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Gianpaolo Pansa "LA GRANDE BUGIA".
Le sinistre italiane e il sangue dei vinti.
Sperling & Kupfer. 2006.
5 Miti da sfatare. La ricerca di legittimazione del PCI con la retorica
della Resistenza. Come leggere "La grande bugia" il nuovo saggio
di Giampaolo Pansa sulle verità taciute della guerra civile
Un libro "vergognoso, non revisionista ma falsario", "una
vergognosa operazione opportunista", "libro vergognoso di un
voltagabbana", "una cinica operazione editoriale": sono
solo quattro (rispettivamente di Aldo Aniasi, di Giorgio Bocca, di Liberazione
e di Sandro Curzi) delle decine e decine di definizioni ingiuriose piovute
sulla testa di Giampaolo Pansa quando pubblicò pochi anni fa Il
sangue dei vinti.
Che cosa gli rimproverava la sinistra più conservatrice e aggressiva,
quella, come lui la chiama, degli "uomini di marmo"? Semplicemente
di aver rotto il tabù delle migliaia di fascisti (o presunti tali,
o addirittura, in più di un caso, di antifascisti perfino) brutalmente
fatti fuori dai partigiani all'indomani del 25 aprile. Di avere smascherato
cioè La Grande Bugia, "il racconto per metà falso (...)
dilagato anno dopo anno in centinaia di libri, per migliaia e migliaia
di pagine", e diventato "un'immensa tomba destinata a seppellire
per sempre la verità della guerra civile italiana: quella stessa
Grande Bugia che dà il titolo al libro che Pansa ha appena mandato
in libreria (Sperling & Kupfer editori, pp. 469, e 18).
Si tratta in un certo senso del completamento del Sangue dei vinti.
Sia perché aggiunge nuovo materiale (nuovo perlomeno per il grande
pubblico) sui delitti efferati che dopo la Liberazione insanguinarono per
mesi alcune zone del Paese, tra l'altro con molte vittime svanite nel nulla
non essendosene mai più trovati i corpi (nella sola provincia di
Reggio Emilia la cifra oscilla intorno ai 130-140!); sia perché
in queste pagine Pansa cerca di spiegare le ragioni a suo avviso di quella
mattanza, e insieme il perché della furibonda volontà di
mantenere in piedi ancora oggi la menzogna di cui sopra.
Sulle ragioni della mattanza il nostro autore non ha dubbi. Si trattò
di "un'operazione pianificata messa in atto da veri e propri squadroni
della morte". Non si può attribuire alcun valore, insomma,
alla spiegazione / giustificazione avanzata mille volte da quando la verità
ha cominciato a farsi strada e che a un dipresso suona così: "Che
c'è da scandalizzarsi? Si sa, le guerre civili mica possono finire
d'un tratto. Esse si lasciano sempre dietro una scia di odi che dura a
lungo". Già, ma come spiegare allora - se lo è chiesto
per primo Paolo Mieli - il fatto che a questa, chiamiamola così,
vischiosità della guerra fossero sensibili solo i partigiani comunisti?
Non risulta neppure un caso, infatti, di un commando azionista, socialista
o cattolico, che settimane e settimane dopo la fine delle ostilità
si sia recato a casa di qualcuno o lo abbia aspettato dietro una siepe,
lasciandolo stecchito o facendone scomparire per sempre anche il cadavere.
Ripeto, neppure un caso: come mai?
Invece tutti i casi che conosciamo riguardano assassini commessi da
uomini delle formazioni comuniste ai danni di persone che seppure avevano
talvolta, ma solo talvolta, degli insignificanti trascorsi fascisti, si
segnalavano soprattutto per rappresentare posizioni politiche o di classe
potenzialmente ostili a quelle rappresentate allora dal Partito comunista.
A cominciare da esponenti anticomunisti dello stesso mondo partigiano,
come il popolarissimo comandante della divisione Cichero, Aldo Gastaldi,
detto Bisogno, ventiquattrenne ex sottotenente del Genio, che nella primavera
del '45, ci racconta Pansa, protesta sempre più duramente contro
l'egemonia del Pci nelle file delle bande nonché la sua strumentalizzazione
della Resistenza ("Un giorno - scrive - dovremo vergognarci di essere
scesi a Genova alla loro testa"), e alla fine trova la morte in un
"inverosimile incidente stradale" subito dopo la Liberazione.
Del tutto ragionevolmente a parere di chi scrive, Pansa è convinto
che i delitti riferibili ai membri delle formazioni comuniste non fossero
per nulla casuali, bensì che dietro di essi vi fosse un disegno
più o meno compiuto e consapevole di conquista del potere; perlomeno
che un tale disegno vi fosse in settori significativi del partito, specie
nel Nord, i quali non intendevano affatto la Resistenza come una guerra
contro nazisti e fascisti, ma soprattutto come una guerra di classe destinata
a sfociare in un regime socialista di tipo sovietico.
Dunque, l'immagine della Resistenza dominata dalla dimensione antifascista
e combaciante sostanzialmente con essa è la prima delle "leggende
da sfatare" che secondo l'autore costituiscono a loro volta la "Grande
Bugia" che la sinistra ha finito per far credere al Paese. Le altre
quattro sono: che la repubblica di Salò non abbia avuto una consistente
e convinta base di massa; di converso che la Resistenza sia stata davvero
una "lotta di popolo" con i contadini in particolare tutti schierati
con i partigiani; che non ci sia stata - come invece c'è stata,
e come! - una vasta "zona grigia" di attendisti, e infine è
pure un'assoluta leggenda, secondo Pansa, quella che continua a chiamarsi
"l'unità politica della Resistenza". La quale fu invece
attraversata da rivalità e contrapposizioni anche feroci: "Tutti
diffidavano di tutti, leggiamo, i comunisti volevano imporre la loro supremazia.
E quasi sempre ci riuscivano. Gli altri si difendevano con durezza. Il
braccio di ferro è stato continuo, senza pause. E spesso si è
lasciato alle spalle dei morti. Ossia partigiani uccisi da partigiani".
Pur essendo sempre stato e continuando ad essere un uomo di sinistra, Pansa
non esita a definire l'antifascismo della vulgata storica alimentata dalla
sinistra con le leggende ora dette una "ideologia proterva".
Ideologia che per mantenersi in vita è ricorsa sempre più
spesso negli ultimi anni ad uno strumento in particolare (di cui il nostro
autore ha fatto le spese come pochi altri): l'accusa di "revisionismo",
"un'arma contundente" usata senza scrupolo contro chiunque rifiutasse
di credere alla "Grande Bugia".
Ma perché, ci si può chiedere, la sinistra si è
trovata costretta a dover "campare di antifascismo", come scrive
icasticamente Pansa: dell'antifascismo di una vulgata così bugiarda?
a puntare su una costruzione ideologico- retorica così priva di
basi reali? La sua risposta è che ciò è dipeso in
parte dall'arroganza della sinistra stessa, congenitamente incapace di
riconoscere i propri torti, ma soprattutto dal suo rifiuto di tenere nel
minimo conto le ragioni degli "altri", dei fascisti, e dunque
dalla conseguente necessità di operare una costante manipolazione
/ negazione dei fatti al fine di nascondere la verità. Personalmente
spingerei lo sguardo più lontano. Sono convinto, infatti, che l'origine
prima della vulgata resistenzial-antifascista sia stato (oltre l'ovvia
necessità di nascondere lo sporco sotto il tappeto) il tante volte
sottolineato bisogno del Partito comunista di trovare una legittimazione
nella nascente democrazia italiana che la sua natura totalitaria gli negava.
Grazie all'egemonia culturale questo orientamento ha fondato un vero
e proprio luogo comune, un topos storiografico, a cui hanno supinamente
acceduto tanti altri, che oggi tuttavia, credo, viene difeso con aggressività
smisurata per una ragione diversa da quella originaria.
In realtà l'antirevisionismo odierno, infatti, rappresenta un
momento essenziale della battaglia della sinistra per continuare a pensare
se stessa come detentrice del monopolio del Bene. Ma solo se trova ogni
volta qualcuno da dipingere come portabandiera del male, la sinistra, nata
storicamente all'insegna di un forte rapporto con esigenze di tipo etico,
continua a poter nutrire la sua illusoria certezza di essere buona o comunque
migliore in modo sostanziale dei propri avversari. Cattivo è ovviamente
chiunque non condivida il suo pensiero medio, i suoi pregiudizi e i suoi
tabù, e siccome il fascismo è altrettanto ovviamente il prototipo
del male, ecco perché - specie in anni in cui lo sgretolamento ideologico
ha reso sempre più scarsi i nemici reperibili sul mercato interno
(con la fortunata eccezione di Berlusconi) - ecco perché i "revisionisti"
vengono automaticamente qualificati come "fascisti" più
o meno mascherati, comunque dei poco di buono in qualche modo collusi con
il potere cattivo.
Anche così, anche con questi metodi, si è costruita quell'egemonia
il cui successo consolidatosi negli anni spiega perché - come scrive
Pansa, che l'ha imparato a proprie spese - nello scontro polemico è
sempre meglio avere per nemica la destra piuttosto che la sinistra (...)
La destra ha poche armi, pochi giornali, poche case editrici. Pochi clan
intellettuali che contano. (...) La sinistra, invece, possiede tutto ciò
che manca alla destra: una capacità di fuoco capace di stroncare
chiunque". Soprattutto, nella guerra per la memoria del Paese essa
ha dalla sua la stragrande maggioranza della storiografia accademica. La
quale, non per nulla, a suo tempo è scesa massicciamente in campo
contro Il sangue dei vinti e il suo autore. Ricorrendo alle più
svariate motivazioni: da quella pregna di boria professorale che i libri
di Pansa "non sono libri di uno storico" (Angelo D'Orsi: come
se contasse questo e non già la verità delle cose dette),
a quella di fornire "benzina per nuove molotov contro l'antifascismo
e la Resistenza" (sempre D'Orsi), a quella di scrivere al solo scopo
di "suscitare orrore e ripugnanza" (Giovanni De Luna), all'accusa
di avere indebitamente alimentato "il piagnisteo sul sangue dei vinti"
(Sergio Luzzatto).
La sinistra di tradizione comunista o che in essa è confluita
cerca insomma di difendere a tutti i costi l'idea che il binomio antifascista-
Resistenza (ivi inclusa l'analisi storica di entrambi) debba essere una
sorta di suo appannaggio personale in quanto parte della sua specifica
identità e - essa vorrebbe far credere - solo della sua. Ma per
fortuna non è così. In quanto espressione e impegno per la
libertà, antifascismo e Resistenza sono conseguenza naturale di
ogni fede democratica e non sopportano né pudori né clericalismi
ideologici di alcun tipo. Contribuisce davvero a rafforzare quella fede
perciò non chi si straccia le vesti sui suoi supposti dogmi, ma
quelle personalità libere, come è appunto Giampaolo Pansa:
un giornalista, sì un semplice giornalista (e sono sicuro che a
lui piace essere definito solo così), che tuttavia, per restituire
agli Italiani la verità sul loro passato ha fatto molto, molto di
più di tanti storici di professione.
IL CORRIERE DELLA SERA Quotidiano 4 Ottobre 2006. Ernesto Galli
della Loggia
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Il mio lungo viaggio nella grande bugia. Giampaolo Pansa
apre un nuovo capitolo sulla Liberazione mai raccontata. Chiamando in causa
i sacerdoti dell'antifascismo duro e puro. E replicando senza sconti ai
furbetti del quartierino antifascista
Scritto nel fuoco delle polemiche che, a partire dal Sangue
dei vinti di tre anni fa, hanno accompagnato i libri di Giampaolo Pansa,
La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti (Sperling&Kupfer)
racconta in presa diretta come ancora funzioni quel meccanismo di rimozione
politica della storia che Renzo De Felice ha identificato nel concetto
di "vulgata".
Lo scandalo forsennato che ha accompagnato lo straordinario successo
editoriale trova una ragione obiettiva nella stessa figura professionale
di Pansa: giornalista, prima di tutto grande cronista, poi saggista e narratore
profondamente ancorato alla cultura di sinistra. Proprio alla storia della
Resistenza fra Genova e il Po ha dedicato i suoi primi studi sotto la guida
di due miti della storiografia resistenziale come Alessandro Galante e
Guido Quazza. Perché è proprio dalla cultura di sinistra
che la cronaca storica di Pansa è stata sottoposta a una sorta di
linciaggio morale.
E i sacerdoti del linciaggio, in questo libro, sono affrontati a uno
a uno a viso aperto. Ci sono gli "esorcisti" della vulgata, storici
cattedratici perlopiù, da Angelo D'Orsi a Giovanni De Luna, da Nicola
Tranfaglia a Sergio Luzzatto, icasticamente rappresentato come il "signor
ghigliottina". Poi ci sono i depositari della memoria politica, da
Aldo Aniasi ad Armando Cossutta; gli opinionisti, da Mario Pirani a Furio
Colombo, da Riccardo Chiaberge a Bruno Gravagnuolo… Ma è soprattutto
contro le polemiche di Giorgio Bocca, "l'uomo di Cuneo", e del
"Compagno Kojak", Sandro Curzi che Pansa esercita il suo diritto
alla difesa, contrattaccando senza quartiere.
Pansa, cosa è "La grande bugia"? Il mio rammarico
è che manchi un capitolo che non ho fatto in tempo a scrivere: quello
dove il Partito dei comunisti italiani di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo
dà del revisionista nientemeno che a Fausto Bertinotti. Colpevole
di aver accettato l'invito di Gianfranco Fini a partecipare a un incontro
con i giovani di Alleanza nazionale. Siamo arrivati a quel che avevo previsto:
allo sbranatevi, compagni! Posso ridere soddisfatto? Sì, rido. Perché
La grande bugia? Un amico mi ha detto: accidenti, scrivi ancora un libro
su una storia vecchia di sessant'anni. La mia risposta è che la
Resistenza è ancora il bastione evocativo più forte delle
tante storie di sinistra, l'unica che li tiene insieme. Oggi, nel Duemila
e passa, la Resistenza viene evocata di continuo contro il centrodestra,
contro la revisione costituzionale, contro chi non vuole la pace senza
se e senza ma. Insomma, non siamo di fronte a un residuato bellico. E le
sinistre che lamentano sempre l'uso politico della storia sono le prime
a commettere quell'abuso che attribuiscono agli avversari. Ma se è
così, se la Resistenza vive nei nostri giorni, allora raccontiamola
giusta senza la crosta bugiarda che l'avvolge.
All'inizio del suo libro si legge che "in Italia la sinistra non
esiste più", tante sono ormai le sinistre, spesso in conflitto.
Ora dopo il viaggio all'interno della "Grande bugia", con quale
sinistra si sente a suo agio? Con nessuna di quelle esistenti. Il 9 aprile
ho ancora votato per una di loro. Ma mi scopro, sempre di più, un
italiano insoddisfatto di tutti i partiti. Una specie di anarchico individualista.
Perché raccontare fino in fondo l'Italia uscita malridotta e
moralmente ferita dalla guerra civile viene automaticamente interpretato
come una mala azione per riabilitare il fascismo? La pensa così
una minoranza che si va riducendo anno dopo anno. Essa pretende di rappresentare
l'antifascismo, ma è una pretesa senza fondamento. Essere antifascisti
significa soprattutto amare la verità, non truccare le carte della
storia, rifiutare le bugie grandi e piccole. E accettare che non tutti
la vedano come la vedi tu. È possibile questa revisione, oggi in
Italia? Sono pessimista. E questo libro spiega il perché.
Cossiga, in polemica con lei, ha sostenuto che non si può ricostruire
il tessuto morale di un paese senza ricorrere al "mito", all'uso
politico della storia. In questo ha torto. C'è un solo mito di cui
tutte le nazioni hanno bisogno: la libertà. La tua e quella degli
altri.
Lei se la prende con lo storico Angelo D'Orsi, per avere stilato per
"Micromega" la lista, un elenco dettagliato dei reprobi del revisionismo,
equiparato al nuovo fascismo, come fosse una lista di proscrizione: da
Mieli a Battista, da Romano a Sabbatucci... Mi sono limitato a ribattere
a chi mi aggredisce. Non cerco mai la polemica. Ma se ho buone ragioni
per farla, non mi sottraggo. Alcuni signori mi hanno bacchettato sui giornali
o alla tv, spesso con insistenza e asprezza. Avevo il diritto di bacchettarli
a mia volta. È un diritto che ho esercitato con piacere e in allegria.
Anzi, per dirla tutta, ci ho provato gusto.
Ma "La grande bugia" continua? Lei fa un esempio destinato
a sollevare nuove perplessità: nel capitolo "Partigiano Ovidio"
chiama in causa il silenzio storiografico che circonda ancora quel capitolo
del terrorismo italiano legato al delitto del commissario Luigi Calabresi.
Non ce l'ho con Ovidio Bompressi, il "partigiano Ovidio", condannato
per l'omicidio del commissario. Ma con l'Anpi, l'Associazione nazionale
dei partigiani italiani, che ha sentito il bisogno di festeggiarlo per
la grazia, giusta, ricevuta dal presidente Giorgio Napolitano. E con la
polemica sul sangue dei vinti l'Anpi c'entra, eccome! Lo dico io che ritengo
la Resistenza la mia patria morale. Il cuore di questo libro sono le leggende
da sfatare e le verità da ristabilire. Esempi? Le intenzioni golpiste
del Pci nel triennio del dopoguerra: voleva che l'Italia diventasse una
democrazia popolare come quelle dell'Europa dell'Est. Se avessero prevalso,
ci saremmo trasformati in un'Ungheria mediterranea, con la dittatura comunista,
la polizia segreta, le torture, le fucilazioni.
C'è nel libro una certa attenzione benevola per la cultura di
destra. Per esempio nell'intervista a Giuseppe Parlato, storico di rango,
ultimo allievo di De Felice, che sta per pubblicare "Fascisti senza
Mussolini", attento studio sulla nascita della destra politica nel
dopoguerra. Ma anche per la storia di Giorgio Pisanò, la cui natura
ideologica e politica mi sembra poco illuminata. Come la mettiamo? Ho cercato
Giuseppe Parlato e Paolo Pisanò, fratello di Giorgio, perché
mi raccontassero la loro storia. Ho trovato due testimoni molto convincenti
e di grande interesse. Anche le critiche di Parlato alla storiografia di
destra mi hanno convinto che ho fatto bene a incontrarlo. Dargli la parola
non vuol dire condividere quello che hanno scritto. Però mi piacerebbe
che anche qualche storico di sinistra avesse la stessa franchezza di Parlato
nei confronti della propria parrocchia.
PANORAMA Settimanale del 29 9 2006. Pasquale Chessa
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Paolo Crippa I REPARTI CORAZZATI DELLA REPUBBLICA
SOCIALE ITALIANA 1943/1945
20,00 euro. MARVIA 2006 Edizioni Casella postale 27 27058 Voghera (PV)
marviaedizioni@marvia.it www.marvia.it
Il volume prende vita dopo circa due anni di ricerche svolte con l'obiettivo
di raccogliere e sintetizzare in un unico testo la storia delle unità
corazzate della RSI. Nella stesura del libro l'autore si è avvalso
della collaborazione di numerosi reduci dei reparti, che si sono prestati
a fornire testimonianze di prima mano. Lo studio prende in esame
i reparti corazzati veri e propri (San Giusto, Leoncello, Leonessa e Gruppo
Esplorante del RAP), descrivendone la storia l?organizzazione e le dotazioni
di mezzi, con note sull?uniformologia e sull?araldica dei mezzi. Un capitolo
tratta anche tutte le altre unità che utilizzarono piccoli gruppi
di mezzi blindati, di tutte le Forze Armate della Repubblica Sociale. Il
volume consta di 120 pagine, con 80 fotografie in bianco e nero, alcune
delle quali inedite, organigrammi, tavole di fregi e distintivi, tavole
dei contrassegni dei mezzi (riprese a colori in quarta di copertina).
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La RSI ha rappresentato uno dei periodi più controversi della
nostra storia recente, forse in nessun periodo storico il popolo italiano
è stato così diviso come tra l'estate del '43 e la primavera
del '45, esercito del sud e forze armate di salò si trovarono a
battersi su fronti opposti e con opposte fortune, ingiusto sarebbe dimenticare
coloro che animati da un sincero ideale abbracciarono la causa della parte
cosiddetta "perdente". Alle forze armate della repubblica
si Salò, ed in particolare ai suoi reparti corazzati è dedicato
questo ad opera di Paolo Crippa, edito dalla Marvia edizioni. Il
volume abbraccia tutto il perodo di Salò, dalla difficile rinascita
dopo l'8 settembre fino al 25 aprile ed è davvero una miniera
di informazioni, ricchissimo di fotografie ( alcune veramente pregevoli
e di sicura ispirazione per i modellisti ) sia di mezzi in azione (bellissimo
il carro M semidistrutto da una mina) che in parate o sfilate, organigrammi,
araldica, storia dei reparti divisi per arma di appartenenza, esercito
nazionale repubblicano, GNR, brigate nere, marina, fino alle formazioni
dislocate all' estero ( creta, rodi, ucraina, germania) fino al tentativo
di assemblare un reparto corazzato da impiegare al fronte contro agli alleati,
infine una piccola sezione è dedicata anche ai mezzi che il 25 aprile
1945 finirono in mani partigiane nelle battaglie finali. Praticamente
sterminata infine, la bibliografia posta in fondo al volume, un vero tesoro
per chi volesse saperne di più. Insomma il libro in questione
appare da subito come l'opera di un appassionato che racconta la storia
e lo fa con cognizione di causa, onestà e dedizione, qualità
forse troppo rare nel mondo di oggi, e che ci è piaciuto riscoprire
in questo volume, adatto sia ai modellisti ( bellissime alcune modifiche
“campali” ad esempio su autocarri o automobili ) che agli appassionati
di storia della nostra nazione.
Flavio Mazzacurati. http://www.zimmerit.com/main/pagineweb/Recensioni/i_reparti_corazzati.htm
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