Iddio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore, rinnova ogni giorno la passione mia per l'Italia.
Rendimi sempre più degno dei nostri Morti, affinché Loro stessi - i più forti - rispondano ai vivi: < PRESENTE !>
Nutrisci il mio libro della Tua saggezza e il mio moschetto della Tua volontà.
Fa più aguzzo il mio sguardo, più sicuro il mio piede sui valichi sacri della Patria.
Sulle strade, sulle coste, nelle foreste e sulla quarta sponda che già fu di Roma.
Quando il futuro soldato mi marcia accanto nei ranghi, ch'io senta battere il suo cuore fedele. Quando passano i gagliardetti e le bandiere, che tutti i volti si riconoscano in quello della Patria.
La Patria che faremo più grande portando ognuno la sua pietra al cantiere.
O Signore ! Fa della Tua Croce l'insegna che precede il labaro della mia Legione.
E salva l'Italia, l'Italia nel DUCE, sempre nell'ora di nostra bella morte.
E salva l'Italia del DUCE, nel DUCE sempre nell'ora di nostra bella morte.
Così sia.
Era piovoso e triste / quel ventidue settembre a Coltano. il vocio dei radunati / sapeva di malinconia / velata a stento dall’ allegria forzata.
Un poco in là più lontano / un gruppo di acidi questurini / Vilmente in abiti civili / incapaci di capire.
Il vecchio Legionario/ stancamente si avviò /
nel mezzo dell'antico campo/ a cercare….. a trovare…..
Cerca forse i ventenni sogni infranti ?/
Cerca forse i volti/ dei compagni assenti?
E trova invece, rivede / l'immenso carnaio dolorante /
I nudi scheletri ondeggianti, / risente il fetore / della prigionia!/
Ma non questo cerca, / non questo vuoi trovare.
il motto di una giovane / Scuola della Guardia / diceva:
«Andiamo a rifarci una Patria» / Ecco / questo cerca / l'anziano Legionario,/ questo vuoi ritrovare; / la sua PATRIA.
Un tumulto stringe/ il suo petto stanco / non vede quel che cerca. /
Tutt 'intorno / la selva dei grigi pini / la serra, la soffoca, /
il cielo umido e tetro / la opprime./ Di lontano si agita./
Intorno al granito grigio / la selva di labari e stendardi.
Ma l'anziano Legionario / non vede, non sente / la sua PATRIA. / Le lacrime fan velo agli occhi / e intravede, lì d'intorno / una deforme, contorta, / putrida e mostruosa Patria corrotta dai marciume / di democratiche menzogne.
il Cappellano officiante / e il novantenne Frate guerriero /
lanciano una freccia / di speranza / lassù, oltre le nuvole./
Ecco !pensa l'anziano Legionario / la PATRIA è lassù in alto /
insieme ai compagni miei.
No ! la PATRIA lui la vuole /, qui, in terra / la vuol toccare, / la vuol sentire> / la vuol vivere / prima di volare / oltre le nuvole. Ma intorno a lui / c'è solo la pineta opprimente / e il ricordo doloroso / dei nudi soldati prigionieri.
D'un tratto il cuore si fa saldo/ il velo di lacrime scompare /
e l'anziano Legionario / vede, laggiù sotto il tricolore, / vicino al
granito grigio / un gruppo di Giovani/ dagli occhi vivaci /
nei volti puliti / i petti dritti / e neri di camicia! /
Ecco ! Ne è certo! Son loro I che nfaranno la PATRIA sua /
e dei compagni assenti. / Ora i pini si fan verdi e profumati/
e l'aria è fresca. IL Legionario s'acqueta,
Lamberto Cosimi
Pubblicata da «il Boia chi molla» n0 7 di nov-dic. 98


Relazione di Emilio Mandelli -
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"Prima impressione del campo di Modena"
La Colonna di camion arriva
a Modena presentando agli occhi dei poveri disgraziati fascisti uno spettacolo addirittura impressionante. Difatti si va racchiuso in un recinto direticolati, un formicolio di esseri umani semi nudi senza alcun tetto per ripararsi dall'acqua che cade dal cielo. Qualcuno tenta di accendere il fuoco con qualche pezzo di carta per potersi scaldare essendosi di già fatto un pò buio. Mentre stavo osservando tutto ciò, un ordine americano arriva e tutti veniamo inquadrati e condotti nell'interno del campo, ove trovo qualche amico conosciuto nel periodo in cui ho indossato la divisa.
"Aspetto generale del campo"
Malori improvvisi con a volte conseguenze mortali, nervosismo generale ( causato forse dalla fame e dalle condizioni morali e materiali in cui ci si trovava) ,borsa nera, partigiani riconosciuti e menati, code per prendere un sorso d'acqua che durano delle ore, adunate interminabili che duravano a volte dalla mattina alla sera, sotto il sole senza mangiare e senza bere.
"Modena 10 agosto 1945"
Vengo portato con i miei compagni di prigionia, alla stazione di Modena e poscia rinchiusi in 40 in ogni carro bestiame, senza sapere dove ci portassero. Rimanemmo rinchiusi nella tradòtta senza mangiare e senza bere ed obbligati a praticare ogni nostro bisogno corporale
nello stesso vagone essendo questo chiuso da ogni parte. Dopo circa 48 ore, ci fu aperto e ci vedemmo poco distante la famosa torre di Pisa; caricati su camion fummo portati al campo di internamento di COLTANO . Qui ci furono pero assegnate delle tendine da campo americane che dovevamo servircene solo la notte per dormire introducendovisi in 4, si rimaneva un pò stretti, ma d'altronde era sempre meglio di Modena provato in questo campo, perché dovrei scrivere un intero volume, accludo però un'articolo del giornale l'Uomo qualunque.
Dall'Uomo qualunque 19/9/1945 = Rubrica il giornale del regime
"Basta con l'inferno di COLTANO"
Da due settimane circa, il campo di concentramento di Coltano, é passato dal controllo delle autorità alleate, alle dipendenze delle autorità italiane. Questo mostruoso campo di concentramento, racchiude 32.000 persone di ogni età e di ogni condizione sociale, le quali attendono che la loro sorte sia finalmente decisa. La massima parte é costituita da militari che hanno prestato servizio sotto il governo Repubblicano o per fuggire ai campi di concentramento della Germania o sotto la minaccia di rappresaglie o indottivi dalla fame. Vi sono inoltre numerose persone arrestate durante l'avanzata degli alleati solo perché erano sprovvisti di documenti. Vi sono ancora partigiani che non avendo potuto comprovare la loro qualità, ed essendo stati trovati armati, vennero internati, infine vi sono 1.500 giovani di età inferiore ai 18 anni ed alcuni di età inferiore ai 13 anni. Nella massa si contano numerosi mutilati, tubercolotici ed ammalati vari. Il governo quali provvedimenti ha preso? La questione é di una gravità eccezzionale, perché interessa 32.000 famiglie italiane colpite dalla strage che si é abbattuta sulla nazione. Lo spettacolo che offre il campo di COLTANO oltrepassa i limiti dell'immaginazione ed offende il senso dell'umanità. Sono 32.000 esseri umani che dormono sulla nuda terra sotto tende da campo in cattive condizioni, rinchiusi in uno spazio limitato che conducono una vita primitiva. Le prossime piogge cederanno un acquitrinio con terreno tortuoso, aggravando le già disperate condizioni di vita con pericolo evidente di epidemia. Lungo le strade adiacenti al campo si
svolge una continua processione di famiglie che vi si recano sperando di poter parlare con gli internati. Sono padri, madri, spose, provenienti da ogni parte della penisola che si sottopongono a viaggi lunghi e faticosi per portar viveri, indumenti ed altro ai loro cari, é una tragedia inumana che impedisce e ritarda la pacificazione del paese. Il governo decida e provveda d'urgenza. Non é lecito che per pochi criminali compresi tra gli internati tanta gente debba rimanere per chissà quanto tempo in queste condizioni. Sia inviata a COLTANO una commissione con autorità per decidere sulla sorte di questi italiani e costituite un tal numero di commissioni da poter porre termine in pochi giorni. A tale lavoro siano colpiti i criminali, ma siano restituiti alle famiglie ed al lavoro gli innocenti ed i non responsabili.
U.Q. Emilio Mandelli
Dl MARIANO DAL DOSSO
Un reticolato: e dietro il filo spinato migliaia di uomini colpevoli di aver servito la Patria.
Giovanissimi - ve ne sono di quindicenni - ed anziani che hanno già combattuto sulle Alpi nevose trentacinque anni fa e nell'Africa torrida quando l'Italia aveva un volto e una storia. Tutti sono stati ugualmente trascinati dalla loro fede, dal loro amore, dalla loro passione, e tutti sono stati ugualmente accusati di avere fino all'ultimo creduto e sperato.
Fede e speranza: due delle tre virtù teologali sono state trasformate in delitti dall'odio e dalla paura. L'odio di chi non ha Patria contro coloro che alla Patria tutto hanno dato silenziosamente senza nulla chiedere. La paura di chi ha tradito verso quelli che domani potrebbero essere i giudici severi e imparziali.
Migliaia di uomini: gli scampati alla strage senza nome che mieté centinaia di migliaia di altri uomini che indossavano la stessa divisa e professavano la stessa fede. I superstiti di cento piazze d'italia, ammassati in una più grande piazza senza tetti, senza ombre, in attesa che giungesse anche per loro l'ora suprema, ma che nell'attesa cantavano i loro canti, urlavano la loro fede, senza tentennamenti, senza
paura.QUESTO E' COLTANO. Questo racconta, con uno stile disadorno, é vero, ma traboccante di passione, uno dei 36mila che vissero il loro calvario per mesi e mesi, in attesa di quella morte che si annunziava loro ogni giorno. Questa non é apologia, ma il dovuto omaggio degli onesti a coloro che pur sapendo di essere condannati osarono uscire - quando la barriera umana fu infranta - gridando agli aguzzini sbigottiti il loro credo sublime: la loro imperitura fede nei destini della Patria immortale.
Il Libro di Dal Dosso narra tutto questo e non é un romanzo, sebbene a chi non conosce la storia del nostro Paese dal 25 aprile 1945 in poi esso possa sembrare un romanzo.
PREFAZIONE
Caro Del Dosso,
il suo libro è la vibrazione della sincerità, il calore della passione, lo spicco dell'ardimento.
Non voglio, e non debbo, spingere l'indagine critica oltre il riconoscimento di questi meriti.
La "letteratura" non interessa più, dove vive il combattimento.
Ora lei è un combattente, e lo sono stato, seguito ad esserlo anch'io:
unico merito della mia esistenza, in questo paese e in questo tempo che hanno permesso l'orrore senza nome, il massacro, Il carcere, l'inquirimento, l'esilio, la mortificazione, la dannazione dei combattenti.
Siamo dunque fra militari, e non dobbiamo curarci che di avere e mantenere uno stile: lo stile del coraggio.
Sul campo di battaglia, dove Cambronne è resa immortale persino una parola immonda, possono innalzarsi alla grandezza, illuminate dalla prodezza, alimentate dalla fede, santificate dal sacrificio, anche delle parole semplicissime.
Viva dunque il suo libro, anche se alcune pagine non siano, nè altro vogliono essere che un grido ed un canto: qualche cosa cioè che In dati momenti può diventare sublime.
Non uscirono dunque "cantando" dal Campo dl Concentramento di Coltano quei soldatini purissimi e fierissimi che vi avevano vergognosamente rinchiusi?
Ed erano ancora giorni difficili; giorni in cui I mitra dei liberatori stavano pur sempre puntati alle nostre nuche dagli aguzzini della Patria! Ma voi, giovani di Coltano, usciste della reclusione Intonando un canto.
E gridaste quelle strofe, con tutta la forza del vostri petti smagriti dai digiuni, sul viso esterefatto del boia! E l’Italia si commosse. E Il livido Parri allibì.
Ricordo, quel giorno, d'aver esultato come l'eco di una festa: un'eco che mi giungeva attraverso le sbarre di una prigione, dove tuttora i liberatori mi trattenevano, colpevole di aver difesa la liberta dl credere nell'Italia e nell'onore d'Italia.
Ora lei, caro del Bosso, è intrapreso appunto la narrazione di quella penitenza, conclusasi In quell'apoteosi. E le dico bravo.
E salito con lei i ragazzi di Coltano, tutti con forza, stringendoli al mio cuore, come i pochi ma indomiti superstiti di una strage che, dal tempi del martirio cristiano, mal l'umanità aveva vista più frenetica, più codarda, più feroce.
Voglia dirlo, a quei giovani, per mezzo del suo libro.
C'e chi testimonia e sempre testimonierà sino all'ultimo giorno di sua vita, la loro gloriosa epopea, scritta con tante lacrime e tanto sangue che nessuno riuscirà più a cancellarla, per quanto abbia a durare, rischiarata da Dio, la memoria degli uomini.
MARCO RAMPERTI
Ai morti senza pianto, ai vivi senza perdono, al sacrificio vano
337
UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO DIMENTICATO
di Pietro Ciabattini
L’odissea di oltre trentamila prigionieri di guerra, di una guerra che ormai
-dall'aprile del 1945 - è finita. Pietro Ciabattini, uno dei protagonisti di quegli
eventi racconta il dramma di migliaia di italiani rinchiusi nei campi di
concentramento in Italia, da aprile a dicembre 1945 Una storia dimenticata,
quella del Campo di Concentramento di Coltano (Pisa) dove gli americani prima
e gli stessi italiani poi tennero prigionieri in condizioni durissime tedeschi,
slavi, soldati della R.S.I. che non avevano accettato di deporre le armi.
L'autore, oltre a narrare la propria esperienza, tenta un bilancio
delle vittime che in quei campi morirono per fame, i maltrattamenti
e le malattie; una ricerca storica puntigliosa e tenace, costretta a
scontrarsi col muro di gomma delle omertà di allora e di oggi,
che rivela una delle pagine più buie dell'immediato dopoguerra.
Dell'autore ne parla il sig. Pietro Bemardini che nella
prefazione del libro ha tracciato la figura e l'opera di Pietro Ciabattini.
Qui di seguito ne proponiamo uno stralcio:

…….
omissis…….
Combattimenti a parte, l'opera delle Formiche è essenziale ed altamente utile quando porta alla luce fatti ignorati, o conosciuti solo per sentito dire. Quando cioè riempie una delle molte lacune che il volo delle Aquile non registra, e non ha voglia di registrare, forse perché costellerebbero di macchie sospette il nitore delle grandi carte geografrche disegnate specie in quest'ultimo mezzo secolo, tanto prodigo di « idee-guida » quanto avaro di dettagli signifitativi. Ed è appunto qui, in questo crocicchio di metodo, ma anche di onestà personale, che incontriamo Pietro Ciabattini e la sua opera, dedicata a quel campo di concentramento. di Coltano, nei pressi di Livorno, tra i cui fili spinati furono ristretti per lunghissimi mesi 33.000 fascisti, da Walter Chiari ftno appunto al Ciabattini,
Il quale non è soltanto un grande narratore, ma soprattutto uno storico coscienzioso, per il quale la ricerca ed acquisizione dei documenti probatori è divenuta con gli anni un ossessione che gli fa onore. Le Autorità, gli Enti, insomma « le fonti » alte quali egli ha fatto ricorso con una costanza e serietà che per la verità manca a molti cattedratici, non si contano: ed egli stesso confessa di aver ottenuto da loro quel che voleva per semplice sfilzimento. Molte porte son rimaste chiuse, a protezione di quello che può ben chiamarsi il « segreto di Coltano », cioè la copertura del destino di decine e decine di prigionieri scomparsi sénza alcuna spiegazione o traccia successiva. Pagina sconcertante, che dovrebbe indurci a meditare sul comportamento, allora, sia dei carcerieri americani che di quelli, successivi, italiani, E pagina non bella comunque, dato che si inserisce in condizioni complessive del Campo ai limiti della sopravvivenza, sia materiale che, soprattutto, psicologica. Quell'estate del 1945, quando andavo allegramente a Forte dei Marmi per la prima vacanza postbellica, non immaginai mai che a pochi chilometri di li, e a pochi chilometri dall,incredibile « western » del Tombolo, 33.000 disgraziati soffrissero davvero la fame, in una penosa incertezza sul proprio futuro. Ora lo so, e non mi fa piacere.
Col concetto di « colpa », che ovviamente e giustamente subito si affaccia, andrei però molto piano e per due ragioni La prima è che personalmente non trovo nulla di strano che una società qualsiasi possa davvero fucilare quelle 400.000 persone che Concetto Marchesi si proponeva di spazzar via per risanare l'Italia: salvo il trascurabile dettagliò di conoscere chi sono i fucilatori e chi i fucilati, poiché questo è purtroppo il Paese nel quale coloro che davvero bisognerebbe fucilare sono veloci come gatti dei boschi ad impadronirsi dei fucili, ed a costituire vociferanti plotoni di esecuzione. E la seconda è che la gran parte dei fascisti ristretti a Coltano, ma anche in altri campi, vi si trovavano in forza della Legge sugli « atti rilevanti», visto che quasi tutti i responsabili di colpe individuali più gravi e magari gravissime, erano stati già fucilati o variamente uccisi all,atto stesso della fi'ne della guerra.
non si erano opposti con azioni effettive alle leggi ed alle imposizioni fasciste. Responsabdi dunque di « atti rilevanti» sotto la figura in omittendo.Non si è mai potuto identificare il giurista che concepi, nel 1944, questa travolgente stupidità degli « atti rilevanti» e quella, connessa, di « epurazione», che, come sempre succede da noi, venne intesa a rovescio. Si disse e si scrisse che il tal prefetto era stato epurato. Ma poiché epurare signifita "render puro" , l'epurata era casomai la Prefettura, non il funzionario medesimo, che era rimasto tale e quale. A parte questo, che è già un bel sintomo di confusione mentale, a nessuno sarebbe dovuto sfuggire allora, né dovrebbe sfuggire oggi, l'enorme arbitrarietà del concetto stesso di « rilevanza », né il fatto che i potenziali incriminabili erano milioni e milioni: ivi compresi tutti quegli antifascisti che, pur potendolo fare,
Fucilazioni o no, « rilevanze » o meno, severità giacobine o giustificato desiderio di vendetta che fossero, nulla di tutto questo avrebbe dovuto aver a che fare con le orribili condizioni materiali e psicologiche nelle quali i ristretti di Coltano dovettero vedersela per cosi lungo periodo. Cosi’ condannabili; che si preferi’ non parlarne per mezzo secolo: e certo saremmo andati ancora più avanti, à jamais, senza questa accurata e serena testimonianza di Pietro Ciabattini Che, quindi, era storicamente necessaria, poiché la Storia è davvero come un tavolo a tre gambe: se ne manca una, non sta in piedi
.

…….
omissis…….
Personalmente, dunque,il passato di Pietro Ciabattini e la sua intatta fede non mi creano il più remoto imbarazzo. Sono affari suoi, mentre invece è affar mio la sua onestà nel raccontare, la sua indipendenza di giudizio, la stessa ironia del/a sua narrazione. A me piace moltissimo la carne di maiale, e trovo anche giusto che il musulmano non la voglia mangiare. Mi seccherebbe però moltissimo che cominciasse a catechizzarmi sull'argomento, e mi guardasse male per la mia sordità.
Dal Casalone, l° agosto 1994
FRANCO BANDINI

Quando le guerre non furono più decise da una o due battaglie o scontri risolutivi, ma si prolungarono nel tempo impegnando sempre più numerose truppe combattenti, dai contendenti fu ritenuto opportuno concentrare i prigionieri catturati in luoghi lontani dalle linee di combattimento, per rendere difficile, all'eventuale fuggitivo, il rientro fra le sue schiere e ritornare così nuovamente a combattere.
Finché fu possibile i prigionieri furono ammassati in ex conventi, vecchie fortezze, scuole, o comunque in edifici non più in uso, requisiti e di facile sorveglianza.
In seguito, aumentando notevolmente il loro numero, si resero necessari vasti spazi aperti, attrezzati con baraccamenti e tendopoli, circoscritti da alte barriere di filo spinato, e sorvegliati da numerose torrette di guardia.
I feriti e gli ammalati avrebbero dovuto essere ricoverati in ospedali o in luoghi adattati al bisogno, ma ciò non era sempre, o quasi mai, possibile. Al fine di rendere eguale il trattamento da riservare ai rispettivi prigionieri, le relative norme furono sancite con un accordo internazionale che, a partire dal 22 agosto 1864, fu conosciuto con il nome di « Convenzione Internazionale di Ginevra », più volte riveduta e corretta nel corso degli anni.
Tale Convenzione definiva il modus vivendi dei prigionieri di guerra, feriti o sani che fossero, nei luoghi di prigionia, i lavori esigibili dagli stessi e i mezzi da usare per il mantenimento della loro disciplina.
Preposto al controllo e alla verifica che tale Convenzione fosse rispettata da tutti i contraenti, fu nominato un organismo neutralechiamato Comité International de la Croix Rouge (CICR), con sede a Ginevra.
Anche se molto interessante, sarebbe troppo lungo elencare e dettagliare i compiti che il CICR era ed è chiamato a svolgere nei vari punti « caldi» della terra, dove guerre e conflitti sono calamità di ogni giorno. Va da sé che non tutti i sottoscrittori di quella Convenzione si attennero e si attengono a quei principi liberamente sanciti e sottoscritti, nel rispetto e nella eguaglianza reciproci.
Scopo di queste pagine è di raccontare e documentare, per la prima volta, come, alla fine dell'ultimo conflitto mondiale, decine di migliaia di soldati italiani furono tenuti in prigionia (solo nominalmente di guerra) nei campi di concentramento per i prigionieri di guerra (PWE) allestiti in Toscana dal Comando Alleato, in aggiunta a quelli che, durante il corso delle operazioni belliche, erano stati approntati per militari e civili nell'Italia centro-meridionale.
In quei PWE, la Convenzione di Ginevra fu completamente e deliberatamente ignorata, e le ispezioni del CICR furono puramente simboliche, essendo state una sola per PWE nell'arco di sei mesi.
Nei PWE in Toscana furono concentrati prigionieri militari tedeschi e italiani, appartenenti alle FF.AA. e ad altre formazioni militari della Repubblica Sociale Italiana (RSI).
Ragazzetti, adulti, anziani, vecchi, giovani donne; generali e soldati; alpini, bersaglieri, fanti, marinai, aviatori, camicie nere; medaglie d'Oro, grandi invalidi, mutilati, reduci dalla Russia, dalla Grecia e dall'Africa settentrionale; partigiani che non avevano ottemperato all'ordine di deporre le armi; civili italiani, fascisti o ritenuti tali, e un numeroso contingente di reduci dai campi tedeschi di internamento militare che non avevano aderito alla RSI ma non erano stati creduti dagli Alleati.
Ognuno di quei campi ebbe una storia a sé, che cercherò di ricostruire con i miei ricordi personali, le testimonianze di ex prigionieri e con documenti autentici in mio possesso, anche se, per difficoltà tecniche, per molti di essi non ne è stata possibile la riproduzione. Il 25 luglio 1945 tutti i prigionieri italiani concentrati nei vari PWE in Toscana erano già stati fatti affluire nel PWE 337, più conosciuto come «campo di Coltano».
La sua triste esistenza fu taciuta all'opinione pubblica fino a metà settembre del 1945, dopo che gli americani il 30 agosto avevano trasferito alle autontà italiane la giurisdizione su quel campo di prigionia.
Solo allora la stampa italiana si interessò di ciò che avveniva dietro quei reticolati in quella torrida pianura pisana, descrivendo la misera esistenza di migliaia di esseri umani, scalzi, nudi, laceri, malati e bisognosi di tutto, senza che nessuna autorità si decidesse ad addivenire ad una rapida soluzione del problema. Descrivere la disgraziata vita del PWE 337 è compito arduo nel timore di non essere creduto, ma più arduo è riuscire a convincere che ciò accadde davvero a prigionieri di guerra di un esercito ricco e vittorioso, e a conflitto oramai cessato.
Agli americani seguirono gli italiani, che divennero cosi carcerieri dei padri dei fratelli o dei figli.
I giornali si sbizzarrirono per una settimana a scrivere sulla drammatica vicenda di quei prigionieri, ma dei numerosi e misteriosi decessi per uccisioni, malattie e stenti nessuno scrisse una parola. Molti morirono nei «campi», nel «lazaret», altri nell'Ospedale da Campo n. 99 WQ06, o nel 65esimo
di riserva per militari italiani. Anche al Sanatorio, all'Ospedale Militare di Livorno e al Manicomio di Volterra ci furono numerosi morti, ma i relativi documenti o non sono visibili o non esistono più.Nessuno, tranne gli archivisti USA, conoscerà mai il numero dei deceduti di Coltano. Mistero e silenzio anche sui luoghi dove venivano sepolte le salme.
Del tutto fortunosamente, sono venuto a conoscenza che molte salme di militari italiani provenienti anche dal PWE 337 furono sepolte durante il 1945, insieme ad altre di deceduti tedeschi, nel Campo Sportivo del Comune di Castelfiorentino, trasformato dagli americani in Cimitero di Guerra. E certo che, a distanza di cinquant'anni, sui decessi di Coltano, esiste ancora il «top secret», e anche da parte delle autorità preposte non vengono fornite notizie precise.
Tutto occultato, smarrito, distrutto!
Scrive il signor Guidobaldo Angeletti, fratellò di un deceduto a Coltano, al quale venne restituita la salma del congiunto Giampiero solo nel gennaio 1960:
"A parte l'ottusa lentezza burocratica, si finisce per credere che un altro e oscuro disegno ha impedito in quindici anni di connivenza, servilismi, e occultamenti, che a tante famiglie venisse nascosta la verità sulla morte dei loro ragazzi, sui loro crudelistenti, e di piangere sui loro resti. Si doveva evàare che si sanesse che nei campi di concentramento, allestiti dai cosiddetti "liberatori" il trattamento dei prigionieri di guerra era stato il inedesimo, se non peggiore, di quello dei Lager militari nazisti. Soldati ed ufficiali, mutilati, ciechi e invalidi erano stati ammassati insieme, ed insieme sadicamente sottoposti a stenti per fame, percosse, umiliazioni e totale mancanza di assistenza medica e farmaceutica".
"Non si doveva sapere che in pochi mesi il numero dei morti era stato elevato, attribuendo disinvoltamente molti decessi a gravi malattie pregresse e poi facendo sparire non solo i loro effetti personali, ma anche gli elenchi dei nomi degli scomparsi e i luoghi delle loro sepolture".
E quando quei resti mortali furono restituiti alle famiglie, ciò fu fatto alla chetichella, nel timore... della vergogna.
Dopo aver completato l'occupazione militare del Centro Italia, e in previsione dello sfondamento della Linea Gotica, al Quartier Generale Alleato si pose il problema di dove e come concentrare il grande numero di prigionieri che sarebbero stati catturati al momento della resa delle truppe germaniche e di quelle della RSI.
Fino a quel momento, i prigionieri italo-tedeschi avevano trovato varie collocazioni, sia in territorio metropolitano che oltremare.
Infatti, dopo brevi soste nei campi di smistamento di Taranto e di Afragola (Na), alcuni furono imbarcati e condotti nel PWE 211 in Algeria, mentre altri finirono disseminati nei numerosi «campi» negli Stati Uniti, dove subirono trattamenti diversi avendo scelto di collaborare o meno con il nemico. Per i civili italiani, uomini e donne, arrestati per aver appartenuto al Partito Nazionale Fascista (ex gerarchi, ufficiali in pensione, funzionari statali, o semplici simpatizzanti della RSI) furono allestiti concentramenti in edifici o baraccopoli a Terni, Afragola (Na), Padula (Sa), e in altre località dell'Italia centro-meridionale, sorvegliati da inglesi o americani.
Il primo Campo di Concentramento per prigionieri di guerra in Toscana fu il PWE 334, sorto in baracche di legno e metallo a Scandicci (Fi), nel vasto perimetro della caserma del Rgt «Lupi
di Toscana». Per il PWE 339 fu utilizzato l'ex campo per prigionieri alleati, in baracche e tende, sotto i pini della tenuta reale di San Rossore. I PWE 336, 337 e 338 furono impiantati ex novo, sempre nel comune di Pisa, su vaste aree della tenuta di Coltano di proprietà dell'Opera Nazionale Combattenti, mentre il PWE 335, in località Metato (Pi), fu quasi subito adibito a campo di punizione per militari americani.
La sorveglianza, come per i centri di smistamento di Modena, Carpi, ecc., fu esclusivamente statunitense.
Il comando generale dei campi, MTO-USA-Prisoner War, ebbe sede a Livorno.
Pianta del PWE di Coltano (PISA)

Dati tecnici:
Totale della superficie agricola requisita:' mq. 1.912.220
Recinto prigionieri PWE 336 mq. 418.700
Recinto prigionieri PWE 337 mq. 382.500
Recinto prigionieri PWE 338 mq. 423.300 mq. 1.224.500 =
Superficie utilizzata per servizi logistici
e alloggi truppe di sorveglianza: mq. 687.720
Dall’allestimento di quei PWE al 30 Agosto 1945 , il servizio di sorveglianza fu affidato alla 92esima divisione USA Buffalo composta da militari bianchi,neri giapponesi-filippini naturalizzati USA , e dalla Legione Ebraica. Al mantenimento dell’ordine interno (burocrazia, alimentazione, disciplina) fu preposto un numeroso reparto di prigionieri tedeschi, prevalentemente altoatesini e di sentimenti anti-italiani, antifascisti e antinazisti.
L'impianto idrico di ogni Lager era alimentato da pozzi artesiani, ed essendo l'acqua non potabile veniva addizionata con altissima percentuale di cloro. L'energia elettrica era fornita dagli impianti della Selt-Valdarno e da gruppi elettrogeni.
Il terreno non più coltivato non avrebbe assorbito l’acqua piovana, per cui dovettero essere scavati numerosi canaletti di scolo per farla defluire.
Le latrine da campo erano eguali a quelle del PWE 334 di Scandicci. Gli orinatoi, costituiti da due lunghi tavoloni inchiodati a V e incatramati, disposti in pendenza, facevano defluire le orme in ampie cisterne interrate che venivano svuotate con regolarità da autopompe, poiché il terreno impermeabile in profondità faceva temere stagnazioni inquinanti.
Al servizio degli americani, come lavandai, erano i soldati italiani della 175th. Laundry Italian Company (Compagnia Lavandai Italiani).
IL PWE 337
COLTANO
Il PWE 337 divenne, per tutti i prigionieri, e per chi lo vide anche solo di passaggio, l'inferno di Coltano!
Polvere, sole e fango, fame, sete e malattie furono i demoni che torturarono ogni giorno i prigionieri già vessati dalle angherie e dai soprusi dei tedesco-americani che, quotidianamente, ritenevano utile e necessario escogitare nuovi espedienti per ridurre ancor più quei disgraziati alla prostrazione fisica e psichica, tanto da rendere loro difficoltosa la sopravvivenza.
Il Campo di Coltano, come gli altri PWE, fu costruito velocemente con tecnica semplice e poco costosa tenendo conto dello scarso valore che rappresentava la «merce» da stiparci dentro. In quella enorme area (m 510 x 700), leggermente in pendenza da ovest ad est, e resa deserta dai diserbanti e dallo strofinio di decine di migliaia di piedi, fu realizzato il più vasto campo di prigionia esistente in Italia. Gli americani circondarono quella vastissima estensione di terreno con una duplice recinzione parallela, costituàa da alte reti metalliche infisse oltre un metro nel terreno, e nel corridoio così formato alzarono le torri per le sentinelle armate di mitragliatrici e munite di potenti riflettori.
Dall'ingresso di quel recinto si dipartiva in lieve pendenza uno stradone ghiaioso e polveroso che divideva il campo esattamente in due. Dopo l'ingresso, sia dall'una che dall'altra parte, avevano ancora sezionato la superficie in dieci Lager o recinti separati da enormi rotoli di filo spinato.
La zona prospiciente l'ingresso, a destra e a sinistra dello stradone centrale era occupata dalle grandi tende e baracche del Comando del Campo, dall'ufficio matricola, dal parlatorio, dalle mense dei sorveglianti, dai forni e dai magazzini viveri e materiali, dalle officine meccaniche e di falegnameria per i servizi nel campo. In fondo allo stradone si apriva un altro grande cancello che fungeva da porta carraia, ma che pur sorvegliata da una torretta non veniva quasi mai usata.
Dunque appena entrati nel campo prigionieri alla destra iniziava il Lager 1 che serviva per ospitare i prigionieri-guardiani tedeschi, le loro tende alte e spaziose, le cucine e i servizi igienici.
Il 2 era riservato ai partigiani, ai veri o falsi reduci dalla prigionia tedesca, ai civili capitati a Coltano per le cause più diverse e ai disertori dell'esercito della RSI.
Tra lora c'erano alcuni individui catturati dagli americani perché sospettati di aver fatto parte dei servizi segreti della RSI; altri erano stati presi casualmente per le strade mentre imprecavano contro le colonne dei prigionieri;. oppure per avere chiesto incautamente passaggi a quei camion che li trasportavano dal Nord Italia a Coltano, o per essere stati sorpresi a rubare materiale americano.
Il 3 e il 4 erano per soldati, graduati e sottufficiali dei numerosi corpi militari della RSI.
Il 5 era stato riservato agli ufficiali di ogni specie e grado, dal più giovane sottotenente al più anziano generale.
Nei Lager 6, 7, 8 si trovavano le stesse categorie di militari come nel 3 e nel 4.
Il 9, che inizialmente serviva come Lager di sosta e smistamento, fu successivamente attrezzato come gli altri, essendo aumentati considerevolmente gli «ospiti».
Il 10 fu diviso con il 6A e il «lazaret », ovvero l'ospedaletto da campo.
In ognuno dei Lager erano ammassati dai 3.500 ai 4.000 prigionieri circa, di ogni età, compresi i novantenni.
Le menomazioni fisiche non davano diritto a nessun privilegio, l'età nemmeno.
Molti ragazzini e giovanetti erano figli di genitori fascisti trucidati dopo il 25 aprile, oppure erano le «mascotte » dei reparti. Gli americani, comunque, non vollero mai separarli dagli adulti. I cappellani militari, dislocati nei vari Lager, subirono lo stesso trattamento riservato a tutti.
I Lager o recinti erano tutti eguali. Modello unico. Ognuno aveva,
a ridosso della rete confinante con lo stradone, una grande tenda
per il comando americano-tedesco, idricamente refrigerata dall'alto, mentre sulla destra erano sistemate le baracche in legno del
magazzino viveri e materiali vari.

Il numero dei prigionieri italiani «ospitati» nei PWE 337 non è mai stato pubblicamente reso noto dagli americani, ma tenendo conto di vari elementi è possibile dedurre approssimativamente che esso oscillò dalle 30.000 alle 35.000 unità.
Però; in un foglio di prelevamento viveri, originale USA fortunosamente reperito insieme ad altri, e datato 19 agosto 1945, è indicato con scrittura manuale il numero di 38.550.
Solo in data 20 settembre 1945, quando da dieci giorni il campo era passato sotto giurisdizione del governo italiano, in una comunicazione del Ministero della Guerra, a firma del ministro S. Jacini, viene indicata la cifra di 32.220 internati, di cui:
Ufficiali dell'esercito n. 3.472
Ufficiali della marina n. 122
Ufficiali dell'aeronautica n. 59
Civili n. 359
Truppa delle varie forze armate
(sottufficiali, graduati e soldati) n. 24.717
Internati che vantano passato di partigiano n. 994
Disertori dell'esercito repubblicano n. 2.506
alpini,bersaglieri, fanti, artiglieri, delle divisioni Italia, Monterosa, Littorio, San Marco, marò della X Mas, del Btg. Barbarigo, Cacciatori degli Appennini, militi della GNR, legionari delle SS italiane, della Muti, sommozzatori NP, fascisti delle Brigate Nere, paracadutisti della Folgore, «ragazzi». di Bir el Gobi e di El Alamein, ecc.Tutte le formazioni delle forze armate della RSI erano rappresentate:
Fra i prigionieri più noti c'erano i generali D'Alba, Farina, Agosti, Frigerio, Bonomi, Adami Rossi, Gambara, Carloni e Canevari.
Le Medaglie d'Oro Mario Arillo l'affondatore e il mutilato di. un braccio Aldo Vidussoni, già segretario del Partito Nazionale Fascista dal 26 dicembre 1941 al 19 aprile 1943.
Il maggiore Edoardo Sala che comandò i paracadutisti della Folgore dopo che, l'allora suo superiore, maggiore Mario Rizzatti, era caduto eroicamente sul fronte di Nettuno menire guidava i suoi paracadutisti contro i carri armati americani.
Il tenente colonnello Federigo degli Oddi che alla testa del suo battaglione di SS italiane aveva contrastato aspramente l'avanzata degli angio-americani a sud di Roma.
ex gerarca del PNF Francesco Giunta; il giornalista Vito Mussolini; il capitano degli alpini Vincenzo Costa, ultimo segretario federale repubblicano di Milano; il giocatore di calcio Scarabello e il bersagliere Walter Annichiarico (Walter Chiari). Tra i prigionieri si trovava anche il grande poeta americano Ezra Pound.
Scrive il maggiore Edoardo Sala: «... considerato traditore fu rinchiuso in una gabbia di filo spinato senza copertura e servizi il mangiare veniva passato fra i fili e durante il giorno si teneva le mani sulla testa per non essere bruciato dal sole...». Dopo una quindicina di giorni di «gabbia » fu trasferito nel campo di punizione PWE 335 per ordine del Disciplinary Training Center e come criminale di guerra chiuso in una gabbia due metri per due realizzata in legno e ferro, recintata da una pesante rete metallica, con un tetto di carta catramata e un pavimento cementato, esposto alle intemperie: bruciato dal sole, bagnato dalla pioggia, illuminato notte e giorno da grandi fari. Nel novembre del 1945 venne trasferito negli Stati Uniti e, senza che gli venisse fatto alcun processo, fu rinchiuso per dodici anni nei manicomi criminali di Howard Hall e St. Elisabeth a Washington «in una corsia senza finestre, le porte chiuse con i lucchetti, perché lì erano confinati i pazzi criminali...

PER INTERNATI DI GUERRA
1) A partire da adesso gli ufficiali americani non risponderanno alla resa degli onori col saluto da parte dei prigionieri di guerra
2) Rimane immutato per i prigionieri di guerra l'ordine di salutare gli ufficiali americani ed alla esecuzione di questo sarà badato severamente.
3) Il saluto in uso nell'esercito americano è un'espressione del saluto tra camerati sotto le armi. Ciò non è applicabile nel caso presente a causa delle relazioni delle truppe americane e i prigionieri di guerra.
4) Il saluto agli ufficiali americani da parte dei prigionieri di guerra viene ammesso come un riconoscimento naturale e un segno del rispetto nei riguardi dei capi delle forze armate alleate che hanno vinto la Germania in modo cosi totale. Il rifiuto di rispondere al saluto dimostra l'inferiorità dei prigionieri nell'occhio dei soldati americani. La ragione di questo fatto è da ricercarsi nelle gravi infrazioni al diritto di guerra e del sentimento umanitario che sono a vostro caricq come risulta dai seguenti esempi di crimini.
Il maltrattamento, la tortura e la sottrazione degli alimenti ai prigionieri di guerra alleati.
L'uccisione di prigionieri di guerra alleati.
L'uccisione in massa di civili.
Profanazione dei morti, perfino dei propri.
Icrimini succitati cadono tutti a vostro carico, senza considerare da chi furono ordinati ed eseguiti.
By command of Brigadier General Fry:
Official
RJ. McDride/S/IHB Colonel, G.S.C.
Martin H. Burckes. Chief of Staff
Lt. Col. A.G.D.
Adjutant General

Paracadutisti della "Folgore" : il terzo da destra nella prima fila e' il Comandante Edoardo Sala
«Salto dei pasti », «gabbia» e «palo » furono inflitti con massima severità nel PWE 337.
Mentre il «salto del pasto» debilitava sempre più gli organismi dei prigionieri sani e forti, per gli anziani, per i ragazzi e per coloro che. avevano malattie pregresse, come la terribile TBC, significava un avvicinamento precoce alla morte.
La detenzione nella «gabbia», per più giorni, pregiudicava a tal punto le capacità psichiche del punito che alcuni prigionieri dovettero essere internati nel Manicomio di Volterra.
Anche la punizione del «palo » era tremenda, ma fortunatamente si interrompeva al suono del silenzio.

Va anche tenuto presente che il far coricare sulla nuda terra, asciutta o bagnata che fosse, quelle migliaia di corpi seminudi e forniti di una sola coperta, era di per sé una punizione non lieve in aggiunta all'inumano trattamento della intera giornata. Fu così messo in chiaro che gli americani si servivano anche del sole, della pioggia e del freddo notturno, per praticare subdolamente la tortura, sempre in barba a quella famosa Convenzione.
Non impiccagioni o fucilazioni; la guerra era finita, ma non poteva esserci altro motivo per usare quei trattamenti, se non la sadica e nascosta volontà di far morire un buon numero di prigionieri, aiutati in ciò dai tedeschi collaboratori, che per essere austriaci, tirolesi o altoatesini, si consideravano nemici di sempre degli italiani.
Punizione era quella di lasciare, per giorni e giorni, prigionieri di ogni età febbricitanti, sotto quelle tendine che nelle notti di nebbia o quando pioveva colavano acqua consentendo alla pioggia di scorrerci sotto, bagnando il terreno, coperte e ammalati.
Punizione era quella di esibire, al di là dei reticolati, la ricchezza e l'opulenza del vincitore ad un nemico prostrato nel fisico dagli stenti e nel morale dalla tragedia abbattutasi sulla Patria sconfitta e per i destini incerti delle proprie famiglie coinvolte nel dramma della guerra civile.
Punizione era anche non far giungere ai prigionieri nèssuna notizia dall'esterno, di aver fatto loro comunicare un falso indirizzo e di proibire ai volenterosi di portare tra i fili spinati, soccorsi, aiuti e conforto.
Chi nella notte era costretto ad uscire da sotto la tenda per orinare, sfidando l'umido ed il freddo, provava la sensazione di essere in mezzo ad un vasto cimitero punteggiato dalle fiammelle tremolanti sulle tombe, sempre che la nebbia fittissima non nascondesse tutto.
Nel buio, quel silenzio tombale era rotto dal rumore dei treni, da qualche isolato colpo di arma da fuoco e da un tragico e disperato grido che si alzava dall'interno del campo: «Mamma.,, voglio morire ». Era quello un urlo disumano, una implorazione che si propagava sulle tende, sui reticolati, nelle orecchie di chi stentava a prendere sonno o di chi, ad occhi sbarrati o semichiusi era preda di incubi, mentre alcune voci rispondevano a quel grido: «... crepa... cupet... va' a morì ammazzato... te possino...Una raffica di spari prolungata, o una serie di colpi in lontananza, avvisavano di un tentativo di evasione o che i «cacciatori di uomini» erano al lavoro. Ad un buon numero di prigionieri capitò nel mese di giugno di essere chiamati al «Provost » con scarpe e coperta; furono consegnati loro viveri a secco per due giorni e. a piedi raggiunsero Pisa da dove, chiusi in carri bestiame, furono trasportati a Napoli per un probabile imbarco per l'Africa.
Con la fame arretrata che avevano, si mangiarono tutto ciò che avevano avuto, con la speranza che una volta giunti a Napoli ci sarebbe stato per loro un bel rancio sostanzioso. Invece, dopo il lungo e stressante viaggio, e arrivati a destinazione, non furono neanche fatti scendere dai vagoni, dove rimasero un giorno ed una notte. Poi, senza alcuna spiegazione, viaggio di ritorno a Pisa e di li, a piedi e sotto la canicola, stanchi, affamati e assetati, di nuovo a Coltano dentro il PWE 337
Successivamente ci fu un'altra partenza, ma quella volta, quando la colonna dei prigionieri giunse marciando alla stazione di Pisa, un contrordine li fece ritornare al campo, naturalmente senza mangiare!
Coltano era un immenso coacervo di corpi seminudi, colpiti dai raggi del sole dall'alba al tramonto, indeboliti nel fisico dalle scarse cibarie e dalle precarie condizioni igieniche e sanitarie, al di sotto dei limiti della dignità umana.
In quell'enorme ammasso di umanità, tutto ciò che nella comune vita civile di quel tempo veniva gelosamente o pietosamente tenuto nascosto, si rese palese via via che i giorni passavano.
C'erano gli epilettici che all'improvviso cadevano a terra dibattendosi pericolosamente fra le tende; i pedofili che, se sorpresi sul fatto, si prendevano una scarica di botte; gli omosessuali che, ritrovandosi fra quella numerosa compagnia di soli uomini seminudi, avevano il loro daffare.
Fra i tanti non mancavano i morfinomani che, privati di quanto loro necessitava, erano preda di crisi violente e depressive; così come i fumatori irriducibili i quali, in mancanza di tabacco, fumavano carta e fondi di caffè, procurandosi gravi disturbi anche mortali, oppure divenivano isterici nel vedere, al di là delle recinzioni, gli americani gettare a terra e pesticciare mezze sigarette, sadicamente gioiosi nel farsi osservare.
Inoltre, per iniziativa degli americani bianchi, neri o gialli che potevano avvicinare i prigionieri, prese avvio anche un piccolo «giro» di prostituzione.
«Se tu stare con me, io dare a te uno mila! »
Al posto di «uno mila», potevano esserci sigarette, cibo, o altra merce di scambio.
Oltre al danaro che già circolava nel campo, sfuggito alle requisizioni, quel tipo di prostituzione alimentò la moneta circolante
Chi poté conservare catenine d'oro, anelli, orologi o monili preziosi, li tramutò in soldi, dando Vita ad un vero e proprio mercato sommerso.
Umiliati dalla promiscuità furono in special modo gli anziani:
curvi, grigi, disfatti e grinzosi, vergognosi delle proprie nudità in un violento contrasto con tanta gioventù, moralmente non ancora avvilita. Con il trascorrere dei giorni, la vita del campo, salvo poche eccezioni, livellò bruscamente età e gradi; si sentirono offesi gli ufficiali superiori e i gerarchi famosi, ma davanti al pentolone della «pappina » non esistevano differenze.
Avviliti si sentirono i mutilati, gli invalidi, i ciechi; tra quelli senza le gambe c'era un ragazzo fiorentino che le aveva avute amputate sul fronte di Nettuno. Era solo un busto appoggiato per terra che doveva venir trasportato alla « conta» e alla latrina dai compagni di tenda che si erano presi cura di lui. I prigionieri falegnami dettero a tutti i claudicanti la possibilità di muoversi, costruendo carrettini, grucce e bastoni, e coloro che non
avevano più le braccia e gli occhi ebbero solidarietà e assistenza da tutti i compagni di prigionia dai quali non furono mai abbandonati.
Quelle erano le mortificazioni che ci colpivano di più poiché era difficile comprendere quell'accanirsi su degli uomini già duramente provati dalla sorte.
Non è da dimenticare quanto gli americani amassero provocarci per la grande fame che avevamo; più di una volta suonarono l'adunata ad ore strane del giorno e della notte per farci correre a prendere un bicchiere di tè o infuso di tiglio che fosse, certi che non avremmo rinunziato a nulla. Ridevano insieme ai tedeschi nel vederci nuovamente inquadrare sotto il sole o al buio, consapevoli della nostra difficoltà di entrare ed uscire velocemente dalle tende, dovendo anche aiutare i commilitoni in difficoltà.

Un incontro di pugilato tra i reticolati
Nessun segno di pietà e di umanità verso quei relitti umani che, soldati come loro, avevano il torto di essere stati vinti dopo quattro anni e mezzo di dura guerra.
Bene in vista, sulla facciata di una casa poderale qualcuno aveva tracciato con un pennello questa frase: «Meglio pecore al pascolo che leoni in gabbia».
Le malattie, la follia, la morte
Già da metà giugno era impossibile, a molti prigionieri giovani e vecchi, alzarsi e abbassarsi repentinamente senza rischiare di cadere a terra.
La denutrizione era causa di capogiri improvvisi, di collassi ipoglicemici e di autointossicazione per indigestione.
Bronchiti, pleuriti, polmoniti, blocchi cardio-renali, tbc, sifilide, postumi di ferite o di malattie antecedenti la prigionia, erano le malattie ricorrenti nel « campo», alle quali si aggiungevano gli incidenti di carattere traumatico, fratture, distorsioni, scottature, ecc.
I malati riconosciuti gravi, dopo alcuni giorni trascorsi sotto le tendine-infermerie dei Lager, coricati sulla nuda terra, venivano inviati al «lazaret», e quando le loro condizioni si facevano disperate, erano trasferiti al 990 Ospedale da Campo americano o in altri centri ospedalieri di Pisa o di Livorno, a disposizione degli Alleati.
Per coloro che divenivano folli, c'era l'internamento nel Manicomio di Volterra.
La morte, come già scritto, oltre che per malattia, poteva giungere inaspettata, anche per colpi di arma da fuoco.
Oltre ai fratelli Mario e Luciano Costagli e a Costanzo Lunardini, senza dubbio altre uccisioni di prigionieri avvennero nel «campo» e fuori, quasi sempre di notte.
Quelli colpiti dentro il Lager, magari sotto la tenda, venivano immediatamente trasportati al «lazaret», ma se successivamente erano trasferiti altrove oppure vi decedevano nessuno ne sapeva più nulla.
Esattamente come accadde per coloro che giunsero ai PWE morti, gravemente feriti o malati.
curato e nutrito in maniera più consistente, doppia « pappina» e un quarto di pan carré, fece regredire il male velocemente tanto da farmi temere un rapido ritorno all'« inferno »A qualche famiglia, venuta a conoscenza del luogo dove si trovava prigioniero il congiunto e, avvisata delle sue disperate condizioni di salute fu concesso, per intercessione di qualche potente personaggio, di portarlo a morire nella sua città di residenza.
Al mattino del 28 luglio, la conta si prolungò più del solito. Dopo circa quattro ore in posizione di «attenti» caddi pesantemente a terra in preda a vertigini e a tremiti fortissimi. Fui trasportato immediatamente nella piccola infermeria dove il medico mi somministrò dei sulfamidici e mi provvide anche di numerose coperte.
Ma dopo quattro giorni, constatando il perdurare della febbre altissima, e di un sopraggiunto stato confusionale, chiese ed ottenne il mio ricovero al «lazaret»
I medici tedeschi prigionieri, e quelli americani, si prodigavano con cortesia e gentilezza verso tutti i disgraziati che come me erano ricoverati sotto quelle grandi tende ombrose; Fui sottoposto ad analisi varie che rilevarono una grave pleurite ed un principio di insolazione.
Poter riposare sul telo di una brandina, riparato dal sole,
Il 9 e il 13 ricevetti due visite del babbo che dal Lager 7 era stato spostato al 6A a contatto con il «lazaret».
Grande gioia di entrambi, avendo la possibilità di parlare di tante nostre cose.
Quando fui pesato riscontrai che in trenta giorni di prigionia avevo perduto oltre quindici chilogrammi!
Il 23, con mio sommo rammarico e non perfettamente guarito, fui improvvisamente rimandato al Lager per far posto a chi stava peggio di me.
Mi era andata bene, poiché da quel « lazaret » solo in pochi ritornavano sotto le canadesi; infatti, durante la mia permanenza vidi molti prigionieri ridotti al lumicino pronti per essere inviati con ambulanze in altri luoghi. Ricordo quei poveretti che assistei quando, squassati da tosse ed emottisi, si raccomandavano di essere rimandati a morire a casa, consapevoli delle condizioni nelle quali si trovavano...
Sulla sorte di quegli infelici e su coloro che sparirono dal PWE 337, nessuno seppe più nulla, come difficilmente si potrà conoscere (quando...?) il numero dei deceduti o degli uccisi.
Ritornato al mio Lager, ritrovai i compagni di stenti costringendoli nuovamente all'incastro notturno e ripresi la misera vita del POW, organizzata dagli americani, bravi, buoni, civili e democratici.
Il giorno stesso perdetti il cucchiaio. Feci la dovuta domanda, ma non ci fu nulla da fare. Al Comando mi fu risposto che non ne avevano più... erano rimasti sprovvisti!
Non mi disperai. Trovai un filo di ferro e con il coperchio di una scatoletta, passatomi dalla cucina, in poco tempo ne costruì uno che, essendo meno fondo, mi consentì di far durare più a lungo la «pappina » nella gavetta.
In tutte le prigioni, civili o militari che siano, la fuga è e sarà sempre un desiderio umano ma al PWE 337, essendo già riusciti a fuggire durante i viaggi gli elementi più insofferenti, non avrebbero dovuto più esserci evasioni.
Caso mai potevano tentare la fuga coloro che 51 sentivano ingiustamente privati della libertà: partigiani, reduci dalla prigionia tedesca o i catturati per sbaglio dagli americani. Gli altri, molti dei quali erano scampati per un pelo alla fucilazione o al linciaggio, lì dentro, anche se stavano male, si sentivano protetti e non avevano, per il momento, nessun desiderio di ripetere certe esperienze spiacevoli; ma un giorno si diffuse la voce che gli americani avrebbero consegnato ai CLN alcuni prigionieri i cui nomi figuravano fra i ricercati e per i quali la fucilazione, una volta nelle loro mani; era cosa certa.
Dapprima ci furono i tentativi di fuga più ovvi: attendere la notte e tentare di passare, strisciando, sotto i reticolati aspettando che la coppia di sentinelle volgesse le spalle per compiere i 200 metri di percorso obbligato.
Alcuni avevano erroneamente valutato di avere tutto il tempo per attuare la fuga, ma l'impresa si dimostrò più complessa del previsto e parecchi furono sorpresi come mosche invischiate nella ragnatela.
Settembre fu per noi internati, relegati fra la polvere, il fango e i 1, fili spinati, il mese delle contraddizioni.
L’arrivo dei «fratelli italiani », il garrire del Tricolore, la comprensione dimostrataci dal colonnello Francesco Marinari, la corrispondenza con le famiglie, la possibilità di colloqui, e di ricevere aiuti alimentari e indumenti per rivestire le nostre nudità e ripararsi dai primi freddi, tutto contribuiva a farci credere che i giorni che ancora dovevamo passare nel PWE 337 in attesa della liberazione, sarebbero trascorsi in un clima diverso da quello dei mesi dolorosamente superati all'ombra della bandiera a stelle e strisce dei vincitori.
Quel volemose bene stava facendo sbiadire il ricordo delle angherie americane e la sadica disciplina impostaci dai nostri ex alleati.
Niente di più fallace!
Improvvisamente comprendemmo come fossimo caduti dalla padella nella brace.
Nonostante l'impegno personale profuso dal comandante del « campo» e dai suoi subalterni l'endemica disorganizzazione, che contraddistingue le italiche istituzioni, si dimostrò in tutta la sua cruda realtà.

Il S.Tenente Paracadutista, autore clandestino di tutte le fotografie scattate a Coltano
Dopo che lo zucchero ed il latte in polvere furono dirottati altrove, fu «alleggerito» anche il rancio; al posto delle verdure fresche furono cotte quelle liofilizzate, e più volte la distribuzione divenne unica.
Le malattie infettive. cominciarono a colpire i giovani, e dal «lazaret » ormai insufficiente, arrivavano notizie preoccupanti:
stavano esaurendosi i medicinali; non solo le specialità ma anche quelli di normalissimo uso. Da alcuni medici fu detto che se entro il 15 non arrivavano i rifornimenti, potevano chiudere bottega!
Quasi tutti avevamo i capelli strinati; a molti imbiancarono come accadde all'internato Giovanni Francioni. Sua madre, scorgendolo sotto il sole al di là dei reticolati credette di vederlo con un cappello bianco in testa!
Gli anziani e i vecchi facevano pena; taciturni e pensosi, la pelle avvizzita sulle ossa, i volti scuri e rugosi, la coperta sulle spalle, richiamavano alla mente gli indiani apaches...
I ragazzetti, abbrutiti da quella vita, denutriti e a mala pena coperti da qualche straccio, apparivano come figli di zingari questuanti per le vie delle città.
Se il nostro morale resse, se mantenemmo la disciplina, se non ci lasciammo prevaricare dagli istinti di rabbia e di ribellione, ciò fu dovuto alla nostra dignità di soldati che orgogliosamente conservammo.
Dal più vecchio fra i generali, alla giovane mascotte di 9 anni mutilato di una gamba, dimostrammo ai nostri «fratelli verdoni » come sapevano soffrire e anche morire coloro che si erano offerti alla Patria, sempre e ovunque, per la sua grandezza e la sua libertà. Chi non accettava quella triste realtà, erano coloro che con noi della RSI non avevano nulla a che spartire.
Partigiani, disertori e reduci dalla Germania non riuscirono a coinvolgerci nelle loro sguaiate proteste. Un ammutinamento ed una evasione in massa sarebbero stati anche possibili, ma quali conseguenze disastrose ne sarebbero seguite?
I nostri comandanti elevarono dignitose proteste, ma il povero colonnello Marinari, pur recependole si trovava davanti ad una situazione non prevista.
Il 12 settembre, dopo quattordici giorni dalla sua nomina a comandante del « campo» sollecitava il Ministero della Guerra affinché fossero impartite istruzioni: «per conoscere il trattamento che doveva usare verso gli internati e se costoro dovevano essere considerati come prigionieri di guerra o come detenuti politici ».
Il prefetto di Pisa, dott. Vincenzo Peruzzo, scrisse ai Ministeri degli Interni e della Guerra un drammatico appello chiedendo «come prefetto e come italiano un intervento immediato del governo per eliminare uno spettacolo triste, anzi tremendo...».
Sempre il 12 settembre il Ministero degli Interni (Direz. Gen. P.S.) si rivolse al Ministero della Guerra: «... urge che la posizione degli internati sia definita, non solo per stabilirne il trattamento, ma anche per dar modo ai familiari di avere notizie concrete circa la sorte dei loro congiunti. Vi sono genitori venuti dalla Venezia Giulia e dal Friuli che in quattro mesi non sono riusciti ad ottenere neanche un breve colloquio. Il nostro Governo finora è stato assente. Solo attraverso l'Arcivescovado di Pisa e la Croce Rossa Italiana, si è potuto ottenere qualche rarissimo scambio di messaggi fra internati e i loro familiari». Per il Ministro, ecc.
Per la verità la Croce Rossa Italiana nel PWE 337 non si fece mai vedere o sentire. Solo il CICR (Comité International de la Croix Rouge) e solo per una volta esattamente il 23 giugno 1945.
Grandissima confusione, massimo disinteresse: a Roma avevano ben altre faccende da sistemare!
Nell'euforia di riacquistata sovranità, il luogotenenziale governo o meglio ancora i ministri competenti, non valutarono appieno i motivi che avevano indotto gli americani a far fagotto e andarsene lieti di passare in altrui mano quella patata bollente rappresentata da 35.000 bocche da sfamare, altrettanti corpi da rivestire e calzare e, se non volevano che il PWE 337 divenisse un enorme « lazaret», l'impegno di dover costruire baraccamenti adeguati per affrontare il periodo autunnale e l'inverno.
Di come fosse stato mal valutato quel passaggio di giurisdizione, in special modo dal lato logistico-alimentare, se ne accorsero quando, contenti e felici di aver fra le mani un si cospicuo numero di fascisti da poter castigare a piacere, dovettero fare i conti con la realtà del momento.
È invalso, nella prosa del dopoguerra, accomunare la « liberazione » dal nazifascismo con la fine delle distruzioni e della fame.
Mentre per il primo termine nulla c'è da eccepire, essendo cessati i bombardamenti aerei, per la fine della fame il discorso è diverso. Il periodo della fame cessò solo per coloro che si misero al servizio degli Alleati, lavorando per loro prostituendosi. Per gli italiani in genere, mai la fame si fece sentire come nel 1945
È facile documentarsi di come essa giunse al culmine seguendo le truppe «liberatrici » che con le spoliazioni e l'imposizione della loro moneta di occupazione determinarono l'aumento vorticoso dell'inflazione e il già costoso mercato nero.
Anche i nuovi carcerieri, fiduciosi sempre nel famoso « stellone d'Italia», credevano che solo formalmente gli americani avessero abbandonato il PWE 337, Infatti essi erano accampati a due passi da lì, quindi in caso di bisogno sarebbe bastato chiedere, e loro sarebbero subito accorsi con carichi alimentari come da promesse.
Invece non fu così. I viveri per gli internati scarseggiarono sempre più, e i rifornimenti dai mercati di Pisa e Livorno non giunsero come sperato.
Il prefetto di Pisa non sapeva più a che santo votarsi, così il sindaco. Fu allora che il presidente del Comitato di Liberazione Nazionale pisano si rivolse direttamente al presidente del Consiglio Ferruccio Parri con questo accorato telegramma:
Questo CLN esaminata posizione campo concentramento Coltano recentemente trasferito autorità italiana; constatato che fra oltre trentamila persone ivi raccolte sono molti ragazzi et individui senza colpa accomunati con criminali fascisti, segnala urgenussima necessità discriminazione et smobilitazione. Urgenza viene aumentata dalla fondata previsione che avvicinandosi stagione piogge condizioni igieniche campo non possono rùenersi buone con pericolo anche cittadinanza pisana. Comitato preoccupasi inoltre deficienze rifornimenti alimentari provincia causa mantenimento campo et presenza Pisa moltissime famiglie di internati. Segnala infine pericolo sicurezza pubblica per eventuali manifestazioni scontento dentro et fuori campo.
presidente Tozzi
Dalla risposta a questo telegramma apparve chiaro come l'affare Coltano uscisse dalla competenza delle autorità militari per entrare in quella della politica.
14 settembre 1945 - Avv. Tozzi, presidente CLN Pisa. - 29306 Risposta suo telegramma 9 corrente, si è già disposto invio Ispettore Generale Pubblica Sicurezza per Campo di Coltano stop Provvedimenti sono in corso per ovviare necessità più urgenti stop confidasi anche collaborazione attiva cotesto comitato e cittadinanza. Ministro Parri.
Parri non si rivolgeva al prefetto, diretta emanazione del governo regio con specifica responsabilità su tutta la provincia, ma confidava nella collaborazione attiva del CLN e della cittadinanza, subito pronta all'obbedienza di quel Comitato che, con un occhio di riguardo verso il «popolo», faceva in modo di dirottare le poche derrate alimentari disponibili dalle pentole dei fascisti di Coltano a quelle più piccole, ma ben più importanti politicamente, dei cittadini pisani.
Che poi tra i fascisti ci fòssero anche circa 3500 tra partigiani, disertori ed ex internati in Germania, poco importava.
Quella spicciola filosofia non piacque certamente al patriota Eriberto Stoni che, presa carta e penna, inviò al Comitato di Liberazione Nazionale di Pisa la seguente lettera:
2 settembre 1945
Al Comitato di Liberazione Nazionale di Pisa
Sede
Egregi Signori,.
abbiamo saputo della venuta del presidente del Consiglio signor Ferruccio Parri, in questa città e vi rivolgiamo la preghiera di trasmettere al presidente del Consiglio la lettera acclusa. Sono dei Patrioti e dei disertori dell'esercito repubblichino da dieci mesi prigionieri di guerra che chiedono giustizia.
Dopo i mesi di prigionia, dopo le sofferenze morali e matenali della vita partigiana, non è giusta cosa che noi si sia oggi trattati alla stregua dei più feroci e pericolosi criminali fascisti.
E’ un problema di ricostruzione questo nostro che richiede una pronta risoluzione.
Noi soffriamo da dieci mesi.
Ringraziamenti e ossequi
Patriota Storti Eriberto
81-L-409383 Part. - 337 / 2
Pisa
Timbro del CLN di Pisa Prot. 4319/2-19-2 del 4 sett. 1945
Annotazione: ho consegnato l'allegato a Massetti Curzio. Si può quindi rispondere che è già stata consegnata a Parri.
Ma se Coltano piangeva, Pisa. certamente non rideva! La fame non risparmiava nessuno.
Dal «Nuovo Corriere» del 7 settembre 1945, potemmo sapere:
«Caro cronista, con la speranza che vorrai pubblicare.
«C'era una volta, come nelle favole, a Pisa, un Ufficio di Igiene che si occupava non solamente dell'andamento igienico della città, ma anche della sorveglianza dei generi commestibili che venivano messi in vendita nel mercato, ma ora ogni genere di vendita è lecita anche se è illecita.
«Non hai mai visto la distesa di cipolle che vengono messe ad asciugare al sole in piazza delle Vettovaglie?
« Hai visto per qualche mattina vendere le uova a 20 e 30 lire la coppia?
« Hai mai veduto vendere la marmellata nei più svariati recipienti, magari con tanto di marca "Cirio"?
«Hai visto vendere colli e zampe di pollo grondanti acqua? (E sai perché? Erano stati lavati, immagina, con acqua d'Arno!) Hai visto vendere la conserva di pomodoro di sapore e colore inqualificabile?
« Ebbene, tutta questa merce sai da dove proviene? Dagli scarichi che gli Alleati effettuano in prossimità di Luicchio, nelle ex cave di argilla per fare mattoni e che ora servono di scarico per tutte le immondizie che gli Alleati vi versano.
« Lasciamo ogni commento e giriamo la risposta a chi di competenza.
La cellula comunista ferroviaria».
N.d.R. - Con questa siamo alla seconda segnalazione ma i signori del Palazzo in tutt'altre faccende affaccendati non se ne danno per intesa. Attendiamo la terza segnalazione e poi provvederemo a farla pervenire a Roma.
Anche loro credevano che Roma…
Ma la fame è fame, e la gente di Pisa faceva la fila a Luicchio per arraffare qualche cosa da mangiare; tutta roba prelibata allora, che gli americani gettavano con la massima disinvoltura. Scatolette appena aperte, polli arrosto interi, scatole di pasta avanata, formaggio con i vermi, insomma tutto ciò che a loro non serviva più. I più disonesti, come si è letto, riciclavano e rivendevano, magari alle famiglie degli internati fascisti.
…..omissis…..
« Gli internati che ancora debbono essere ritirati dalle Ouesture e che si trovano a Laterina a loro disposizione sono 843... Le Questure sono già state informate da quella di Pisa e sarà opportuno che il ritiro avvenga con una certa sollecitudine per alleggerire il campo di ospiti che, temendo severe sanzioni nei propri confronti possono tentare la fuga e darsi alla macchia...».
L'Ispettore Generale di P.S. f/to Soldani Benzi
Il dott. Virgilio Soldani Benzi, nella sua scrupolosa relazione ometteva:
data, esonero e scarico completamente il Governo degli Stati Uniti, di e da ogni pretesa di qualsiasi natura e specie, che possa derivare dall'uso di queste proprietà dagli Stati Uniti, da chiunque dei suoi agenti oppure membri delle sue Forze Armate ».- che per tre o quattro volte nel «campo » di Coltano erano avvenuti prelevamenti di internati, non su ordini di cattura ma in base à riconoscimenti a vista, effettuati da partigiani armati senza che i CC.RR. di servizio si fossero opposti e che analogo prelevamento fu fatto dai partigiani di Sarzana, introdottisi armati nell'Arcivescovado nonostante le vivaci proteste di don Fusco e di mons. Barbieri vescovo ausiliario, il mattino del 22 ottobre 1945, come da lettera n. 08567 del 23 ottobre 1945, scritta dal prefetto di Pisa dott. Peruzzo al Ministero degli Interni - Gabinetto di sicurezza.
- che era stato sventato un tentativo di assalto al «campo »da pane di partigiani e loro simpatizzanti.
- che erano avvenuti lanci di sassi e pietre sui convogli diretti a Laterina.
- l'esatto numero degli internati che sarebbero stati ricoverati presso l'Ospedale Militare di Livorno e il numero dei deceduti.
- che corrispondeva a verità che un numeroso gruppo di internati liberati, inquadrati per quattro e sventolando il Tricolore aveva raggiunto Pisa cantando gli inni della Patria.
Il 17 dicembre 1945, l'Headquarters Livorno AMG, comunicò al First Battailon 92nd Engineer Regiment US. Army, l'ordine di smantellamento dei PWE 336,337,338, e con mandati di derequisizione firmati dai Lt. Col. F.A. Tasker Leighton E. e Lt. Col. F.A. Kinsey Charles E. datati 3 gennaio, il gennaio e 27 gennaio 1946, l'Engineer Service Peninsular Base-Section APO 782, restituì all'Opera Nazionale Combattenti le aree requisite Otto mesi prima.
Nel testo dei documenti è specificato chiaramente che:
«In considerazione del rilascio di questa proprietà, in questa
Il lavoro manuale fu eseguito dagli uomini del 4160 Btg. Fanteria, sotto la direzione del col. Alfredo Benedetti dei Genio Militare Italiano.
Il 12 novembre 1946, l'Opera Nazionale Combattenti, con lettera del direttore della «Tenuta di Coltano», n. 2653, rimetteva all'Ufficio del Genio Militare di Livorno la perizia definitiva déi danni subiti dalle aree requisite. I danni furono stimati in L.29.036.747, con aggiunta di L.1.000.000 per quelli subiti dai fabbricati.
Si chiudeva così, burocraticamente, la triste vicenda dei Campi di Concentramento USA in Toscana, che ben più di quel danaro costarono all'Italia e agli italiani sangue, sudore, malattie e morti!

Il Cimitero di guerra americano di Castelfiorentino, ora non più esistente, in una fotografia del 1948. Vi erano sepolti alcuni internati a Coltano (proprieta' Sig. Carlo Torri)

Il terreno che ospitò il campo di Coltano cosi' come si presenta oggi.