TESTIMONIANZE DI OPINIONI ESPRESSE DA PERSONAGGI ALLEATI DOPO LA FINE DELLA GUERRA NEI RIGUARDI DELL' ITALIA, DEL RE E DI BADOGLIO
La resa dell'Italia fu uno sporco affare. Tutte le Nazioni elencano nella loro Storia guerre vinte o perse, ma l'Italia è la sola ad avere perduto questa guerra con disonore salvato, solo in parte dai Combattenti della
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
(dal "diario" del Generale Dwight Comandante Supremo delle Forze USA nello Scacchiere Europeo).
Il fatto che il Governo italiano
(di Badoglio) decise di capitolare non perché si vide incapace di offrire ulteriore resistenza, ma perché era venuto, come in passato, il momento di saltare dalla parte del vincitore.
(da
"Le Armate Alleate in Italla" del Feldmaresciallo inglese Arold Alexander, Comandante delle Forze Armate del Mediterraneo).
Il voltafaccia italiano deIl'8 Settembre 1943 fu il più grande tradimento della Storia.
(da le "Memorie" del Generale inglese Bemard Montgomery, Comandante dell'VIII Armata Britannica).
Testimonianze di Giorgio Franz
- pubblicata il 1° marzo 1952 su "Tribuna Italiana" di San Paolo (Brasile)
un episodio poco noto -
Nel cortile della caserma dei Granatieri della Guardia Nazionale Repubblicana di Como, la sera del 26 apile 1945, gli effettivi di alcuni reparti provenienti da diverse località, e concentrati allo scopo di operare resistenza ad oltranza in Valtellina, presentavano le armi per l'ultima volta, al Tricolore, che lentamente, fra l'intensa commozione di tutti, scendeva dal pennone centrale del cortile, nella cerimonia dell'ammaina bandiera; la comunicazione ufficiale della capitolazione era stata data pochi minuti prima.
Un inno accompagna l'ultimo garrire del glorioso vessillo: "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza - nella vita e nell'asprezza il tuo canto squilla e va..."
Nell'asprezza, infatti, perché non v’é nulla di più aspro e crudele per noi tutti che questa incredibile ed esasperante realtà: la disfatta, la fine di ogni speranza, per noi che abbiamo creduto, obbedito e combattuto senza riserve, fino all'ultimo: é come una sensazione di vergogna che ci annienta.
Ce ne stiamo là, silenziosi, impietriti dal dolore, alcuni piangendo silenziosamente.
La "Leonessa" è presente con un gruppo di carristi, di blindisti e di arditi venuti da Milano. Benché sotto il peso della disfatta, ancora non crediamo che tutto sia finito; a gruppi, accanto ai carri M 13 e alle SPA 43, aspettiamo che ancora qualcuno ci porti degli ordini.
Ad un tratto avviene un scena fulminea, tanto da essere rilevata da pochi; un uomo con l'uniforme a brandelli, ferito, che é riuscito a passare il cordone di partigiani che accerchiavano la caserma, entra di corsa nel cortile e si accascia al suolo, chiamando a sé un ufficiale della "Leonessa". L'ufficiale ascolta il sua concitato parlare e si avvia rapidamente verso le nostre due autoblindo che pochi attimi dopo si avviano al rifornimento. I presenti hanno un sussulto, si affollano attorno alle due macchine, chiedono ansiosamente che cosa succede: non c'é tempo per dirlo a tutti, del resto il rombo delle SPA/43 che già muovevano all'uscita, copre le sole parole dette sull'argomento: "Due equipaggi volontari per una missione di altissima importanza". Il Tenente Dente ed il Tenente Morandi, ai posti di primi piloti, guidano l'azione; il Sergente Franz ed altri cinque uomini distribuiti nelle due blindo sono pronti alle armi di bordo. Le macchine poderose escono a tutta velocità dall'abitato di Como mandando all'aria i "Blocchi" dei partigiani, e sfrecciando poco dopo, velocissime, sul lungo lago occidentale che per Cernobbio e Argegno porta a Menaggio.
Nascosti sul costone, fra cespugli e alberi, i partigiani lungo la strada attaccano a raffiche di mitraglia e gragnole di bombe a mano, cercando di ostacolare la marcia impetuosa delle due macchine d'acciaio...
Dopo due ore di viaggio, gli ufficiali ci comunicano lo scopo della missione: "il Duce, bloccato a Menaggio, ha bisogno di noi
Da questa comunicazione in poi i minuti diventano eternità, i chilometri immense distanze, la tensione nervosa si fa spasmodica, la reazione agli aggressori più violenta e disperata. Il piede preme sugli accelleratori, è una corsa pazza contro il tempo e contro il destino.
Dell'acqua, che é entrata nel carburante blocca per ben tre volte le macchine e costringe meccanici ad affannose soluzioni del grave inconveiente.
Quando le due bande arrivano a Menaggio, frenano rumorosamente in una nuvola di polvere dinanzi alle scuole. Sono le ore 14.00 del 27 aprile. Macchine e camion sostano nella piazza; c'é gente raccolta davanti alla scuola, civili, militari, un gruppo di tedeschi. I Tenenti Dente e Morandi si scaraventano nell'interno dell'edificio e gridano: " C'é ancora? È ancora qui il Duce?" Qualcuno risponde affermativamente, ciò li tranqrnllizza. Introdotti in una stanza: "Aspettate qui, bevete qualche cosa di caldo. Gli parlerete fra poco, ora riposa"
C'é Pavolini, il quale aggiunge che tutta la zona é infestata di partigiani e che la scorta della "Leonessa" sarebbe provvidenziale.
Mussolini, avvisato del nostro arrivo, scende e si avvicina a noi: si informa dagli Ufficiali perché hanno preso l'iniziativa di raggiungerlo. "A quest'ora dovreste essere sulla strada di casa - egli dice - e non qui. Tornate a Como ed é vostra personale responsabilità che i vostri uomini tornino sani e salvi alle famiglie, secondo gli accordi presi con il C.L.N.".
Gli Ufficiali e noi tutti protestiamo, cerchiamo di spiegare, di dire che non vogliamo tornare, che il nostro posto é accanto a Lui. Sorridente, e al tempo stesso severo, egli ripete:
"No! Voi tornerete a Como: io sono ancora il vostro Capo e questo é l'ordine... Durante le sue brevi parole, un carrista, giovanissimo, che s'era addormentato appoggiando il capo su un tavolo, s'è destato, si leva e vorrebbe irrigidirsi sull'attenti. Mussolini gli é accanto, gli posa dolcemente la mano sulle spalle invitandolo a star seduto; gli sorride, un sorriso paterno ed affettuoso scende nel cuore del ragazzo e gli resterà per tutta la vita. Resta ancora per qualche attimo il Duce fra i ragazzi che hanno tutti gli occhi lucidi e capiscono che il Duce si vota così a morte sicura.
Con un "Andiamo, dunque", la colonna si ricompone.
I due tenenti, entrambi valorosi e fedeli soldati, provati mille volte in battaglia, non sanno decidersi.
Vediamo partire la colonna, avviamo lentamente le blindo sulla via del ritorno. ..qualche chilometro di marcia, ci fermiamo, non possiamo continuare. .."Credere, obbedire...obbedire.. obbedire", la testa ci scoppia; l'ordine è tornare.
Sentiamo ancora per pochi chilometri rombare i motori, poi nuova sosta; si sente l'eco dei violenti scontri nella vallata, verso nord. Non si resiste più, ci guardiamo in faccia l'un l'altro: "d'accordo"... si inverte repentinamente la marcia e puntiamo verso nord, inseguendo la colonna. Oltrepassiamo a forte velocità Menaggio e filiamo verso Rezzonico. Troppo tardi. Troviamo la strada bloccata, minata e resa immpraticabile dai partigiani dopo il passaggio della colonna; siamo circondati, si reagisce più che si può, siamo costretti ad arrenderci, mentre pochi chilometri pù a nord, a Dongo, la cattura dei Capi politici e militari della R.S.I., nonché del Duce, porrà la parola fine all'immane tragedia."
Dichiarazione del Signor Giorgio Franz sull'ultima operazione del gruppo della G.N.R. "Leonessa" a Como e Menaggio il 26 e 27 aprile 1945.
Il Signor Franz, nato a Udine il 06 gennaio 1924, alla fine della R.S.I. era Sergente blindista del Gruppo Corazzato «Leonessa" del G.N.R.. Il nostro reparto è partito da Milano all'alba del 26 aprile 45, Il motivo della partenza da Milano era di raggiungere Como, unirsi agli altri reparti ripiegati sulla cittadina lariana per una futura resistenza.
Come carristi, solo noi della "Leonessa» siamo partiti. Abbiamo lasciato un carro "M 13" sulla strada per Como, dopo averle rese inutilizzabili, per un guasto al motore.
Fummo attaccati una volta da partigiani che avevano collocato una mitragliatrice sopra una carrozzina affiancata da una moto. Di quanto accaduto a Como ho avuto modo di scrivere su "Tribuna Italiana" di San Paolo nel 1952. Altre non ricordo.
Abbiamo incontrato la colonna tedesca, ed abbiamo incontrato Mussolini a Menaggio. Non ho mai saputo che siano esistite altre colonne.
Oltre a quanto scrissi nell'articolo, è accaduto un fatto che sino ad ora ho raccontato solo al blindista Silvio Lombardi, perché probabilmente sarei stato accusato di menzogna e messo in ridicolo.
Se lo troverete interessante, molto bene, sennò dimenticate tutto: io non ci guadagno niente lo stesso e, a 67 anni, non ho bisogno nè di allori, nè del disprezzo di nessuno.
Dopo che Mussolini ebbe parlato, a Menaggio, con i nostri ragazzi, lo vidi entrare in una stanza (che mi sembra fosse la classe di una scuola) di cui chiuse la porta.
Trascorse un pò di tempo, una persona magra, alta, vestita di nero (forse Pavolini) che stava assieme ad un tizio grasso (forse Mezzasoma) aprì la porta della stanza nella quale stava Mussolini.
Ho potuto così vedere che Mussolini stava con una rivoltella in mano: era piccola e luccicava, forse era nichelata, e se la stava collocando alla tempia. Ricordo ancora il grido di Pavolini: "No, Duce!", e la porta che si chiudeva.
Credo che solamente qualche tedesco abbia intravisto, perché ricordo che si è alzato con la "Maschinenpistole" in mano. Di questo non so più niente, perché il nostro Tenente ci chiamò per partire.
Il resto è accaduto come descritto su "Tribuna Italiana" sulla strada del ritorno verso Como, riuscimmo a sfondare un posto di blocco, ma il successivo era troppo forte ed avvenne la nostra resa condizionata.
I partigiani ci dettero dei vestiti, dei lasciapassare. Il trattamento da parte dei partigiani fu molto corretto e conforme alle condizioni di resa. Altro non ricordo.
Ci portarono con un camion fino a Como, e ci fermammo davanti ad un carro armato americano. Prima di partire, vidi passare un camioncino che proveniva da Como con sopra diversi partigiani con fazzoletti rossi ed in mezzo una donna (non ricordo se legata con corde).
Domandai ai partigiani che erano attorno a noi chi fosse quella donna. Mi risposero che era "quella p... della Petacci". Ovviamente io non posso confermare che fosse lei, perché non l'avevo mai vista e l'informazione la ebbi da uno di quei partigiani.
Io ed altri due nostri ragazzi rimanemmo nascosti in casa del Maggiore Ruocco della "Leonessa". Dopo un giorno o due uscimmo di casa e, al nostro ritorno, abbiamo visto la signora esser presa dai partigiani e portata via. Poi abbiamo preso il treno per Milano.
Giorgio Franz

Fonte: archivio privato Marino Viganò (Orago)
Intervista rilasciata dal Signor Umberto Ancillotti a Cecina il 07 settembre 1991
Il signor Ancillotti, nato a Montelupo Fiorentino (Firenze) il 15 dicembre 1928 durante la R.S.I. é stato carrista nel Gruppo.Corazzato "Leonessa" della G.N.R..
D. Lei in occasione dell'armistizio dell'otto settembre 43 dove si trovava?
R. A Montelupo Fiorentino
D. Ha saputo subito che si stava formando un nuovo Governo italiano sotto la
guida di Mussolini?
R. Si, si seppe quasi subito. Io partii con le Fiamme Bianche per Velo d'Astico, Vicenza per fare un campo per tutti i ragazzi; ricordo che nell'andata gli aerei
ci mitragliarono, e ci furono dei morti.
D. Avete fatto addestramento?
sapevo nemmeno all'ora, che fosse Prefetto. Il Tenente Morandi, appunto, disse: "Io vado", e si montò in tre o quatto sulla sua blindo; sull'altra c'era dell'altra gente che neppure ricordo chi fosse. Io ricordo che ero con il Tenente Morandi ed il Sergente Franz, perché Morandi mi chiedeva di aiutarlo nella guida; le autoblindo hanno dei comandi, e Morandi mi chiedeva: "Dammi una mano quando ci sono le curve, perché io non ce la faccio".R. Si, si é fatto addestramento, ed io tra l'altro volevo andare nella Polizia defla Stada. Non ricordo come si sciolse il campo, ma ognuno tornò a casa sua. Io seppi, intanto, che mia madre era sfollata ad Induno Olona, mi trovai con mio cugino Michele Ruocco e andammo dalle Brigate Nere.
D. In quale Brigata?
R. Nella XVIa B.N. "Gervasini" di Varese. Poi, siamo andati a Cuorgné a fare un campo. Ricordo che, in seguito, siamo andati a Torino nel Gruppo Corazzato "Leonessa", dove c'era mio zio Maggior Euro Ruocco. A Milano ci ha portati il Cap. Zerbio, e gli aerei ci hanno ancora mitragliati sull'autostrada Torino - Milano Ricordo che in caserma c'erano operai dell'Ansaldo "a mettere a posto quei carri M 15 ed L 3". Le autoblindo le abbiamo prese una notte alla Fiera di, Milano.
D. Per quale motivo avete ritirato quelle autoblindo?
R. Per il fatto di doverci ritirare. Si disse: "Siccome dobbiamo ritirarci più mezzi abbiamo e meglio é. Là ci sono: andiamo a prenderli". Si partì e si andò a prenderli.
D. Avete avuto anche uno scontro con i tedeschi ?
R. Sì, ma verbale, non con le armi. Poi ci dettero quelle blindo, Io ricordo che il 26 aprile partii con il mio "M15", che si bloccò sull'autostrada: si tirarono delle pistolettate sugli iniettori per renderlo inutilizzabile. Si montò su un altro ed a me parve perfino che montai su un'autoblindo, però di fuori perché posto all'interno non c'era. Siamo arrivati a Como in quella maniera.
D. L'autostrada era libera ?
R. Si, solo dai cavalcavia ci tiravano le bombe, ma dei mezzi corazzati avevano
paura. Poi non ricordo più nulla sino all'arrivo in quel piazzale, a Como. Da Como, io sono sempre stato convinto che siamo partiti con due Ufficiali e sette ragazzi. Il Prefetto Enrico Vezzalini, a Como, si mise a parlare: " C'é Mussolini, andiamo tutti là a dare una mano!". Però, tutti si stavano squagliando. Dalla caserma, si partì con le blindo con quel Prefetto, che ci portò sulla strada per Menaggio: ci tirarono bombe, mentre si andava su.
D. Nella caserma di Como, gli uomini erano molti ?
R. Si, erano ancora tanti. Praticamente chi poté arrivarci ci arrivò, ma poi si sciolse tutto ed ognuno tornò a casa.
D. I vostri ufficiali vi incitavano a continuare od a cedere le armi?
R. Non vi fu incitamento. Dopo la richiesta di Vezzalini, il Tenente Giulio Morandi disse: "Io vado", e si partì tutti assieme.
D. Di Enrico Vezzalini ricorda qualche particolare?
R. Ricordo che Vezzalini era ferito, e basta. Questo signore parlava, ma io non
D. Quando vi é stato comunicato che il vostro compito era di raggiungere Mussolini ?
R. Alla partenza da Como si sapeva già che si doveva andare da Mussolini. Poi si incontrò, per strada, una colonna con tante macchine, la notte.
D. Auto o camion?
R. C'era di tutto, tedeschi ed italiani, tutti mischiati. Poi si arrivò in una villa, dove ci misero per parlare a Mussolini: ma erano cose che facevano i nostri Ufficiali non noi. Io vidi Mussolini, ricordo benissimo di averlo visto, e poi ci dissero:
"Tornate indietro". Ma non so da chi fu detto: "Tornate indietro". Si tornò indietro ma si fu bloccati tutti.
D. Durante il viaggio di andata verso Menaggio siete stati attaccati parecchie volte?
R. Diverse volte, si. Ma noi avevamo le blindo. Noi si tornò indietro dopo aver visto Mussolini, quando ci dissero di tornare a Como a prendere il resto del gruppo. Ma anche l'Ufficiale diceva: "Ma dove si va? Cosa si trova a Como? Non si trova più niente!". Ma io non so se quell'ordine di rientro lo dette Mussolini o qualcun altro, in vece sua.
D. Durante il viaggio verso Menaggio, eravate con la colonna che avete incontrato o vi ha distanziati?
R. Noi l'abbiamo raggiunta, perché non siamo partiti assieme: noi eravamo due bundo per conto nostro. Poi, ad un certo momento, abbiamo raggiunto quella colonna, in nottata. A Menaggio ci siamo messi a fare un pisolino per terra, poi ci hanno detto di rientrare a Como. Non era ancora giorno quando siamo ripartiti. Si é trovata bloccata la strada dai partigiani, e ricordo che il Tenente Morandi fa: "Ragazzi, che si fa? Si resiste e poi ci si butta nel lago, o ci si arrende?". Noi eravamo tutti ragazzi di 18 anni: "Tenente, fate voi quello che ritenete più opportuno". Parlando, si arrivò alla conclusione di fare la resa.
D. Mussolini, a Menaggio, vi ha rivolto qualche particolare invito?
R. Credo che Mussolini abbia parlato con gli Ufficiali, ma non so di preciso cosa fu detto.
D. A Menaggio, nelle scuole sede della locale Brigata Nera, ricorda di aver visto Alessandro Pavolini?
R. Ricordo la figura di Pavolini, e mi pare di averlo visto anche a Cuorgné, quand'ero nelle Brigate Nere. A Menaggio mi pare ci sia stata una frase di Pavolini del genere: "Queste blindo passeranno alla storia". Aveva l'idea di combattere. Io penso che se noi fossimo restati con Mussolini, non l'avrebbero preso.
D. Una volta arrestati, siete stati condotti nella caserma della Guardia di Finanza di Menaggio?
R. Sì, una volta presi dai partigiani. Ma anche di quello, mi sfuggono diversi particolari, che mi sono tornati in mente leggendo la relazione del Tenente Giulio Morandi. Un particolare ricordo, cioé che qualcuno ha detto: "Sono quelli che hanno fatto fuori il tale, sono quelli delle blindo: facciamoli fuori tutti!". So che ci aveva presi in consegna un avvocato lassù...
D. L'avvocato Guido Porta, cugino del Federale di Como, Paolo Porta?
R. Allora dissero: "No, hanno il salvacondotto dell'avvocato". A furia di peripezie arrivammo a Como, ed io andai dalla moglie di Euro Ruocco; il figlio Michele mio cugino, non l'avevo più visto: é finito a Coltano, come prigioniero.
D. Il viaggio da Menaggio a Como l'avete fatto a piedi?
R. Mi pare di si, tutto a piedi: direi quasi trenta chilometri. Nell'andare in giù, ci beccarono tre o quattro volte. Si era vestiti in parte in borghese, ma si vedeva che si era sbandati, pesci fuor d'acqua.
D. Dunque, ricorda bene la frase di Pavolini sulle due autoblindo che sarebbero passate alla storia ?
R. Si, anche se io non la sentii. Fu riferita dagli Ufficiali, e credo che Pavolini
l'abbia detta, però, quando si incrociò la colonna per la prima volta. Difatti, tornerebbe il discorso, perché l'idea sarebbe stata anche di Pavolini di andare a Menaggio per restare con loro. Poi, io non so chi diavolo abbia detto:
"Tornate indietro". Gli ordini non si discutono, e poi i partigiani hanno pero tappato la strada con un mucchio di roba che solo con un carro armato si sarebbe potuto superare. Del resto, si era detto: "A Como cosa si torna a fare? tanto laggiù non si trova nessuno". Insomma, una cosa fatta male.
Fonte: archivio privato Marino Viganò (Orago)
Intervista rilasciata dal Sig. Cecilio Invernicci a Bergamo il 16 settembre 1991
Il signor Invernicci, nato a Bergamo il 06 giugno 1927, durante la R.S.I. é stato carrista nel Gruppo Corazzato "Leonessa" della G.N.R..
D. Lei dopo l'otto settembre 943 si é aruolato subito nella G.N.R. "Leonessa" ?
R. No. Prima sono stato nelle Fiamme Bianche, ed abbiamo fatto il campo ad Arsiero d'Astico. Verso ottobre-novembre, ci siamo presentati alla scuola elementare di via Alberico da Rosciate, volontari, scappati da casa, io ed un certo Bontempelli, e Gianni Gelmi.
Ci hanno portati a Torino, ci hanno fornito le divise della "Leonessa". Da là, dopo qualche tempo, ci hanno mandati a Milano per conseguire il brevetto di piloti di carro armato; eravamo in via Vincenzo Monti, dove c'era la famosa caserma di Cavalleria.
D. Avete fatto addestramento ?
R. Esatto, abbiamo fatto addestramento. Poi qualcuno, come Gelmi ed un paio d'altri, é stato inviato a Gropparello, sulle colline del Piacentino; quando doveva tornare Gelmi per avere il ricambio, e sarei dovuto andare io assieme ad altri, purtroppo é successo il tracollo. Gelmi é tornato, e siamo partiti assieme da Milano su un "L 6", che era un semovente scoperto, non un carro armato.
D. Voi eravate a Milano quando c'é stato il discorso di Mussolini al teatro "Lirico"?
R. Certo che c'eravamo, e dirò di più: esiste un filmato del "Luce" nel quale si vede che noi siamo schierati, e mi si vede mentre passa Mussolini per andare al "Lirico" a tenere il famoso discorso. Ho poi memoria di un attentato in piazzale Firenze, ma oltre a questo a Milano non é successo assolutamente niente, né siamo stati impiegati in operazioni di rastrellamento o antipartigiane. Quando saremmo dovuti andare a Gropparello, ormai le cose erano finite, e siamo andati a Como. Noi ci siamo radunati all'ultimo momento, ed avevamo un "L 6" arrivati a Como che era tutto sballato e non andava più.
D. Voi siete partiti all'alba del 26 aprile?
R. All'alba del 26 aprile, esatto.
D. Vi hanno detto dove stavate andando?
R. Ci hanno detto che andavamo a Como, difatti abbiamo preso l'autostrada e siamo andati su a Como, tra continui mitragliamenti. Abbiamo però avuto la fortuna che il carro "L 6" ha la maggior facoltà di visione panoramica, con uno alla guida ed un altro alla mitragliera. Noi vedevamo quegli aerei che scendevano a mitragliare la colonna. Noi ci siamo salvati andando nei boschi di robinie di fianco alla strada, dai quali risalivamo per ripartire. Ma 500 metri davanti a noi, hanno incendiato una colonna di automezzi con carburante. Noi, invece, ci siamo salvati duo o tre volte, mentre se avessimo avuto un mezzo blindato, non avremmo avuto la possibilità di vedere gli aerei che venivano.
D. Attacchi di partigiani?
R. No. Solo da un ponte ci hanno sparato. Noi abbiamo risposto, siamo passati ed abbiamo sparato ancora dopo esserci girati. Non dico neanche se li abbiamo presi o se hanno pensato bene di squagliarsela per non essere fatti secchi loro. Poi, abbiamo avuto una sparatoria tra Como e Griante, di notte. Ma di questa non le so dire niente di preciso, perché io avevo già cessato la mia parte di guida ed ero talmente stanco che mi ero appena addormentato quando mi hanno svegliato e me l'hanno raccontato gli altri dell'equipaggio. Però, sinceramente non so dove sia avvenuto o come sia avvenuto, perché mi hanno riferito loro su quella sparatoria. Dopo, quando siamo tornati da Menaggio, mi hanno raccomandato: «Nessuno sa niente della sparatoria! Quindi, non dite niente: non siamo stati noi a sparare!".. Avrebbe potuto esserci stato qualche morto o qualche ferito.
D. A Como eravate nella caserma "Da Cristoforis" ?
R. Esatto.
D. Com'era la situazione al vostro arrivo a Como?
R. Là era un pò caotica. Cioé, non sapevamo neanche dove sbattere la testa o cosa fare. Quando siamo arrivati, c'era un mucchio di gente; ricordo che mi hanno dato qualcosa da mangiare e da bere, e dopo un pò é arrivato l'ordine di formare quella colonna e dirigerci verso la Svizzera: noi siamo andati in colonna, seguendo altri mezzi, e, ce ne siamo partiti.
D. A Como, gli ufficiali della caserma non hanno dato disposizioni?
R. Che io ricordi, no. Io faccio riferimento ai nostri ufficiali, e non so se loro a loro volta prendessero ordini da altri. Dei nostri, ricordo Eugenio Dente e Giulio Morandi, ed il Sergente Giorgio Franz. Una voce diceva che era molto meglio tornare verso Milano, Mussolini compreso, ed arrenderci agli Alleati; anche perché in effetti poi si é dimostrato vero che sulla strada presso il con fine svizzero bastava che buttassero dei massi e noi eravamo immobilizzati. Infatti, dòve siamo stati presi noi a Griante, eravamo in una valletta assai stretta, e bastava che buttassero qualche bomba a mano perché noi non sapessimo più dove andare.
D. Ricorda nel momento in cui vi é stato dato ordine di partire verso l'Alto Lago l'arrivo di Vezzalini in caserma?
R. No, su quello ho un vuoto, anche perché c'era caos. Stavamo assieme io e Gelmi, perché ci conoscevamo. Ricordo, però, l'ultima volta che ho visto Mussolini: albeggiava, eravamo in una villa di Menaggio, o una scuola. Noi siamo entrati, c'era Mussolini, l'abbiamo salutato. Io ho avuto l'impressione che anche lui fosse convinto che non c'era molto da fare, ma comunque tentare di giocare la possibilità di andare in Svizzera.
Là qualcuno ha ripetuto (ma non ricordo chi) che era meglio tornare a Como per darsi in mano agli Alleati, come prigionieri di guerra, mentre non sapevamo come saremmo finiti nelle mani di altra gente. Invece, é stata scelta quella strada. Da quella scuola di Menaggio, prima é partita la colonna Mussolini, poi siamo partiti noi; io ho trovato una valigia abbandonata, che era del Ministro Mezzasoma: ricordo che c'era il suo nome sulla valigia, ed io ho preso un paio di scarpe, una camicia di seta ed una cravatta che ho indossato ancora per qualche tempo a casa.
D. Alla partenza da Como, Lei era sulla blindo del Tenente Eugenio Dente?
R. Esatto, sull'autoblindo del Tenente Dente.
D. Ricorda chi altri ci fosse sulla stessa blindo ?
R. Non lo ricordo. Ricordo il Tenente Dente, ma non ricordo di preciso se ci fosse Ancillotti o qualcun altro, o forse Franz. Gelmi fino a Como é arrivato con me, senz'altro: ci hanno presi assieme e siamo tornati assieme verso Como, quindi presuppongo che Gelmi fosse sulla mia stessa blindo.
Siamo stati arrestati assieme e poi siamo tornati assieme a casa.
Da Griante ci hanno lasdiato andare, abbiamo percorso tutto un tratto di strada a piedi; ci hanno fermati un paio di pattuglie, ma avevamo il lasciapassare e siamo arrivati sino a Lecco, dove abbiamo dormito sulla spiaggia, sotto delle barche.
D. Voi siete usciti da Como per Menaggio, con le autoblindo, verso la sera del 26 aprile ?
R. Si, ed abbiamo viaggiato di notte.
D. Avete incontrato una colonna tedesca?
R. Eravamo in colonna, c'erano dei rallentamenti e dei fermi di mezzi. Però data la visibilità relativa, dato il momento… Calcoli che eravamo svegli da due giorni e mezzo, e tutte le sensazioni erano attutite.
Tant'é che quando c'é stato quel combattimento, io ero talmente addormentato che se gli altri non mi avessero svegliato per dirmelo, io non lo avrei percepito.
D. Anche il ritorno verso Como è stato drammatico ?
R. Si. Noi siamo arrvati ad uno slargo, con un guasto meccanico e carenze varie, ed eravamo circondati da tutte le parti; a quel punto non c'era molto da scegliere, e so che il Tenente Dente é uscito a parlamentare e poi ci siamo arresi con l'onore delle armi. Siamo usciti con le armi che avevamo, ci hanno garantito che non ci avrebbero assolutamente perseguiti, che avremmo avuto un lasciapassare; dopo un pò, ci siamo ritrovati in carcere (e sarà stato il carcere della caserma della Guardia di Finanza).
Poi, ci hanno tirati fuori e quell'avvocato Porta ci ha consegnato i
lasciapassare; pian piano, alla spicciolata, siamo venuti in giù, anche perché Porta ci aveva consigliato di non viaggiare in gruppo. L'avvocato Porta, infatti, ci ha detto: "Io vi do il lasciapassare. Le forze al mio comando,sono senz'altro edotte di questo, però non so gli altri come reagiranno".
D. Lei ha riportato un'impressione particolare di Mussolini ?
R. Quella notte, quando l’abbiamo incontrato, Mussolini. mi pareva. già un uomo rassegnato. Non dico che avesse le lacrime agli occhi, però... Non tanto rassegnato nel senso che sapeva che doveva monre, ma perché convinto che lui non poteva più niente. Anche se si fosse messo in salvo in Svizzera, come uomo politico, come movimento politico, sarebbe comunque cessato o sparito. Ma era indeciso anche Mussolini, se andare avanti o tornare indietro: io ho avuto quell'impressione. Perché c'era ancora qualcuno che suggeriva di ritornare con là colonna ed andare verso gli Alleati, consegnarsi agli Alleati. Sarebbe stato meglio finire da prigionieri di guerra piuttosto che in mano a partigiani che non si sapeva da chi comandati, con quali interessi, con quale mentalità e con quali rancori. C'erano dei reparti che avevano partecipato a dei rastellamenti. Invece la «Leonessa» (almeno per quanto riguardava noi) non aveva mai fatto niente, non tanto perché non lo volessimo fare, ma perché non ci era stato comandato.
D. Mussolini ha parlato solo con gli Ufficiali?
R. No, eravamo presenti anche noi. A noi Mussolini ha rivolto qualche parola e poi deve aver avuto dei colloqui con gli ufficiali. Ricordo che noi eravamo da una parte, lui era in mezzo agli ufficiali: ha detto poche parole ma si vedeva che oramai era convinto di non poter dire più niente. Praticamente, Mussolini ci ha augurato buona fortuna.
D. Tra gli altri gerarchi, ha riconosciuto Pavolini?
R. A Como c'era senz'altro, era in uniforme nera. A Menaggio, mi sembra che ci fosse: le direi di si al 90%. Qualcuno ha parlato (ed insisteva) di andare a Como, riportare Mussolini a Como, o quantomeno verso Como, in mano agli Alleati. Si parlava di rientrare con la colonna Mussolini ed andare ad arrenderci agli Alleati.
D. Non avete protestato per quell'ordine di rientro senza Mussolini?
R. No. Da Menaggio siamo scesi a Griante, a Griante ci hanno bloccati anche perché il mezzo era quello che era. Avevamo due blindo, una funzionante e una no, prese in mano dai partigiani. Io ricordo che eravamo già in carcere quando sono venuti a chiamarci ed hanno domandato chi fosse il pilota del carro; io ho risposto: "Sono pilota", mi hanno preso ad insegnare come si guidasse il carro. Quella blindo era su una discesa verso il lago, e si poteva guidare sia in un senso che nefl'altro con l'inversore; io non ho inserito l'inversore ed ho continuato ad avvicinarmi alla sponda del lago, poi sono sceso perché andava nell'acqua. Ho detto: "C'é un guasto, questa non funziona: non usatela perché rischiate di andare a finire nel lago" Se qualcuno poi ha trovato l'inversore, non lo so: io, comunque, l'ho portata fino là e sono arrivato quasi in acqua per dimostrare che mai più avrei rischiato la pelle per accontentarli.
D. Quella era la blindo funzionante?
R. Si, la blindo funzionante. L'altra non partiva e non so se l'abbiano fatta partire loro. Quando noi tornavamo verso Como, mi pare di aver visti una blindo (e penso che fosse una nostra) in mano ai partigiani che stavano andando in su.
D. Una non pescava benzina?
R. Si, aveva quel difetto, e non si poteva nemmeno uscire per far qualcosa.
D. A Griante c'era un posto di blocco vero e proprio?
R. Si, c'era uno sbarramento. Mi sembra ci fossero addirittura dei megafoni che sconsigliassero di proseguire; ed in effetti si andava verso una parte che era indecorosa: non avevamo neanche la possibilità (non so se come garanzia di mezzo, di carburante, di proiettili) di rischiare d'arrivare a Como di nuovo.
D. Quando vi siete consegnati con l'onore delle armi, avete riportato le autoblindo verso Menaggio?
R. Si, abbiamo fatto inversione.
D. Il trattamento durante quella prigionia?
R. Buono, senza alcuna violenza, senza rinfacciare niente e ci hanno dato da mangiare. Salvo il periodo in cui ci hanno messo nelle celle con i detenuti comuni e cera un individuo che ci voleva mettere le mani addosso; ma loro stessi l'hanno impedito, e noi siamo stati dentro poco, dato che avevamo fatto rimarcare: "Ci avete promesso la resa con l'onore delle armi ed adesso ci avete messi in galera!".
Fonte: archivio privato Marino Viganò (Orago)
Testimonianza del Tenente Giulio Morandi sull'ultima operazione del Gruppo Corazzato "Leonessa" della G.N.R., 26 e 27 aprile 1945
Il Distaccamento di Milano del Gruppo Corazzato "Leonessa" della G.N.R., recuperate fortunatamente due autoblindo nuove di zecca dalla Fiera di Milano la sera del 25 aprile 1945, all'alba del 26 aprile viene disposto a formare l'avanguardia e la retroguardia della lunga colonna di fascisti allineata in via Dante e pronta a partire per Conio.
La marcia di trasferimento si rivela difficoltosa e punteggiata da diverse fermate, cosicché il reparto raggiunse Como nella tarda mattinata; una volta nella città lariana, ci si accorge che un'autoblindo non é arrivata e si deve retrocedere sull'autostrada alla sua ricerca.
È ormai il pomeriggio del 26 aprile quando si ritorna alla caserma della G.N.R. di Como, dove i reparti schierati apprendono dagli Ufficiali che il Generale Niccolò Nicchiarelli ha sottoscritto la resa della Guardia.
Invitati a fare un passo avanti coloro che non vogliono arrendersi, si fanno innanzi il Tenente Giulio Morandi, il Tenente Eugenio Dente ed una decina di carristi; loro intenzione é di andare incontro alla colonna della G.N.R. proveniente da Bergamo, con il Tenente Gianni Ferraris.
Proprio in quel frangente, entra in caserma un tale, ferito ad una guancia, che prega di inviare dei mezzi in aiuto a Mussolini; il Tenente Giulio Morandi risponde: "Due autoblindo sono a disposizione!", meùtre il Tenente Eugenio Dente gli fa eco: "Gianni Ferraris sa districarsi da solo da qualunque difficoltà".
Sulle due autoblindo prendono posto rispettivamente il Tenente Giulio Morandi, il Prefetto Enrico Vezzalini (l'uomo ferito che aveva richiesto aiuto), il Sergente Giorgio Franz, il Tenente Eugenio Dente ed i carristi Umberto Ancillotti, Gianni Gelmi, Angelo Vidoni, Magnaghi e Cecilio Invernicci.
Giunti sul lungolago di Como, Enrico Vezzalini comunica al Tenente Morandi: "La direzione é Menaggio". Arrivati a Cernobbio, gli equipaggi delle due blindo si trovano in coda ad una lunga colonna ferma: davanti a loro un camion del Reparto "Onore e Combattimento", un'autoprotetta Lancia "3 RO" ed una colonna di camion della Luftwaffe.
Dall'autoprotetta scende Alessandro Pavolini, dall'autoblindo Enrico Vezzalini, che invita a scendere anche i Tenenti Morandi e Dente e li presenta al Segretario del Partito; poi, Pavolini e Vezzalini danno disposizioni agli uomini di "Onore e Combattimento", che da quel momento non vengono più visti nella colonna. Quest'ultima si ferma in ogni paese e, in cambio del libero passaggio, si impegna ad evitare inutili spargimenti di sangue. Si attraversano in tal modo tre o quattro paesi, con le autoblindo sempre in coda alla colonna della Luftwaffe: ogni volta, ottenuto il lasciapassare, si prosegue verso il prossimo centro abitato.
Un guasto al sistema di alimentazione di una delle due blindo (che deve essere trainata, ad un certo punto) e frequenti attacchi nel buio completo della notte rallentano considerevolmente la marcia dei due mezzi, che sono distanziati dalla colonna tedesca: essi non arrivano a Menaggio che alle due del mattino del 27 aprile, e vi ritrovano la colonna del Luftwaffe che li ha preceduti.
Il Tenente Morandi, il Tenente Dente ed il Prefetto Vezzalini con parte degli equipaggi entrano nelle scuole di Menaggio, sede della locale Brigata Nera, in un'aula delle quali sono riuniti tutti i gerarchi del Governo della R.S.I.: Pavolini, seduto ad un banco, sta scrivendo una lettera.
Verso le quattro del mattino compare Mussolini, che stava riposando in una stanza attigua: veste una divisa senza gradi. Vezzalini comunica a Mussolini che due autoblindo sono arrivate in soccorso e gli presenta gli equpaggi. Mussolini si interessa della ferita all'occhio del Tenente Morandi, che porta un paio di occhiali per tale motivo.
Poi, Mussolini si rivolge a tutti i gerarchi presenti e dice loro: "Si parte. La colonna si divide in due: parte marciante e parte di protezione. Io sarò nella parte di protezione, su un'autoblindo". Mussolini dovrebbe salire sulla blindo del Tenente Morandi, unica funzionante.
In quel preciso momento, Pavolini porge al Tenente Morandi una lettera "da portare ai fascisti di Como". Il Tenente Morandi rifiuta di prendere la lettera, sottolineando che a Como é già stata firmata la resa. Interviene, su questa affermazione, il Vice-Federale Emilio Castelli dicendo: "No, i miei non si sono arresi!".
Sorgono discussioni sul da farsi e, infine, gli equipaggi delle blindo sono costretti a sottostare agli ordini. Mussolini appare abbattuto, e solo dice: "L'unico ordine da porrtare ai fascisti di Como é quello di mimetizzarsi, perché fra poco rispunteremo fuori!", ed accompgna le parole con un gesto della mano che mima un fiore che sboccia.
Vezzalini prende la lettera di Pavolini e si rassegna a tornare a Como con gli equipaggi delle blindo. Il Tenente Morandi vede salire Mussolini su una automobile (non sull'autoprotetta Lancia "3 RO") e vede partire la colonna verso l'Alto Lario.
Si riesce a rimettere sommariamente in sesto l'autoblindo guasta e si parte in direzione Como. Appena fuori.Menaggio, la strada é sbarrata ed il mitragliere del Tenente Morandi scorge dei partigiani. Vezzalini grida di sparare, ma il Tenente Morandi ordina di rispondere al fuoco soltanto se attaccati dai partigiani stessi.
Si inverte la marcia ma anche la galleria all'ingresso di Menaggio é oramai sbarrata; non resta che arrocarsi a difesa, spalla contro spalla, in un piccolo spiazzo, attendendo gli Alleati.
Verso mezzogiorno del 27 aprile, si avvicinano un Tenente della Guardia di Finanza ed un borghese protetti dalla bandiera bianca; l'Ufficiale fa presente che tutto é finito e presenta nel borghese l'avvocato Guido Porta, capo del C.L.N. locale (cugino dell'avvocato Paolo Porta, Federale di Como). Costoro, conosciute le nostre intenzioni di attendere gli Alleati, si dichiarano d'accordo ed invitano gli equipaggi nella caserma della Guardia di Finanza di Menaggio a
riposare; l'invito é accettato, le due blindo sono condotte alla caserma e lasciate alla custodia di due carristi mentre gli uomini mangiano e si radono.Ad un certo momento, il Tenente Morandi non scorge più le due blindo: esse sono scomparse ed in caserma entrano una quindicina di individui con un tale in uniforme da Ufficiale degli Alpini che porta nelle prigioni di Menaggio gli equipaggi della "Leonessa
È il 28 aprile all'imbrunire quando l'avvocato Guido Porta fa liberare i blindisti, si scusa con loro, li accompagna a casa sua e confida loro che il cugino, Paolo Porta, é stato catturato e fucilato a Dongo con i gerarchi fascisti.
Gli equipaggi delle blindo sono condotti in albergo e, mentre mangiano, entra un gruppo di ragazzi armati, uno dei quali identifica in Vezzalini l'uomo che il 27 mattina al posto di blocco di Griante gridava di sparare e nel Tenente Morandi colui che ha ordinato di rispondere solo al fuoco altrui. I ragazzi dal fazzoletto tricolore si presentano, ed uno di loro riconosce nel Tenente Dente un compagno di università.
Il mattino dopo, l'avvocato Porta consegna ai blindisti un lasciapassare per Como, ed essi sono accompagnati per un tratto di strada dai ragazzi dal fazzoletto tricolore che, in seguito, li lasciano.
Vezzalini spiega ai carristi della "Leonessa" il piano di Pavolini in base al quale essi sono stati rimandati verso Como: avendo Pavolini constatato l'efficacia del sistema usato dalla colonna tedesca di chiedere ed ottenere di volta in volta il libero passaggio in tutti i paesi attraversati, crede di potersene servire per portare Mussolini in Alto Adige.
Mussolini avrebbe dovuto essere camuffato nella colonna tedesca e portato in su con il sistema usato sino a Menaggio, mentre le due autoblindo avrebbero dovuto attrarre l'attenzione dei partigiani, dopo che si fosse sparsa la voce che Mussolini era su una di esse, come diversivo. Soltanto che dopo Menaggio c'erano altri partigiani, diversi da quelli incontrati sino a quel punto del viaggio.
Gli equipaggi delle blindo, intanto, proseguirono a piedi verso Como. Due sono gli incidenti che avvengono. Una prima volta, sono fermati e minacciati tutti di fucilazione: vengono salvati da un partigiano che si qualifica come "Vice-caposquadra Riva" e da loro via libera per i successivi posti di blocco. Più avanti, Vezzalini consegna al Tenente Morandi il proprio impermeabile macchiato di sangue per la ferita riportata dicendogli: "C'é dentro la lettera di Pavolini: butta tutto nel lago, mi hanno forse riconosciuto!". Malgrado le rimostranze dei carristi, i quali vorrebbero restare con lui, Vezzalini ordina loro di proseguire e viene arrestato.
Arrivati a Cernobbio, gli equipaggi delle blindo sono nuovamente fatti rinchiudete nel comune da un partigiano dal forte accento francese; verso le quattro del mattino del 29 aprile, una guardia consiglia loro di fuggire dalla finestra dell'ammezzato perché "Ceresse - quello con l'accento francese - non perdona e domani vi mette davanti ad un plotone di esecuzione". Scampati a quest'ultima, brutta avventura, gli uomini raggiungono Como,dove trovano un'atmosfera che ricorda un'altro 8 settembre. Là si dividono dirigendosi al rispettivo domicilio.
Equipaggi delle autoblindo
1a Autoblindo
Tenente Morandi Giulio
Legionario Vidoni Angelo
Legionario Magnaghi
Prefetto Vezzalini Enrico
Vice Brigadiere Franz Giorgio
2a Autoblindo
Tenente Dente Eugenio
Legionario Ancillotti Umberto
Legionario Gelmi Gianni
Legionario Invernicci Cecilio
A seguito di ulteriori ricerche, il Dott.Viganò ha apportato le seguenti
Chiose alla testimonianza del Tenente Giulio Morandi :
Di quanto accaduto a Menaggio la mattina del 27 aprile é testimone anche il Cap.Fernando Feliciani, Ufficiale della Divisione "Italia'1 nel seguito del ministro Fernando Mezzasoma.
Con l'avvocato Guido Porta si fa avanti a trattare la resa del reparto della "Leonessa" il Sottotenente della G.d.F. Emilio Trari, Comandante del Gruppo di Menaggio.
Tra i partigiani, patrioti e ragazzi dal fazzoletto tricolore del posto di blocco di Griante
vi sono Angelo Porta (figlio dell'avvocato Guido), Paolo Roda, Achille Roda, Giuseppe Sala ed Aldo Kluzer.Le autoblindo sono sottratte dagli stessi allo scopo di eseguire e bloccare la colonna di Mussolini, ferma a Musso; la blindo guasta resta in panne, l'altra, guidata da mani inesperte esce di strada ad Acquaseria uccidendo una donna ed uno dei partigiani occupanti. Il vice-caposquadra "Riva" é l'ingegner Paolo Roda.
Il prefetto Enrico Vezzalini viene processato e fucilato a Novara nell'autunno del 1945.
Dichiarazione del Signor Michele Ruocco "Leonessa", distaccamento Opera Nazionale Balilla - Milano 25 - 27 aprile1945
Egregio Dott.Viganò,
Rispondo anche se in ritardo alla sua del 3 marzo 1991 cercando di essere esauriente per ciò che andrò ad esporre. Fortunatamente la memoria mi assiste e quindi ricordo minuto per minuto tutti gli avvenimenti che a lei possano essere utili.
Ruocco Michele nato a Montelupo Fiorentino (FI) il 28 settembre 1928. Appartenevo al Gruppo Corazzato "Leonessa" della G.N.R. col grado di milite scelto in quanto pilota di carro armato M 14.
Mio padre Ruocco Euro era Maggiore, aiutante maggiore dello stesso gruppo presso il Comando di Via Asti a Torino.
Io, essendo accasermato a Milano in Via Vincenzo Monti, negli ultimi tempi non avevo avuto colloqui con mio padre e quindi impossibilitato a dire quale erano le mete previste dal 25 aprile 45. So di certo, perché mi fu riferito nel Campo di concentramento di Coltano, e quello di Modena prima, che la Colonna della Leonessa si arrese ad Ivrea agli americani il 05 maggio 45. (Credo sia stato l'unico reparto ad arrendersi in pieno assetto da guerra agli alleati). Colonna partita da Torino.
I compiti assegnati alla G.N.R. "Leonessa" erano quelli di combattere per l'onore d'Italia. Io, come detto ero pilota di stanza a Milano. Nei primi di aprile 45 fui distaccato con il carro armato presso il Comando dell'O.N.B. sempre in Milano, alle dirette dipendenze del Generale Renato Ricci. Lo scopo, per quanto riferitomi dai miei superiori (Cap.Zerbio e Ten.Morandi) era quello di insegnare ai giovani dell'O.N.B. l'uso del carro, sia nella guida che nell'uso delle armi di bordo.
A loro dire,chi meglio di me poteva farlo per la mia già appartenenza alle "Fiamme Bianche" tante care al Generale Ricci.
Purtroppo i giorni passavano e dei gioyani nemmeno l'ombra, eccezione fatta per il figlio del Generale. Informatone il mio comando, si cercò di "recuperare" il carro anche perché i tempi precipitavano. Inutile fu l'intervento del Tenente Morandi, il quale ebbe un burrascoso colloquio col Generale Ricci che rifiutava la restituzione del carro armato. Quindi lo scopo vero era quello di avere un mezzo corazzato a propria disposizione. Arrivammo così al 25 aprile 45.
In piena notte fui svegliato (si dormiva ormai vestiti) e portato al piano superiore alla presenza del Generale Ricci. Entrai nel salone e mi trovai di fronte a diverse persone (uomini, donne, bambini), con i bagagli pronti. Il Generale, come altri ufficiali, sottufficiali e militi che avevo visto giorni addietro erano in abiti civili (in borghese).
"Sei pronto con il carro; dobbiamo raggiungere il Duce, tra poco si parte, metti pure in moto" disse il Generale Ricci. Partimmo, ed appena imboccato Corso Buenos Aires i partigiani aprirono il fuoco contro il carro. Nel carro avevano preso posto il Generale Ricci seduto al mio fianco alle mitraglie grosse, e altre due persone in torretta. Uno dei due era in divisa di ufficiale della G.N.R. molto giovane, forse il Tenente Ciabatti. La direzione era verso Sesto San Giovanni ove troviamo una barricata che il carro superò aggirandola. Intercettammo diversi camion carichi di persone armate, ma nessuno sparò. Alle prime luci dell'alba (piovigginava), arrivammo al bivio di Olgiate Molgora e ricevetti l'ordine di fermare e scendere dal carro. Sulla destra, in una strada di campagna era ferma una vettura "Ardea" che attendeva il nostro arrivo. Era logico che attendeva noi, in quanto il Generale e l'Ufficiale e altri presero posto su di essa e partirono. A questo punto é inutile che racconti quanto fatto pubblicare sul Resto del Carlino. Le invio fotocopia di quanto scritto al direttore del giornale.In quanto all'ufficiale del l° Battaglione Operativo sceso da Taceno può darsi che il carro armato sia lo stesso, però la memoria di queste signore, sempre che sia lo stesso carro, si è offuscata perché mai raggiunsi Erba. La ricostruzione é che giunto a Lecco trovai reparti della Brigata Nera. Col carro giunsi alla loro caserma per poi ripartire per Como. Diversi loro camion non partirono perché sabotati. Comunque il carro fu catturato dai partigiani di Civate dove tutti ci arrendemmo. Dopo ci portano ad Oggiono, poi a Como ed in fine nei Campi di Modena e Coltano.
Di altre cose sentite non riferisco perché non vissute di prima persona. Se ciò che ho scritto qui é quello pubblicato sul Resto del Carlino ne assumo tutte le responsabilità perché é pura verità. Le invio foto e fotocopie ducumenti.
Michele Ruocco

lì 7.5.91
PS. Di sicuro so che due autoblindo della "Leonessa" partirono da Como con cinque volontari e raggiunsero la colonna Mussolini.
Fonte: archivio privato Marino Viganò (Orago)
Lettera inviata al Resto del Carlino all'attenzione del signore Dino Biondi direttore di tale giornale dal signor Michele Ruocco
Gentile Direttore,
ho letto sul "Carlino" del 6 maggio scorso, in terza pagina, il pezzo di Dino Biondi dal titolo "Il super - Balilla" e cioé la recensione al libro di Sandreo Setta "Renato Ricci. Dallo squadrismo alla Repubblica sociale Italiana". Essendo testimone diretto di questi avvenimenti - ero giovanissimo volontario appartenente al Gruppo corazzato "Leonessa" e come tale pilotavo il carro armato M 14 destinato a capocolonna dei mezzi su cui si allontanavano da Milano il Generale Ricci e gli altri - ho riscontrato che alcuni fatti non corrispondono alla verità. Ecco quello che ricordo.
Innanzitutto il generale Renato Ricci non era "vestito da frate"……………………………..nemmeno in tuta mimetica (come scrive Sandro Setta raccogliendo la testimonianza dell'allora Tenente Dante Ciabatti) ma bensì in abiti borghesi. E così anche gli altri. Gli unici ad indossare la divisa erano un Tenente della G.N.R. (Guardia nazionale repubblicana) - lo stesso Ciabatti? - e il sottoscritto. La notte tra il 25 e 26 aprile 1945 il generale Ricci mi convocò in un grande salone, aHa presenza di diverse persone quasi tutte in borghese, e dopo avermi chiesto se ero disposto "a seguire il Duce e la sua causa" risposi affermativamente - avevo sedici anni - e lui di seguito mi ordinò: "Metti in moto il carro che si parte". E quella stessa notte uscimmo dalla Caserma dell'Opera Nazionale Balilla di Milano. Il generale sedeva accanto a me al posto del mitragliere mentre altri due ufficiali erano in torretta. Quattro in tutto. Dietro non so chi ci fosse. Nel libro si parla di altri mezzi civili. Ma io non li vidi mai (in un carro armato non c'é lo specchietto retrovisore...) e non credo ci fossero perché sia a Milano sia a Sesto San Giovànni e Villascanta - sulla.strada per Lecco - dovemmo superare gli sbarramenti aggirandoli con manovre possibili solo con mezzi cingolati.
Il Tenente Ciabatti riferisce a Sandro Setta che dietro il mio M 14 c'era una Fiat 1100 e un piccolo Camion leggero. Non credo proprio che il particolare sia esatto, Tra l'altro sia a Milano appena usciti dalla caserma sia all'imbocco di Corso Buenos Aires ci spararono contro raffiche di mitra e se a noi le pallottole non ci scalfivano nemmeno, i due mezzi avrebbero riportato danni, morti e feriti.
"Soltanto quando il Generale Ricci mi ordinò di fermarmi, al bivio di Olgiate, vidi un'Ardea che era 11, in attesa, su una strada di campagna. I tre Ufficiali salirono sull'auto e sparirono nella notte……………………………. Con me salirono allora sul carro due uomini in borghese - due figure che avevo già visto in divisa alla Caserma dell'ONB a Milano, un Sottoufficiale e un milite - e ripresi la strada per Como. Era un preciso ordine del Generale il quale aggiunse che sul lago avrei trovato il mio comando e la "colonna Mussolini".
Nel libro si legge che al bivio di Olgiate si verificò "la sosta e smembramento della colonna: restarono sul posto, a coprire il movimento, il carro e l'autocarro leggero, con l'Ufficiale in divisa, un Sottoufficiale e un Milite". Non é vero. Non vidi assolutamente nessuno. C'era solo l'Ardea che si dileguò ben presto e ben presto me ne andai anch'io con l'M 14 dopo che il Generale mi aveva regalato 500 lire (il mio mensile era di 800 lire) e aveva lasciato sul sedile il suo mitra con le iniziali "RR" in oro sul calcio dell'arma. Nessuna sparatoria. Andai via subito.
Non é vero nemmeno il particolare, riferito da Dante Ciabatti, che egli prima di andarsene danneggiò le armi di bordo dell'M 14. Erano efficentissime. Infatti una volta a Lecco il carro da me guidato iniziò a scortare la colonna delle Brigate Nere di Milano anch'esse dirette a Como. E una volta sul ponte di Lecco, ci spararono contro i partigiani e dal carro rispondemmo al fuoco. Intanto i due "civili" che erano saliti sul carro per ordine del generale Ricci al bivio di Olgiate, erano già scappati e mi avevano chiesto se volevo andare con loro perché erano in grado di trovare anche a me un rifugio sicuro. Ma avevo deciso di proseguire obbedendo agli ordini.
Una volta però a Civate, il tenente che comandava le Brigate Nere e che sugli autocarri…………… aveva diversi gravi feriti, bloccato dai partigiani e avuta la loro assicurazione che non ci avrebbero torto un capello, decise di arrendersi. Anch'io così finii prima prigioniero dei partigiani di Civate, poi a Oggiono, quindi a Como, in una scuola. Qui i partigiani cominciarono a maltrattare i prigionieri e così gli americani, che si erano accorti dai segni che portavano addosso di quello che succedeva, sui loro mezzi ci accompagnarono fino al campo di concentramento di Modena e in un secondo momento a Coltano, in Toscana.
Fatte queste preciszioni, un'ultima considerazione. Mentre i generali e alcuni ufficiali della Repubblica Sociale organizzavano la loro "salvezza", tanti giovani che avevano creduto fino in fondo al fascismo, erano lasciati morire nel nome del Duce. Io posso raccontarlo. A me é andata bene…………………….. A quanti altri invecie é andata male?
Con molti cordiali saluti, Michele Ruocco.
Elenco degli Ufficiali al seguito del Generale Ricci riparati nella località prestabilita di Torre dei Busi in provincia di Bergamo e note aggiuntive.
Tenente Giorgio Bencivenni classe 1922
Tenente Raffaele Bigazzi classe 1920
Tenente Dante Ciabatti classe 1922
Tenente Raimondo Gadda classe 1921
Tenente Remo Negri classe 1913
Tenente Mario Rotelli classe 1921
Tenente Cesare Ruggeri classe 1921
Milite Giulio Ricci classe 1926
Famiglia Rotelli di Torre dei Busi di origine Toscana ospitò R.R. e seguito.
Rapporto inviato il 28 giugno 945 dal Comandante della Polizia di Lecco (Comandante Livio) al Comando della Polizia di Como e commissione di epurazione di Lecco a carico di Renato Ricci.
Michele Ruocco
