare la difesa fascista - la Valtellina - a quella nazista - la Baviera; se conosce l’ordine d’insurrezione nazionale diffuso dal CLNAI; ebbene non gli resta che un atto politico: "neutralizzare" l’insurrezione togliendogli un obiettivo primario, cioè il "nemico" (63). Annota il generale Filippo Diamanti, comandante la piazza di Milano:
1) Alle ore 13 del giorno 25 aprile 1945 fummo convocati dal Duce in uno degli uffici della Prefettura di Milano S.E. Graziani, il Ministro degli Interni Zerbino, il Gen. Montagna, quale capo della Polizia, il Prefetto di Milano e lo scrivente. Dopo alcuni minuti intervenne al colloquio anche il Ministro Pavolini segretario del Partito Fascista. 2) Il colloquio ebbe per oggetto lo studio della situazione di emergenza venuta a crearsi in seguito alla incalzante avanzata delle truppe Anglo Americane verso il Nord. La conversazione assunse, in certi momenti, carattere di drammaticità per i discordanti pareri espressi da S.E. Graziani e da S.E. Pavolini. L’argomento principale si riferiva ad una specie di patto di resa che era stato accordato non in via definitiva tra il Ministro degli Interni Zerbino ed il capo della Polizia Montagna con il Comitato di Liberazione e ciò con l’autorizzazione del Duce. 3) Dato che la richiesta principale del Comitato di Liberazione verteva sulle necessità di far uscire da Milano tutte le formazioni militari o paramilitari non identificabili con le Forze Armate dello Stato fu stabilito dal Duce che fossero date immediate disposizioni affinché venissero subito instradate per Como la "Muti", formazione autonoma e non facente parte della polizia, gli appartenenti alle Brigate Nere, e a tutte le varie formazioni di polizia Ausiliaria (64).
Per il duce consegnarsi a Milano o altrove ha identico significato dal profilo personale, assai diverso da quello generale: nonostante le tesi improbabili di chi reputa avesse resipiscenze "socialiste", sembra plausibile consideri unici interlocutori relativamente affidabili i partiti "moderati", d’"ordine", entro il CLNAI e CVL; soprattutto, mostra nelle giornate decisive di condividerne l’esigenza d’evitare un’insurrezione nazionale monopolizzata dai "rossi" e degenerativa verso il bagno di sangue dapprima dei vetero o neofascisti, poi degli elementi "borghesi". In mancanza d’un accordo esplicito coi moderati, evitar combattimenti a Milano; "depotenziare" l’insurrezione con la mossa d’un "armistizio" unilaterale; non seguitare la guerra in Valtellina a rischio di esporre a distruzione le centrali idroelettriche: tutto ciò vuol dire adottare la "strategia" moderata nello spirito più che nella lettera. Qualcuno, riflette forse, gliene sarà grato al momento giusto.
Il "ridotto" di Como (25 aprile sera)
Ora, "perché Como?". In mancanza di documenti, la risposta resta difficile. Di certo, lo provano documenti dell’inverno 1944 e dei primi mesi del 1945, il triangolo Milano-Como-Lecco è considerato decisivo per l’"esigenza Z 2", il piano di ritirata dalla pianura verso le Prealpi lombarde (65); e di certo non è la riunione in prefettura a Milano del duce coi gerarchi, la sera del 25 aprile dopo l’incontro in arcivescovado, il luogo o il momento della decisione di raggiungere Como: "Mussolini si assentò per qualche momento", afferma l’industriale milanese Gian Riccardo Cella, tessitore del colloquio, e "rientrò dicendo di non poter modificare le disposizioni già date confermando quindi la partenza" (66). Lo stesso Mussolini, secondo una memoria di Mario Bassi, capo della provincia di Milano, avrebbe subito chiarito la destinazione di Como prima deIla riunione con i gerarchi al sottocapo di stato maggiore della Guardia nazionale repubblicana, Asvero Gravelli; e l’avrebbe ribadita a ogni interlocutore nell’ora seguente:
A Gravelli, ai piedi della scala, dichiarò: - Sapete cosa mi ha detto il cardinale? Pentitevi dei vostri peccati! Gli ordinò, quindi, di raggiungerlo a Como, dopo aver garantito il servizio di sicurezza della GNR per il passaggio dei poteri. Mettendogli una mano sulla spalla: - Dopodomani a Como! - terminò. […] Nel suo studio, Mussolini prendeva le ultime decisioni. C’erano Graziani, Pavolini, Romano, Liverani, Mezzasoma, Barracu, Pisenti, Bassi, Silvestri e qualche altro. Cella era scomparso, vista la pessima luce che i suoi uffici avevan gettato nello spirito del duce. A un certo momento, ascoltati i più vari pareri, disse: - È necessario partire per la Valtellina. Comunque, cerchiamo di andare a Como. Graziani ribatté: - Duce, non vi garantisco la libertà delle strade, di notte. Mussolini, determinatissimo, insisté: - Bisogna andare a Como. Anche Borghese fu tra coloro che lo sconsigliarono. Narrò d’aver proposto, non si sa se a questo punto, che si restasse in città e che ci si consegnasse da militari a militari. Poiché il maresciallo Graziani insisteva, il duce si ritirò con lui e col prefetto di Milano nel vano di una finestra. Il maresciallo ribadì che, a suo avviso, era un errore lasciare in quel momento la città; Bassi assicurò che non erano ancora svanite le speranze di trattative onorevoli e che, in ogni modo, il tempo non stringeva. Stanco di quell’inutile schermaglia il duce aprì senz’altro la finestra e, rivolto agli uomini della sua scorta che sostavano nel cortile lì sotto, con voce sonora gridò di prepararsi alla partenza. Fra questi c’erano i soldati del battaglione contraereo tedesco che l’avevano seguito da Gargnano e che attendevano in un loro autocarro. Fu questione di una mezz’ora: il tempo di raccogliere i bagagli di Mussolini. Tra le 18 e le 18 e 30 al massimo, scese nel cortile. Aveva una borsa e la portava personalmente. Indossava il cappotto. La sua auto era ferma davanti allo scalone, pronta, Borsani, medaglia d’oro e cieco di guerra, si fece avanti col suo accompagnatore e si trovò, solo, dinanzi al duce. - Duce - disse - non abbandonateci. Noi vi difenderemo sempre. - Borsani seguitemi. Domani mattina, a Como. [...] E Bassi: - E per il direttore generale della polizia, per il generale Montagna, quali ordini? - Ditegli che l’aspetto domani mattina al precampo di Como. Il prefetto chiuse lo sportello e il duce partì (67).
Una volta di più il "colloquio in arcivescovado" si rivelerebbe per ciò che è stato nella realtà: intermezzo del tutto casuale - significativo se si fossero in effetti raggiunti accordi; ininfluente se non avesse prodotto nulla, come non fosse avvenuto - entro una strategia già delineata da mesi e resa esecutiva in pochi minuti, constatato che, nelle trattative con la controparte ciellenistica, possibilità di conseguire l’approvazione unanime del CLNAI non esistono. "Mussolini aveva deciso di raggiungere Como in serata", annoterà l’allora vicesegretario del PFR, Pino Romualdi: ""Tutti - disse -, tutti dovete venire a Como". E credeva che a Como potesse essere rimesso in piedi, anche per un giorno soltanto, ciò che stava in quel momento crollando a Milano [...] Mi guardò con un affettuoso sorriso: "Romualdi, a domattina a Como"" (68). Fra i presenti, il giornalista Pino Rolandino:
Il progetto di abbandonare Milano, malgrado i disperati appelli di Borghese, stava per essere concretato. Le macchine diventarono sempre più numerose e quasi riempirono il vasto cortile del palazzo del Governo. Un autocarro tedesco con a bordo una forte scorta di soldati delle ss continuava a caricare bauli e valigie e sul suo tetto dominava una mitragliatrice pesante. Regnava una assoluta agitazione e tutto lasciava presagire che la partenza doveva essere prossima. [...] Borghese insisteva con Zerbino perché fosse scongiurata la partenza. Voleva che Zerbino almeno rimanesse a Milano e non seguisse l’autocolonna del Duce. Zerbino ebbe qualche momento di esitazione uscendo con questa frase: "seguire Mussolini vuol dire la fuga, non seguirlo è un tradimento!". Arrivò il maresciallo Graziani accompagnato dal capo della sua segreteria generale Rosario Sorrentino. Soli da Mussolini. Forse egli voleva dissuadere il Duce a rinviare la partenza? Difficile poterlo affermare ma certamente qualche cosa di vero ci doveva essere nella voce che si era sparsa improvvisamente nelle aule e nei corridoi della Prefettura. Erano le 19 e quarantacinque circa. Il maresciallo, il viso sconvolto, scendeva le scale e rivolgendosi al suo autista ordinò: "a Como". Borghese gli si avvicinò domandandogli: "Maresciallo, quali sono gli ordini?" "Raggiungi Como in serata con tutte le tue forze". Pochi istanti dopo Mussolini appariva nel cortile della Prefettura. Il progetto Pavolini aveva prevalso. Il Governo abbandonava Milano. "Tutti a Como", disse il Duce, con un’aria sconvolta e con un fare duro e nervoso (69).
Ma al di là d’una scelta strategica di carattere generale - abbandonare Milano, sottostando alle pressioni del gruppo moderato del CLNAI e CVL; rimanere in armi sino a un minuto dopo la resa tedesca, evitando l’accusa d’essere un altro Badoglio; portarsi in una località non esposta ai bombardamenti causa la vicinanza della frontiera con la Svizzera e nello stesso tempo tener aperte due ulteriori vie d’uscita quali la resa agli angloamericani e la minaccia d’un estremo atto d’autodifesa dei fascisti in Valtellina - sembrerebbe il duce abbia seguito con il trasferimento del gruppo dirigente e degli uomini del partito - esposti più degli altri a rappresaglie - una tattica altrettanto studiata: quella cioè di tentare accordi in extremis con gli inglesi.
La conferma si avrebbe da un dispaccio diplomatico. Il duce dà udienza, nel pomeriggio del 25 aprile, al console generale di Spagna a Milano, Fernando Canthal y Giron, pregandolo d’avviare a suo nome "preamboli di negoziato per una resa" presso il ministro britannico a Berna, sir Clifford Norton. Il ripiegamento a Como sarebbe dunque la scelta di una località non distante dalla frontiera ove attestarsi, sia pure per pochi giorni, "sicuramente con la speranza che la mia missione in Svizzera gli fosse più favorevole", ipotizza lo stesso Canthal nel suo rapporto a Madrid70. La città infine gli è suggerita quale ridotto dal commissario federale Paolo Porta, ispettore regionale del PFR, per la facoltà estrema, nel caso, di risalire il lago verso la Valtellina: lo annota fra gli altri il giornalista Pietro Caporilli (71).
Per tutto il 25, difatti, la radio neofascista diffonde alle forze armate l’ordine di portarsi a Como, verso cui le autorità provinciali del partito tentano di far convergere militi dai presidi locali dell’XI Brigata Nera "Rodini": obiettivi, formare un centro di resistenza in zona Teatro Sociale-Arena, lungo il lato orientale delle mura, verso le ferrovie Nord; bloccare gli ingressi della città a Camerlata, San Fermo della Battaglia, Brunate per garantire l’afflusso delle forze amiche e tenere sotto controllo eventuali tentativi partigiani verso il centro. Per meglio conseguire gli obiettivi, dietro consiglio del citato tenente Mariani il federale Porta ordina il rientro a Como da Taceno, Valsàssina, del I battaglione operativo della "Rodini", sotto il maggiore Mario Noseda: la "colonna Noseda", com’è chiamata (72). Giordano Malinverno, maresciallo di quel reparto, è incaricato dal maggiore di portar giù i brigatisti da Introbio a Bellano proprio la sera del 25:
Io ho ricevuto un fonogramma perché ci tenessimo pronti, dal momento che una colonna sarebbe passata da Bellano e Dervio: non si facevano nomi, ma doveva esserci Mussolini. Mussolini doveva percorrere quella strada: Milano e Lecco, per andare in Valtellina. Il fonogramma veniva dal maggiore Noseda, e diceva: "Comincia a scendere sulla strada con gli uomini". Taceno, infatti, è in altura. Io ho requisito tre camion lassù. Eravamo in centocinquanta o centosessanta, che sono parecchi uomini, armati di mitra, mortaio, armi pesanti. Ho requisito tre camion e siamo scesi sulla strada statale da Taceno: non sapevamo ancora niente di preciso e siamo scesi perché doveva passare una colonna. Arrivati a Bellano, sul lago, arriva un altro ordine da Noseda: "Attendere ordini. Se c’è da andare a Como, e forse dobbiamo andare a Como, non prendere il battello". Era meglio prendere il battello per via dei partigiani. Siamo scesi da Taceno sulla strada statale, della Valsàssina, per prendere il battello e andare a Como. Intanto, io avevo quei tre camion, e ho aspettato l’ordine. L’ordine è arrivato il 25 aprile sera e ho fatto salire i militi sui camion. Destino vuole che noi avevamo un foulard con il bordo bianco, rosso e verde e con l’emblema di Garibaldi in campo rosso, stampato a Como. Io l’ho fatto mettere al collo a tutti e siamo partiti verso Lecco. Al nostro passaggio, ci applaudivano tutti: quando siamo arrivati a Lecco, ci siamo accorti che ci avevano presi per partigiani! Per partigiani! Altrimenti ci avrebbero fatti fuori tutti. Da Lecco ci siamo portati a Erba e siamo arrivati al ponte della Malpensata: eravamo in tanti, c’era tutto il battaglione Noseda ben armato (sempre 160 uomini) con dietro due tank tedeschi (73).
Da quella direzione sono in movimento su Como anche le formazioni della Bergamasca, al comando del capo provincia di Bergamo, Adolfo Vecchini, del generale Eduardo Facdouelle, capo di stato maggiore delle Brigate Nere, e del prefetto a disposizione Gino Ganarini: "La compagnia OP "Bergamo" ed il reparto mobile della Brigata Nera rinforzato da volontari, raggiungono la destinazione prevista, superando gli sbarramenti stradali dei partigiani", giungendo a Valmadrera, alle porte di Lecco (74); da Milano è in arrivo - così si crede - la I Brigata Nera mobile "Italo Barattini", coi battaglioni "Marche" e "Apuania" e aliquote delle GNR provinciali, attestata nella caserma di corso Italia, sotto il generale Bruno Biagioni e il colonnello Giulio Lodovici: in realtà non si muoverà neppure, bloccata dall’improvvisa "sparizione" del Biagioni e dal patto di "cessazione delle ostilità" col CLN di Porta Ticinese, che costerà la vita a quasi tutti gli ufficiali, a resa avvenuta (75). Alla "colonna Noseda", precisa il vicecomandante del battaglione operativo, Edvidio Aldo Salvarezza, sceso con il comandante a prendere ordini a Como la sera del 25, a Lecco la mattina del 26 aprile si aggrega il presidio di Brigata Nera e GNR per muovere compatto verso Como:
Nelle ultime giornate, ad un certo momento Mario Noseda fu chiamato in federazione, da Porta. Andammo giù io e lui, esattamente il 25. Siamo andati in federazione, ci hanno dato una certa somma di soldi per distribuire le paghe (e li ho avuti in mano io questi soldi) e poi dovevamo rientrare. Siamo rientrati verso sera. Como cominciava già ad essere deserta… Da lì, abbiamo cominciato a capire che arrivava un momento cruciale. Difatti, siamo saliti, e l’ordine era di rientrare a Como. Dell’arrivo di Mussolini non se ne parlava assolutamente: non si sapeva niente. Almeno, io e Noseda non sapevamo assolutamente niente... Noi siamo andati su, abbiamo dato l’ordine di sgombrare, siamo andati a trovare i camion e, verso le 2 o le 3 di notte, siamo partiti da Taceno, nella notte tra il 25 e il 26... Erano tutti a bordo di camion. Siamo scesi a Lecco e saremo arrivati verso le 6 del mattino, siamo andati in federazione a Lecco, e lì ci siamo fermati tant’è vero che io sono andato a dormire contro la ruota di un carro e ho fatto una bella dormita lì. Nel frattempo, è stato organizzato il rientro e si sono accodati anche i componenti del presidio che c’era a Lecco (76).
Il ritiro del I battaglione operativo dalla Valsàssina lascia senza copertura la principale strada di ritirata al ridotto: "Questo battaglione doveva guardare e fiancheggiare tutta la strada di arroccamento verso la Valtellina che da Lecco costeggiando il lago di Como portava a Sondrio e questo nel piano per il Ridotto della Valtellina avrebbe dovuto essere la via principale di ritirata da Milano", scrive lo stesso Mariani che ne ha suggerito il rientro per guarnire il capoluogo. Alle forze in via di concentramento rimangono, in definitiva, due possibilità: trincerarsi in città; defluire in Valtellina lungo la via Regina, disagevole, sulla sponda sinistra del lago. E in questa Como blindata mèta di reparti da tutta l’Italia settentrionale che verso le 22 del 25 aprile il duce, la colonna dei ministri e gerarchi, le rispettive scorte entrano, col proposito di restarci; mentre in prefettura, animata da ordini, andirivieni di personalità in borghese e divisa, nella notte si svolgono riunioni con le autorità militari e del partito locali, tra discussioni e controversie.
In prefettura (25 aprile tarda notte)
La pattuglia s’ingrossa di ora in ora: i giornalisti Ermanno Amicucci, Lando Ferretti e Vanni Teodorani Pozzo Fabbri, nipote acquisito del duce; Vittorio Mussolini e il cugino Vito, figlio di Arnaldo; il ministro della Produzione industriale, Angelo Tarchi; il prefetto a disposizione Alessandro Alessandri. Cena in piedi, nel salone sgombrato dal capo della provincia, Renato Celio, per lo spuntino: "Il prefetto Celio e signora, con serenità da tutti ammirata, facevano gli onori di casa. Solo in seguito si seppe che la serenità derivava da segrete intese col CLN locale", mi dice Caporilli", scriverà in un’inchiesta il giornalista neofascista Bruno Spampanato (77). Ultime comunicazioni con Milano, la città è ormai distante, anche in senso metaforico (78). Tutti i parenti di Mussolini si allontanano quasi subito e raggiungono la villa assegnata al figlio Vittorio (79). Conversari sempre più fitti tra i primi arrivati e gli altri; il maresciallo Graziani, annota Caporilli, tenta senza riuscirci di far arrivare a Como i reparti dell’esercito accantonati a Bergamo, al comando del capo di stato maggiore, generale Archimede Mischi:
Mussolini aveva occupato nell’appartamento del Prefetto l’ultima stanza a sinistra del corridoio. Nell’ampia sala di destra, dopo aver svogliatamente consumata una frugale cena, conversavano Graziani, Barracu, Zerbino, il generale Bonomi, Mezzasoma, Bombacci, Vittorio e Vito Mussolini, Vanni Teodorani, la signora Gina Mussolini, la signora Zerbino, il collega Ajazzi direttore del locale quotidiano, la figliuola di Pavolini ed altri personaggi minori. Il Prefetto Celio e signora, con serenità da tutti ammirata, facevano gli onori di casa. Con l’evidente intenzione di non disturbare il Duce, gli ospiti, cui la stanchezza e il riverbero delle luci basse per l’oscuramento scavavano nel volto cupe ombre, bisbigliavano anziché parlare e si muovevano in punta di piedi. Questo quadro mi produsse una sinistra impressione. Aveva tutti i caratteri di una veglia funebre! Il telefono, posto sul tavolo del corridoio, squillava incessantemente. La difficoltà di avere contatti con le altre province aumentava di ora in ora. Ad una chiamata rispondo io. È il capo SM Mischi dal suo quartier generale di Sondrio. Avverto Graziani. La conversazione è concitata. Graziani ordina di ripiegare su Lecco con uomini, armi e carburanti ma Mischi, dall’altra parte del filo, deve far presente le serie difficoltà di raggiungere il luogo poiché è evidente che non controlla più la situazione. Graziani grida: "Mischi, non scherziamo. Qui c’è il Duce!" (80).
La notizia dell’arrivo di Mussolini fa il giro della città, arriva al C.L.N. Mario Martinelli, rappresentante DC nel Comitato di liberazione: "Io ho telefonato in prefettura e mi sono sentito dire dal telefonista: "Mussolini è qui!". Ho fatto finta di chiamare da Milano per sapere se fosse arrivato a Como, perché Mussolini aveva detto ci sarebbe andato, e il telefonista della prefettura ha risposto: "È qui!"" (81). Inizia la "lunga notte" di Como. In prefettura sono già le massime autorità provinciali. Altre vengono convocate, come l’avvocato Mario Collini, capo ufficio disciplina della questura richiesto esplicitamente - ma non è dato sapere perché - da Mussolini, chiamato dagli agenti ausiliari di PS Luciano Oldoini e Aldo Vido (82). Qualcun altro viene di sua iniziativa: è il caso del famigerato commissario di PS Domenico Saletta, il più discusso questurino di Como, estromesso dal Collini per le violenze sui prigionieri politici (33). Il salone si riempie di ufficiali, civili, curiosi. Mussolini manifesta contrarietà: è scomparso il camioncino con i suoi carteggi più riservati, e gli brucia anche il fallimento dell’incontro in arcivescovado coi rappresentanti del CLNAI. Ancora dalla relazione di un "testimone oculare, infiltratosi nel palazzo della Prefettura di Como":
Immediatamente vennero convocati d’urgenza in prefettura il federale di Como Paolo Porta, il questore ed il comandante della guardia. Mussolini appariva adirato per quello che egli chiamava il fallimento delle trattative svoltesi poche ore prima a Milano nella sede dell’arcivescovado, tramite il cardinale Schuster, con il Comitato di liberazione di Milano per una resa che garantisse soprattutto l’incolumità personale dell’ex duce e del seguito. Ma poco dopo Mussolini manifestava più palesemente ancora la sua contrarietà per il fatto che uno degli automezzi componenti la colonna partita da Milano non era giunto a Como; si trattava precisamente di un camioncino 1.100 il cui carico, a quanto si diceva, doveva essere d’importanza grandissima, comprendendo fra l’altro il cosiddetto carteggio segreto. Sulle tracce di questo camioncino, rimasto fermo per un guasto nelle vicinanze di Lainate, partivano da Como in motocicletta Gatti ed un suo fido ed un motociclista della gendarmeria tedesca. Contemporaneamente da Milano venivano fatti partire verso Lainate automezzi della "Muti". Dopo circa un’ora Gatti e gli altri due motociclisti ritornavano e riferivano al capo di non avere rintracciato l’automezzo, mentre la "Muti" telefonicamente rispondeva che i suoi automezzi non avevano neppur fatto ritorno in sede. Questo contrattempo innervosiva ancora maggiormente Mussolini che intanto, chiesta una carta topografica del lago di Como e delle strade che lungo esso si dipartono, la consultava lungamente con Porta. Mentre in una saletta dell’appartamento prefettizio la moglie del Celio mobilitava tutta la sua servitù per fare rifocillare, con rinforzi chiesti telefonicamente al "Firenze", le gerarchie sopraggiunte, qualcuna delle quali era accompagnata dai familiari, avveniva uno scambio di vivacissime telefonate fra Como, Milano, Bergamo e con Lecco ed altri comuni della provincia. Da una parte la guardia repubblicana segnalava che i partigiani da Barlassina si erano spinti fino a Lomazzo. Ciò alle tre di notte. Dall’altra il generale Diamanti, da Milano, chiedeva prima a Zerbino, poi al generale Sorrentino istruzioni sul da farsi segnalando che la situazione nella capitale lombarda precipitava di ora in ora se non di minuto in minuto. Alla fine gli veniva risposto che si preparasse ad una probabile partenza per Como con il maggior numero di automezzi ed armati possibile. Lo stesso veniva ordinato da Graziani, tramite il prefetto di Bergamo Vecchini, al generale Mischi capo di stato maggiore. Senonché lo stesso Mischi, successivamente chiamato al telefono dall’ex maresciallo doveva non mostrarsi disposto ad eseguire l’ordine suddetto tanto è vero che Graziani gli domandò cosa stesse ancora a fare a Bergamo, "ad aspettare i carri armati anglo-americani per arrendersi e farsi fare prigioniero?" (84).
La ricerca dei carteggi è testimoniata da Caporilli: "Rivolto a me che sono di fronte dice: "Chiamatemi Gatti!". Lo cerco e accorre. Poco dopo il buon Gigi esce un po’ rannuvolato. Afferra il suo mitra che aveva deposto nel vano della finestra in fondo al corridoio e mi dice: "Se non si ritrova questo furgoncino non avrà più pace!". Com’è noto il famoso furgoncino che era in coda alla colonna partita da Milano, conteneva documenti di alto interesse storico e politico ed aveva misteriosamente cambiato strada. Gatti rifece l’autostrada fino a Milano a forte velocità, rispondendo al fuoco dei mitra partigiani che invano avevano tentato di arrestare quella macchina fantasma, nella vana speranza di rintracciare il veicolo forse fermo per avaria" (85). Sarà rinvenuto dai partigiani, portato a Garbagnate, alleggerito di oggetti e documenti, inventariati questi ultimi e consegnati al commissario del governo Bonomi per la conservazione dei carteggi della RSI, l’avvocato Pier Maria Annoni di Gussola (86).
"A Mussolini è stata riservata una camera nell’appartamento del prefetto, l’ultima a sinistra nel corridoio", scrive Spampanato: "Invece, nella grande sala di destra si sono trattenuti a discutere il Maresciallo Graziani, Zerbino, Mezzasoma, Bombacci, il gen. Bonomi... C’è la nuora del Duce, Gina Mussolini, c’è la moglie di Zerbino, la figlia di Pavolini, Vanni Teodorani... Nella stanza le luci sono basse per l’oscuramento e si parla piano per non disturbare Mussolini" (87).
In realtà, racconta Carradori, non è che il duce si apparti dal seguito, anzi è un dialogo ininterrotto fra lui e chi lo circonda, i funzionari comaschi chi a rassicurarlo (il commissario federale Porta), chi a dissuaderlo dal restare in città (tutti gli altri); I "fedeli", propensi a "mollare tutto e andare in Svizzera", o al più a "tornare a Milano e rinchiudersi nel Castello". In particolare, Carradori ricorda, per la fuga in Svizzera premono in due: Buffarini Guidi e Tarchi. Saranno loro, difatti, a tentare quella strada il giorno dopo e, arrestati, a mettere in giro la voce d’essere "battistrada" di Mussolini: invenzioni. Dice il sottufficiale:
Verso le 23 fu ascoltato in prefettura un proclama radio con cui si invitavano tutti i fascisti e le forze armate della repubblica a concentrarsi su Como. Fra le undici e le undici e mezzo il colonnello Vanini fu chiamato al telefono dal CLN e gli fu detto che, se per le cinque, il comando repubblicano non lasciava la prefettura e la zona, i partigiani avrebbero attaccato con trentamila uomini: un affare del genere. Quando Vanini riferì questo a Mussolini, in presenza di tutti quanti, si possono immaginare le discussioni. Porta intervenne: "Duce, non preoccupiamoci per questo: io ho oltre diecimila giovani; giovani disposti a tutto, a sacrificarsi per voi, per portarvi in salvo". E lui rispose: "Non occorre che nessuna vita umana sia sacrificata per me. Non voglio che dei giovani debbano morire per me". Allora Porta ribadì, con una frase che fu presa in considerazione e che ebbe il suo peso: "Duce, ho millecinquecento uomini alla periferia di Como pronti a sacrificarsi per portarvi in salvo". Lui rispose: "Non ce n’è bisogno. Se voi avete questi uomini, che piuttosto siano disposti ad andare in Valtellina, per poter passare". Mussolini era dunque sempre più deciso a proseguire, aprendosi la strada tra i partigiani della Valtellina. Ascoltò anche tutti i capi locali: Pozzoli, Fossa, Vanini e gli altri; e ci ha parlato.
Trattarono sul da fare o non da fare strategicamente: se andare a nord oppure aspettare forze da Milano e da altri luoghi o se allontanarsi fino a Menaggio, forse in attesa che la situazione si chiarisse. La sosta a Menaggio era un po’ un compromesso tra un trasferimento definitivo e lo sgombero di Como che si voleva per non mettere in pericolo i civili, gli sfollati e i feriti che c’erano. D’altra parte i capi non si potevano allontanare troppo da Como, perché era già stato diramato ai fascisti del nord l’ordine di concentrarsi lì. Naturalmente riaffiorarono le solite idee: mollare tutto e andare in Svizzera; tornare a Milano e rinchiudersi nel Castello e chi più ne aveva più ne diceva. Insomma, quella baldoria durò fino all’una e mezza, le due. [...] A me non consta che sia arrivata la notizia di un attacco di partigiani contro la prefettura di Como. Hanno detto al Vanini che se per le cinque eravamo ancora a Como, avrebbero attaccato con trentamila partigiani, ma di attacchi non se n’è visti. Non sono a conoscenza che i partigiani volessero fare un colpo di mano durante la notte. Non so che dire di una pretesa riunione dei partigiani in una stanzetta dell’appartamento privato di Celio: che allora ci siano stati grandi tradimenti è noto, ma che i capi nemici si fossero riuniti in prefettura... Questo bisognerebbe domandarlo a Calò. Ma mi sembrano cose inaudite. Sarà che vivevo troppo di illusioni, ma che Celio sia arrivato a questo, mi pare impossibile perché per farlo ci vuole la complicità del prefetto, capo della provincia che è il comandante supremo del luogo. Se ne parlava che Celio non fosse troppo a posto: ma arrivare a questo! Potrebbe sapere qualcosa Calò, che a Como c’è stato dieci anni e vi ha fatto tutto il suo iter di poliziotto, addetto alla persona del prefetto. Con Antonio Calò sono stato insieme quattro o cinque anni e lo conosco: e se avesse saputo una cosa del genere me l’avrebbe detta. Eravamo insieme alla questura di Bergamo ed abbiamo stretto relazione: è venuto anche al mio matrimonio e al battesimo della mia figlia. E siccome lui era il tuttofare della moglie di Celio, il factotum, e conosceva la casa meglio della prefettura, se avessero preparato questo trabocchetto per il duce Calò l’avrebbe saputo. Per quello che so, devo dire di non aver visto nessun partigiano in prefettura a Como. In quanto alla carta topografica che Mussolini e gli altri avrebbero consultato, devo dire che i comaschi non avevano bisogno della carta e che io, la carta topografica, non l’ho vista mai sul tavolo. Non ho sentito nemmeno ventilare una minaccia di bombardamento aereo della città da parte degli alleati, arrivata per telefono in quelle ore. [...] Verso le ventitré e trenta si vide in prefettura il ministro Tarchi: e subito prese le parti di Buffarini Guidi, sostenendo che bisognava andare in Svizzera. Ma niente udienza privata di Mussolini a Tarchi. Udienze non ce ne sono state: parlavano tutti, chi più chi meno, e può darsi che nel tempo che il duce stava mangiando della frutta, si sia avvicinato Tarchi e gli abbia parlato. Siccome Tarchi era il promotore della via dell’esilio, può darsi anche che gli abbia detto come stavano le cose. Buffarini non poté entrare da Mussolini quando Tarchi usciva: non c’era bisogno di entrare e di uscire perché il duce era seduto in fondo al salone, dov’erano tutti, in una poltroncina e non in una stanza separata. Il colloquio descritto da Lanfranchi tra Buffarini Guidi e Mussolini non è vero. E per quanto scrive Graziani nel suo libro, tengo a precisare che Buffarini non faceva direttamente a quattr’occhi le sue proposte al duce, ma le faceva in comitiva con tutti quanti; per cui Graziani avrà riportato il fatto a modo suo. Infatti Graziani ha ascoltato quelle frasi nel battibecco che ci fu, quando Buffarini disse che voleva andare in Svizzera d’accordo con Tarchi (88).
"Non so che dire di una pretesa riunione dei partigiani in una stanzetta dell’appartamento privato di Celio", dubita Carradori, perché "che allora ci siano stati grandi tradimenti è noto, ma che i capi nemici si fossero riuniti in prefettura...". Ma è così. Il questore e il commissario federale di Milano, Secondo Larice e Vincenzo Costa, il cappellano del distretto di Como, don Giuseppe Russo, ne rendono testimonianza a Bruno Spampanato, che ne dà conto nella sua inchiesta (89). È storia nota, comunque: "Alle ore 10 del 25 Aprile", dice una relazione ufficiale, "il Dott. Fulvio (Paolo), Funzionario di Prefettura, temporaneamente distaccato per ordine del Capo Provincia Celio al Commissariato Provinciale per l’Assistenza, fu telefonicamente chiamato in Prefettura dall’allora Capo di Gabinetto Dott. Zecchino". Sono accenni del passaggio di consegne: "Subito accorso veniva da questi informato che in seguito al precipitare della situazione politica egli pretendeva predisporre in modo che il trapasso dei poteri tra il Governo neo-fascista e quello del CLN avvenisse senza scosse e possibilmente senza spargimento di sangue per quanto si riferiva alla Prefettura" (90). Il capo gabinetto Giovanni Zecchino, poi prefetto di Como dopo la Liberazione, quella notte constata di persona il tracollo da lui stesso accelerato con il passaggio di consegne a Manlio Fulvio, funzionario in collegamento col CLN, proprio mentre arrivano da Milano i massimi esponenti della RSI convinti di raggiungere una città ancora difesa e controllata dalle forze fasciste (91).
Passaggio dei poteri (notte tra il 25 e il 26 aprile)
Zecchino è sorpreso di venir convocato a cose per lui ormai superate: "Io mi meravigliai del fatto che, quando è arrivato Mussolini durante la notte, mi abbiano telefonato perché andassi in prefettura, perché avevano bisogno... Io dissi: "Mah, come mai? Oramai ci sono gli altri". Invece mi considerarono come funzionario dello stato: avevano bisogno di avere a disposizione tutti i locali, perché arrivò un sacco di gente... Non ci fu nulla di formale. Io mi ritirai in buon ordine e detti il posto mio, mi pare, a Fulvio, perché subentrò Fulvio nel posto mio, e al posto del prefetto si sono insediati Martinelli e Bertinelli, prefetto della Liberazione. Celio credo sapesse qualcosa di quello che si era predisposto. Ma quando io gliene accennai dicendo: "Guardate, penso che siate d’accordo anche voi di far sì che non succedano fatti di sangue. Si sarebbe già predisposto un Passaggio di poteri...", lui disse: "Sì, sì, avete fatto bene, avete fatto bene". Poi lui è sparito: non so come diavolo abbia fatto, non l’ho più visto, non mi ha neanche salutato" (92). Il cedimento investe la questura: "Alle ore 18 il Dott. Fulvio s’incontrava con il Questore Pozzoli e da questi veniva richiesto del nominativo di persona con la quale egli avrebbe potuto trattare la resa della Questura e del Corpo degli Agenti Ausiliari. Il Dott. Fulvio indicò l’avvocato Lorenzo Spallino. Più tardi infatti quest’ultimo fu visitato in casa dal Sig. Giamminola di Villa Guardia, suo conoscente, il quale gli presentò il sig. Bartoletti Italo, Agente di ps, persona di fiducia del Pozzoli, che era incaricato da questi di chiedergli un colloquio". Questa la relazione ufficiale (93). Conferma lo stesso Pozzoli, in un memoriale redatto in carcere:
Già dal 24 aprile avevo iniziato la consegna della città di Como e, al 25 mattina, completavo gli accordi per la cessione delle varie caserme della Guardia nazionale repubblicana ed ero in trattative con la federazione per quanto riguardava la consegna delle armi da parte della Brigata nera. Per quest’ultima vi erano molte difficoltà, ma alcuni appartenenti ad essa erano già d’accordo con me: tanto che il 25 stesso, alle ore 23, avremmo consegnato al col. Gualandi, comandante militare dei patrioti, tutto il complesso organizzativo e direttivo di Como e provincia. Senonché, una telefonata da Milano mi avvertiva dell’arrivo a Como di Mussolini e dei suoi ministri, scortati dai reparti militari della "Muti", della Brigata nera di Milano, della Guardia personale di Mussolini e dei vari ministri. In totale un complesso di 6 mila uomini armati e scortati anche da mezzi blindati. Riuscii a convincere il colonnello Gualandi a fermare alle porte della città quei patrioti che, già incolonnati, stavano per entrarvi: e ciò allo scopo di evitare un inutile spargimento di sangue con i reparti sopradetti provenienti da Milano che erano già in parte piazzati nel centro di Como e precisamente presso la federazione fascista. Riuscii a stento nel mio intento e assicurai il col. Gualandi che mi ritenevo personalmente garante che la città di Como sarebbe stata consegnata al mattino del 26, alle ore 9, oppure io avrei consegnato a lui tutte le personalità di cui sopra. A mezzanotte circa, Mussolini e il suo seguito (Zerbino, Liverani, Tarchi, Barracu, Graziani ed altre personalità di cui non ricordo il nome, fra le quali però Bombacci) erano nel salone dell’appartamento privato del prefetto Celio, vicino al quale siede il federale Porta. Appena entrato nel salone, Mussolini mi chiama dicendo: "Siete voi il questore di Como?" "Sì eccellenza". "Qual è la situazione di Como?" "Attualmente, per Como siamo tranquilli: però alla periferia undici mila patrioti attendono di entrare". "E vero?" dice Mussolini rivolgendosi al federale Porta. Porta risponde "Duce, Pozzoli drammatizza". "Qual è il vostro piano" (Sempre rivolto al federale). Porta risponde: "Con la forza attualmente in città possiamo resistere e occupare tutti gli ingressi di Como, e tenere sgombra tutta la fascia del lago dalla parte occidentale fino a Menaggio - Porlezza. Dopo di che, con l’arrivo delle nostre colonne che stanno concentrandosi su Como, la nostra forza attuale di ottomila uomini potrà arrivare ai venti-trentamila. Questi reparti sono muniti di mezzi blindati e corazzati. Viveri ne abbiamo a sufficienza, altrimenti li preleveremo dove ci sono". Mussolini rivolge lo sguardo a me in evidente segno di chiedere la mia conferma, al che rispondo: "Duce, la vostra permanenza in Como non è possibile. Pensate che Varese, Milano e Bergamo hanno ceduto, e non faremo altro che spargere sangue inutile, tanto più che i nostri uomini non credo siano tutti disposti a morire per noi". Mussolini adirato si alza in piedi e mi guarda in modo strano, direi quasi feroce, e mi dice: "Sembrate certo della forza dei partigiani!?" "Duce, il vostro pensiero mi ha capito. In questo momento i partigiani aspettano un fischio per entrare in città, e non vorrei essere proprio io quello che vi deve consegnare a loro. Avreste fatto meglio a rimanere a Milano". Il duce comincia a passeggiare per il salone adiratissimo, poi si siede nuovamente sulla poltrona. Chiama a sé Graziani, Porta e Zerbino che, con la carta topografica alla mano stanno studiando un piano. Ho la sensazione netta che Mussolini non mi ha creduto, e che voleva commettere il più grande crimine che si potesse registrare in Como; e cioè sacrificare cittadini e città finora risparmiati dai bombardamenti. In quel momento entra nel salone il colonnello Ferdinando Vanini. Il duce lo chiama a sé e gli domanda qual è la forza e su quanti di tali uomini si può contare. Al che il Vanini risponde che non poteva avere a sua disposizione se non una cinquantina di uomini a malapena. Il duce allora si alza e si ritira in un salottino appartato con Graziani, Porta e Zerbino. Non so quale sia stata la conclusione di questa riunione, ma, certamente, doveva essere quella della resistenza ad oltranza, perché ho visto uscire Porta che si recava alla federazione per dare ordini a quelli della Brigata nera in proposito al piano progettato. E benché io seguissi Porta nel corridoio e sulle scale, cercando di convincerlo e di fargli capire quale era la situazione, e pur portandogli a conoscenza che uomini della sua brigata avevano già versato le armi e, per ordine mio, si erano già inquadrati, egli mi rispose: "Provvederò io a rintracciare i miei uomini, e non consegnerò mai la città di Como ai partigiani". Questa minaccia mi ha impressionato: e, non avendo più la possibilità di parlare col duce, andai immediatamente in Questura dove, nel mio appartamento privato, vi erano già i componenti il Comitato di liberazione per comunicare a loro e per prendere accordi sul da farsi. Però era necessario che parlassi ancora col duce: allora telefonai dal mio stesso appartamento all’appartamento del prefetto, e riuscii a parlare coi ministri Liverani e Tarchi, che venivano immediatamente da me; a loro esponevo la situazione di Como e le trattative già fatte. I due ministri hanno perfettamente capito, sono ritornati in prefettura e hanno conferito col duce, il quale - mi dissero - uscito dal salottino, fece sgombrare tutto il corridoio e si mise a camminare avanti e indietro come una belva urlando e imprecando contro tutti. Ritornai in prefettura e, nel corridoio, vidi il duce con Graziani, e sentii queste precise parole: "Non avrei dovuto andare dal cardinale Schuster. Quei quattro signori mi hanno trattato male e me la pagheranno. Oggi ne abbiamo 25: questo giorno mi ha sempre portato scalogna. Domani comincia un’epoca nuova: e d’altronde, se hanno fatto i partigiani per diversi mesi la montagna, potremo farla anche noi. Non voglio vedere più nessuno". E camminava sempre per il corridoio concitatamente. Ma le sue ultime parole mi hanno confermato che voleva tagliare la corda: e allora, col prefetto Celio, mi riuscì a inviare una colonna di auto con a bordo i familiari del duce e dei vari ministri del seguito, fino a Ponte Chiasso, con l’evidente intenzione che volessero andare in Svizzera. Tutta la colonna - con le auto dei familiari, ministri, seguito e scorta - iniziava la marcia verso Menaggio, con l’assicurazione che avrebbero trovato via libera e si sarebbe fermata nei pressi della Tremezzina in una zona chiusa e messa a loro disposizione fino al giorno 30. La scena della partenza di tutte le macchine portanti Mussolini e il seguito dava l’impressione di una fuga, in quanto non salivano sulle macchine, ma saltavano addirittura nell’interno di esse e ognuno partiva con la prima macchina che gli capitava (94).
"Ricordo", rincara il Caporilli, anche Mussolini fu letteralmente bombardato dall’allarmismo che, alleato della paura non poteva generare niente di buono in una situazione già di per se stessa drammatica. La psicosi dei partigiani che stavano calando su Como a battaglioni affiancati ingigantiva sempre più l’aspettazione di tragedia e, ad avvalorarla come ineluttabile, il Questore Pozzoli venne in Prefettura per mettere Mussolini dinnanzi a questo pericolo; il comandante militare della Piazza avvertì che la città, noto centro ospedaliero, non era militarmente tenibile; Celio dal canto suo, interpretando con aria apocalittica le insistenze del CLN per il trapasso dei poteri, ventilò anche la probabilità di una notte di S. Bartolomeo. Balle. Tutte balle che ebbero purtroppo il loro funesto effetto su uomini i cui nervi, sottoposti all’incalzare degli eventi ad uno sforzo sovrumano, non reggevano più. Il resto venne da sé" (95).
Il questore rivendica seppure a titolo difensivo in sede di processo, il merito di aver scardinato ancor più la volontà di resistenza in Como di Mussolini e di aver fatto ritorno "in Questura dove, nel mio appartamento privato, vi erano già i componenti il Comitato di liberazione per comunicare a loro e per prendere accordi sul da farsi". Poco prima, versione ufficiale, l’incontro tra Pozzoli e i designati dal CLN a trattare la resa di questura e federazione "fu interrotto da una telefonata che chiamava il Pozzoli in Prefettura dove era giunto Mussolini" (96). "Attualmente, per Como siamo tranquilli: però alla periferia undici mila patrioti attendono di entrare", asserisce per di più il Pozzoli, sapendo che al momento i partigiani in periferia saranno in tutto undici e arriveranno a qualche centinaio.
Il cedimento della questura, che segue di poco quello del comando Servizio ausiliario femminile in via Zezio, rimasto senza disposizioni operative (97), è uno dei primi segnali del crollo del giorno dopo, preparato dagli elementi del CLN infiltrati in prefettura, consenzienti il capo provincia Celio e il capo gabinetto Zecchino: in particolare, due funzionari addetti agli uffici alloggi e annona, Manlio Fulvio e Guido Mauri; così Caporilli: "Che l’ambiente della Prefettura fosse in collusione con gli esponenti del Comitato di Liberazione di Como, è storicamente accertato e basterebbe a confermarlo il fatto che il Segretario Particolare di Celio, dott. Fulvio faceva il doppio gioco. La mattina del 26 aprile – munito di patacca di riconoscimento che mi mostrò - il dott. Fulvio era sul portone della Prefettura per ricevere i membri del CLN che si recavano da Celio per il passaggio dei poteri" (98). Ricorda oggi la signora Paola Trani, vedova Mauri:
La sera prima saranno stati in cinque o sei a distribuirsi i compiti, e la città è stata praticamente bloccata in un paio d’ore da Fulvio e da mio marito dalla prefettura, mentre il prefetto Celio era nei suoi appartamenti e come lui si era ritirato Zecchino, mentre fuori della porta c’erano ancora le camicie nere di guardia… La decisione è stata presa in casa Lombardini dove, appunto, sono state date le direttive. Mio marito e Fulvio erano i più giovani tra coloro che erano in prefettura, e Fulvio aveva già stabilito dei semi-accordi con Zecchino del genere: "Voi state buono, ci lasciate fare anche se non pretendiamo che ci aiutate: noi vi salviamo se state buono". Celio, probabilmente, non è riuscito a fare resistenza, perché ha compiuto l’atto di chiedere aiuto ma il telefono era isolato, e gli hanno consigliato: "Eccellenza, il telefono non funziona, quindi state buono!". Occupati i punti chiave, la città è caduta in mano loro quando sì avevano già occupato la prefettura, ma nessuno a Como lo sapeva: neppure i fascisti sapevano che la prefettura non era più in mano loro… La prefettura di Como, di fatto, è stata "conquistata" con una rivoltella in due. Il 26 aprile mattina, infatti (cosa che ricordo bene), sapevo cosa mio marito si apprestasse a fare, ed egli, uscendo di casa, mi aveva detto di recarmi da mia cognata (sua sorella) a raccomandarle di non uscire di casa in quei giorni perché non si sapeva cosa potesse accadere. Noi abitavamo in via Anzani e, in fondo ad essa, c’è via Milano e io ho visto mio marito e Fulvio mentre si recavano in prefettura il 26 mattino; ho guardato e ho visto questi due, entrambi magri, vestiti con abiti blu e con l’impermeabile sul braccio andare verso la prefettura. Tutta via Milano, da Camerlata sino a porta Torre, era un’unica colonna di camion di brigate fasciste armatissime, le quali si erano riversate tutte su Como quella mattina del 26 aprile. Era la colonna di Pavolini: fascisti armatissimi che volevano impostare un centro di resistenza a Como, mentre la prefettura era occupata dai fascisti ancora. Immagini cosa ho provato, sapendo che mio marito e Fulvio andavano a occupare da soli la prefettura! È vero che c’erano degli accordi, però bastava che qualcuno, prima che loro arrivassero dal prefetto, intuisse dov’erano diretti e perché... Ma sono arrivati entrambi in presenza del capo della provincia, Renato Celio, il quale non sospettava assolutamente niente… Celio, in un primo momento, non ha creduto a quanto gli veniva intimato e ha tentato di telefonare ma, nel frattempo, i telefoni erano già stati isolati. Celio ha tentato di chiedere aiuto, ma era del tutto inutile e allora si è ritirato nell’appartamento prefettizio e si è arreso: ha capito che non c’era più niente da fare. C’è stato un momento di paura, perché se i fascisti avessero reagito, si sarebbero "mangiati" mio marito e Fulvio (99).
"Si era in continuo contatto telefonico con elementi fiduciari in Via Volta ed in Prefettura dai quali si era costantemente informati dello svolgersi degli avvenimenti. Motivo di qualche preoccupazione fu l’ordine diramato dalla radio relativo al concentramento a Milano e a Como di tutte le forze neofasciste. Era chiaro che si intendeva costituire proprio in questa zona un ultimo centro di resistenza", conferma la relazione ufficiale del CLN sulle ore confuse che possono preludere a uno scontro (100). Mentre ancora sono in corso le trattative tra fascisti moderati e inviati del Comitato di liberazione, Mussolini e il seguito vengono però orientati ad abbandonare Como: per raggiungere l’alto Lario e attendere gli Alleati o tentare di nuovo la strada della Valtellina, nell’opinione che alla luce di documenti e testimonianze si può attribuire a Mussolini; per espatriare in fretta e furia in Svizzera, nella speranza scoperta di alcuni gerarchi, incoraggiati in tale proposito dal capo della provincia, Renato Celio.
Nel descrivere la nottata del 25, Caporilli accenna alle speranze d’espatrio di vari gerarchi prima dell’arrivo di Mussolini in prefettura: "Ci rechiamo in Prefettura in cerca di lumi. Qui troviamo una grande animazione, anzi una grande confusione. Sulla bocca di tutti l’interrogativo "che si fa"; nel cuore la segreta speranza di andare "dall’altra parte" cioè in Svizzera. Como era diventata una specie di Mecca nella quale la Porta Santa era rappresentata dal cancello di Ponte Chiasso che separa l’Italia dalla Svizzera e tutti covavano la segreta speranza di poterlo varcare quando tutto fosse finito; e poiché eravamo alla fine, la marcia di avvicinamento era già in atto" (101). Il tenente Enrico Mariani scrive invece a guerra finita a Spampanato: "Sono sicuro che la venuta del Duce a Como non è stata per aprirsi più facilmente un passaggio in Svizzera ma per recarsi in Valtellina" (l02). In effetti, ancora in un colloquio a Milano il 25 aprire mattina con Garobbio, il funzionario originario del Canton Ticino, il duce esclude la scappatoia della Svizzera e annuncia il ripiegamento su Como:
"Fra qualche giorno andremo a Como. In prefettura vi diranno dove mi potrete trovare. Poi proseguiremo per la Valtellina. Perché non venite anche voi?". "Potrei ben venire", gli dico un’altra volta traducendo dal dialetto. "Gli svizzeri mi hanno offerto questa volta l’ospitalità". Una pausa: "Ho risposto che non vado in Svizzera […] cosa avete intenzione di fare?". "Non ho ancora deciso ma, dovendo lasciare Milano, pensavo di rientrare a casa mia...". "Dove?". "A Moltrasio". "Sulla sponda occidentale del lago", precisa e, dopo una pausa: "Rientrate in seno alla vostra famiglia e, dopo due o tre giorni, venite da me a Como. Ho dato disposizioni che i fascisti si concentrino nel triangolo Milano-Lecco-Como. Poi proseguiremo per la Valtellina. In Valtellina potreste essere utile, conoscete la terra, la gente. Perché non venite con noi?", ripete, e stavolta non traduco al dialetto: "Verrò senz’altro, duce". Scambiamo ancora qualche frase, torno ad esprimere la mia preoccupazione per un colpo di testa tedesco che si risolverebbe ai nostri danni, il colloquio finisce: mi presenterò al duce a Como, fra qualche giorno (103).
Raggiunto il Lario, per l’allarmismo diffuso dagli uomini in contatto con il CLN per un trapasso "morbido" dei poteri al Comitato qualche gerarca si fa rendere però dal panico e comincia a insistere perché il duce cerchi rifugio nella Confederazione, primo passo per accodarsi e non prendere l’iniziativa. Qualcun altro vuole solo liberarsi dell’ingombro rappresentato dai fascisti confluiti in città a resa ormai quasi sottoscritta. Il capo della provincia, Celio, sembra sia stato tra i più attivi, nonostante nel dopoguerra l’abbia del tutto negato: "In proposito debbo precisare che mai ebbi l’incarico di trattare con le Autorità elvetiche accordi di sorta per l’espatrio in Svizzera del Duce e dei suoi collaboratori (Questa possibilità fu sempre esclusa dagli interessati). Pertanto nessuna assicurazione fu da me data in proposito e tanto meno essa mi fu richiesta" (l04).
Svizzera o Valtellina? (26 aprile all’alba)
Scriverà inoltre a Niccolò Nicchiarelli, ex capo di stato maggiore della GNR: "All’ultimo momento fu tentata un’altra strada per sollecitare dalle autorità svizzere una risposta favorevole, ma anche questo estremo tentativo ebbe purtroppo esito negativo", e: "Aggiungo, per abbondanza, che tutte queste trattative, e tentativi, furono sempre diretti ad ottenere il passaggio della frontiera svizzera in favore delle donne e dei bambini; non hanno mai riguardato né si sono mai riferiti all’eventuale passaggio in Svizzera di gerarchi e altri elementi fascisti" (105). Lo smentirebbero però testimoni diretti e indagini. Caporilli, anzitutto, in prefettura:
Come ho già ricordato, la generale speranza era quella di varcare il confine svizzero. Questo chiodo era diventato ossessivo e Celio intavolò anche trattative con il console svizzero di Como - almeno così ci disse - e fece persino un lungo elenco di quelli che avrebbero potuto, all’ultimo momento, varcare i cancelli di Ponte Chiasso. Come dispensatore di queste vane speranze e per gli onori di casa, il Prefetto Celio si avvaleva della collaborazione del Prefetto vacante Pierino Bologna che, passando da una sala all’altra della Prefettura, intratteneva gli ospiti bivaccanti in amabili conversari. Noi, diciamo così del lago, sapevamo perfettamente che un espatrio non sarebbe mai potuto avvenire, poiché la "neutralità" svizzera era al totale servizio degli interessi angloamericani al punto che quanti avess