RECENSIONI DI LIBRI SULLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA - 2006

 
    Tema di queste recensioni è la Repubblica Sociale Italiana. Le recensioni, inizialmente riprese soprattutto dal mensile NUOVO FRONTE di Trieste, sono poi state integrate anche con altre di diversa fonte, ivi compresa -talvolta- le presentazioni di copertina. Quando si è potuto abbiamo aggiunto le immagini delle copertine e queste sono state proposte, in attesa di recensione che non abbiamo, anche per libri che a nostro avviso potevano rientrare in questo soggetto.
    Si fa presente che il criterio di scelta è stato molto ampio. Talvolta trattasi anche di libri che trattano solo marginalmentre di RSI  (per esempio: foibe etc.) o di argomenti che, per vicende storiche, in qualche modo sono con la RSI connessi (per esempio: novità importanti anche sul ventennio fascista.
    Si è rinunciato a riportare per ogni libro le notizie da CATALOGO IN RETE OPAC , perchè troppo impegnativo e inattuale col tempo a causa di eventuali nuove acquisizioni da parte delle Biblioteche. Perciò si riporta speso il link al CATALOGO IN RETE OPAC dove facilmente ognuno potrà, se il titolo è presente, trarne le notizie in merito al reperimento sul territorio nazionale e, immettendo nela stringa dedicata al Soggetto le parole "Repubblica Sociale Italiana" si potranno reperire eventuali titoli non presenti nelle nostre recensioni.
ULTERIORI TITOLI SI POSSONO OTTENERE RICERCANDO IN OPAC CON LE PAROLE REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA OPPURE CON LE PAROLE 1943-1945 (O ALTRO) NEL CAMPO "TUTTI I CAMPI". SE SI VOGLIONO I TITOLI COMPLETI USARE LA VARIANTE SUTROS INVECE CHE ISBD. 
    Poichè molti titoli sono sprovvisti di recensione saremo grati al lettore che vorrà collaborare inviandoci eventuale recensione di terzi (completa di fonte) o anche propria recensione accompagnando l'invio con proprio nome o pseudonimo.


 
 


Alessio Aschelter INTRANSIGENTI E MODERATI A SALO'. I casi di Borsani e Farinacci
Le Testa di Ferro (Societrà Editrice Barbarossa). 2006
Da ora La Testa di Ferro non è solo una libreria non conforme ma anche una collana di libri all'interno della Società Editrice Barbarossa. Il primo titolo della collana sarà "Intransigenti e moderati a Salò: i casi di Borsani e Farinacci", di Alessio Aschelter.
Dalla quarta di copertina: "Indagare sul giornalismo saloino, significa immergersi in un mondo eterogeneo, conflittuale, dove l'invettiva nei confronti di coloro che sono schierati sotto le medesime insegne, non è meno feroce dell'anatema scagliato contro chi rappresenta la propaganda nemica. Ecco allora emergere una realtà non più monolitica, come lascia intendere in modo colpevolmente sbrigativo certa storiografia ufficiale, ma uno spaccato dove le divergenze sormontano le pur essenziali affinità.  Comparando le linee editoriali sostenute da Regime Fascista e da La Repubblica Fascista, si apre uno squarcio sulle diverse sensibilità, mentalità e strategie che hanno mosso le esperienze maturate dai direttori delle testate esaminate. Da una parte Farinacci, portabandiera dell'intransigentismo fascista, ritiene che il compito prioritario riposi nella necessità di rispondere agli agguati partigiani sostenuti dall'invasione angloamericana, dall'altra Borsani auspica la concordia nazionale con il fronte antifascista non comunista, da elaborare sul comune terreno anticapitalistico. L'inconciliabilità delle tesi assunte dall'ex ras di Cremona e dal cieco di guerra sconfina in una fatale polemica che induce il ministro Mezzasoma a reintrodurre, malgrado  la sua iniziale contrarietà, la censura preventiva. Il giro di vite imposto dal Dicastero della Cultura popolare, porta ad allontanare Borsani dalla direzione della sua creatura giornalistica. Di lì a poco, i protagonisti di quelle convulse vicende, saranno accomunati, nei giorni dell'insurrezione partigiana, da un identico quanto tragico destino."
"Alessio Aschelter. Romano, laureato in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi Roma Tre, discute una tesi dalla quale prende corpo questo volume. Già collaboratore de "Il Corriere laziale" e di "OCCIDENTALE", attualmente lavora presso il Consiglio regionale del Lazio."
La Testa di Ferro via S.Martino ai Monti 59 00184 Roma 
Gianpaolo Pansa "LA GRANDE BUGIA". Le sinistre italiane e il sangue dei vinti.
Sperling & Kupfer. 2006.
5 Miti da sfatare. La ricerca di legittimazione del PCI con la retorica della Resistenza. Come leggere "La grande bugia" il nuovo saggio di Giampaolo Pansa sulle verità taciute della guerra civile
Un libro "vergognoso, non revisionista ma falsario", "una vergognosa operazione opportunista", "libro vergognoso di un voltagabbana", "una cinica operazione editoriale": sono solo quattro (rispettivamente di Aldo Aniasi, di Giorgio Bocca, di Liberazione e di Sandro Curzi) delle decine e decine di definizioni ingiuriose piovute sulla testa di Giampaolo Pansa quando pubblicò pochi anni fa Il sangue dei vinti.
Che cosa gli rimproverava la sinistra più conservatrice e aggressiva, quella, come lui la chiama, degli "uomini di marmo"? Semplicemente di aver rotto il tabù delle migliaia di fascisti (o presunti tali, o addirittura, in più di un caso, di antifascisti perfino) brutalmente fatti fuori dai partigiani all'indomani del 25 aprile. Di avere smascherato cioè La Grande Bugia, "il racconto per metà falso (...) dilagato anno dopo anno in centinaia di libri, per migliaia e migliaia di pagine", e diventato "un'immensa tomba destinata a seppellire per sempre la verità della guerra civile italiana: quella stessa Grande Bugia che dà il titolo al libro che Pansa ha appena mandato in libreria (Sperling & Kupfer editori, pp. 469, e 18).
Si tratta in un certo senso del completamento del Sangue dei vinti. Sia perché aggiunge nuovo materiale (nuovo perlomeno per il grande pubblico) sui delitti efferati che dopo la Liberazione insanguinarono per mesi alcune zone del Paese, tra l'altro con molte vittime svanite nel nulla non essendosene mai più trovati i corpi (nella sola provincia di Reggio Emilia la cifra oscilla intorno ai 130-140!); sia perché in queste pagine Pansa cerca di spiegare le ragioni a suo avviso di quella mattanza, e insieme il perché della furibonda volontà di mantenere in piedi ancora oggi la menzogna di cui sopra.
Sulle ragioni della mattanza il nostro autore non ha dubbi. Si trattò di "un'operazione pianificata messa in atto da veri e propri squadroni della morte". Non si può attribuire alcun valore, insomma, alla spiegazione / giustificazione avanzata mille volte da quando la verità ha cominciato a farsi strada e che a un dipresso suona così: "Che c'è da scandalizzarsi? Si sa, le guerre civili mica possono finire d'un tratto. Esse si lasciano sempre dietro una scia di odi che dura a lungo". Già, ma come spiegare allora - se lo è chiesto per primo Paolo Mieli - il fatto che a questa, chiamiamola così, vischiosità della guerra fossero sensibili solo i partigiani comunisti? Non risulta neppure un caso, infatti, di un commando azionista, socialista o cattolico, che settimane e settimane dopo la fine delle ostilità si sia recato a casa di qualcuno o lo abbia aspettato dietro una siepe, lasciandolo stecchito o facendone scomparire per sempre anche il cadavere. Ripeto, neppure un caso: come mai?
Invece tutti i casi che conosciamo riguardano assassini commessi da uomini delle formazioni comuniste ai danni di persone che seppure avevano talvolta, ma solo talvolta, degli insignificanti trascorsi fascisti, si segnalavano soprattutto per rappresentare posizioni politiche o di classe potenzialmente ostili a quelle rappresentate allora dal Partito comunista. A cominciare da esponenti anticomunisti dello stesso mondo partigiano, come il popolarissimo comandante della divisione Cichero, Aldo Gastaldi, detto Bisogno, ventiquattrenne ex sottotenente del Genio, che nella primavera del '45, ci racconta Pansa, protesta sempre più duramente contro l'egemonia del Pci nelle file delle bande nonché la sua strumentalizzazione della Resistenza ("Un giorno - scrive - dovremo vergognarci di essere scesi a Genova alla loro testa"), e alla fine trova la morte in un "inverosimile incidente stradale" subito dopo la Liberazione.
Del tutto ragionevolmente a parere di chi scrive, Pansa è convinto che i delitti riferibili ai membri delle formazioni comuniste non fossero per nulla casuali, bensì che dietro di essi vi fosse un disegno più o meno compiuto e consapevole di conquista del potere; perlomeno che un tale disegno vi fosse in settori significativi del partito, specie nel Nord, i quali non intendevano affatto la Resistenza come una guerra contro nazisti e fascisti, ma soprattutto come una guerra di classe destinata a sfociare in un regime socialista di tipo sovietico.
Dunque, l'immagine della Resistenza dominata dalla dimensione antifascista e combaciante sostanzialmente con essa è la prima delle "leggende da sfatare" che secondo l'autore costituiscono a loro volta la "Grande Bugia" che la sinistra ha finito per far credere al Paese. Le altre quattro sono: che la repubblica di Salò non abbia avuto una consistente e convinta base di massa; di converso che la Resistenza sia stata davvero una "lotta di popolo" con i contadini in particolare tutti schierati con i partigiani; che non ci sia stata - come invece c'è stata, e come! - una vasta "zona grigia" di attendisti, e infine è pure un'assoluta leggenda, secondo Pansa, quella che continua a chiamarsi "l'unità politica della Resistenza". La quale fu invece attraversata da rivalità e contrapposizioni anche feroci: "Tutti diffidavano di tutti, leggiamo, i comunisti volevano imporre la loro supremazia. E quasi sempre ci riuscivano. Gli altri si difendevano con durezza. Il braccio di ferro è stato continuo, senza pause. E spesso si è lasciato alle spalle dei morti. Ossia partigiani uccisi da partigiani". Pur essendo sempre stato e continuando ad essere un uomo di sinistra, Pansa non esita a definire l'antifascismo della vulgata storica alimentata dalla sinistra con le leggende ora dette una "ideologia proterva". Ideologia che per mantenersi in vita è ricorsa sempre più spesso negli ultimi anni ad uno strumento in particolare (di cui il nostro autore ha fatto le spese come pochi altri): l'accusa di "revisionismo", "un'arma contundente" usata senza scrupolo contro chiunque rifiutasse di credere alla "Grande Bugia".
Ma perché, ci si può chiedere, la sinistra si è trovata costretta a dover "campare di antifascismo", come scrive icasticamente Pansa: dell'antifascismo di una vulgata così bugiarda? a puntare su una costruzione ideologico- retorica così priva di basi reali? La sua risposta è che ciò è dipeso in parte dall'arroganza della sinistra stessa, congenitamente incapace di riconoscere i propri torti, ma soprattutto dal suo rifiuto di tenere nel minimo conto le ragioni degli "altri", dei fascisti, e dunque dalla conseguente necessità di operare una costante manipolazione / negazione dei fatti al fine di nascondere la verità. Personalmente spingerei lo sguardo più lontano. Sono convinto, infatti, che l'origine prima della vulgata resistenzial-antifascista sia stato (oltre l'ovvia necessità di nascondere lo sporco sotto il tappeto) il tante volte sottolineato bisogno del Partito comunista di trovare una legittimazione nella nascente democrazia italiana che la sua natura totalitaria gli negava.
Grazie all'egemonia culturale questo orientamento ha fondato un vero e proprio luogo comune, un topos storiografico, a cui hanno supinamente acceduto tanti altri, che oggi tuttavia, credo, viene difeso con aggressività smisurata per una ragione diversa da quella originaria.
In realtà l'antirevisionismo odierno, infatti, rappresenta un momento essenziale della battaglia della sinistra per continuare a pensare se stessa come detentrice del monopolio del Bene. Ma solo se trova ogni volta qualcuno da dipingere come portabandiera del male, la sinistra, nata storicamente all'insegna di un forte rapporto con esigenze di tipo etico, continua a poter nutrire la sua illusoria certezza di essere buona o comunque migliore in modo sostanziale dei propri avversari. Cattivo è ovviamente chiunque non condivida il suo pensiero medio, i suoi pregiudizi e i suoi tabù, e siccome il fascismo è altrettanto ovviamente il prototipo del male, ecco perché - specie in anni in cui lo sgretolamento ideologico ha reso sempre più scarsi i nemici reperibili sul mercato interno (con la fortunata eccezione di Berlusconi) - ecco perché i "revisionisti" vengono automaticamente qualificati come "fascisti" più o meno mascherati, comunque dei poco di buono in qualche modo collusi con il potere cattivo.
Anche così, anche con questi metodi, si è costruita quell'egemonia il cui successo consolidatosi negli anni spiega perché - come scrive Pansa, che l'ha imparato a proprie spese - nello scontro polemico è sempre meglio avere per nemica la destra piuttosto che la sinistra (...) La destra ha poche armi, pochi giornali, poche case editrici. Pochi clan intellettuali che contano. (...) La sinistra, invece, possiede tutto ciò che manca alla destra: una capacità di fuoco capace di stroncare chiunque". Soprattutto, nella guerra per la memoria del Paese essa ha dalla sua la stragrande maggioranza della storiografia accademica. La quale, non per nulla, a suo tempo è scesa massicciamente in campo contro Il sangue dei vinti e il suo autore. Ricorrendo alle più svariate motivazioni: da quella pregna di boria professorale che i libri di Pansa "non sono libri di uno storico" (Angelo D'Orsi: come se contasse questo e non già la verità delle cose dette), a quella di fornire "benzina per nuove molotov contro l'antifascismo e la Resistenza" (sempre D'Orsi), a quella di scrivere al solo scopo di "suscitare orrore e ripugnanza" (Giovanni De Luna), all'accusa di avere indebitamente alimentato "il piagnisteo sul sangue dei vinti" (Sergio Luzzatto).
La sinistra di tradizione comunista o che in essa è confluita cerca insomma di difendere a tutti i costi l'idea che il binomio antifascista- Resistenza (ivi inclusa l'analisi storica di entrambi) debba essere una sorta di suo appannaggio personale in quanto parte della sua specifica identità e - essa vorrebbe far credere - solo della sua. Ma per fortuna non è così. In quanto espressione e impegno per la libertà, antifascismo e Resistenza sono conseguenza naturale di ogni fede democratica e non sopportano né pudori né clericalismi ideologici di alcun tipo. Contribuisce davvero a rafforzare quella fede perciò non chi si straccia le vesti sui suoi supposti dogmi, ma quelle personalità libere, come è appunto Giampaolo Pansa: un giornalista, sì un semplice giornalista (e sono sicuro che a lui piace essere definito solo così), che tuttavia, per restituire agli Italiani la verità sul loro passato ha fatto molto, molto di più di tanti storici di professione.
IL CORRIERE DELLA SERA Quotidiano 4 Ottobre 2006. Ernesto Galli della Loggia
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Il mio lungo viaggio nella grande bugia. Giampaolo Pansa apre un nuovo capitolo sulla Liberazione mai raccontata. Chiamando in causa i sacerdoti dell'antifascismo duro e puro. E replicando senza sconti ai furbetti del quartierino antifascista
   Scritto nel fuoco delle polemiche che, a partire dal Sangue dei vinti di tre anni fa, hanno accompagnato i libri di Giampaolo Pansa, La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti (Sperling&Kupfer) racconta in presa diretta come ancora funzioni quel meccanismo di rimozione politica della storia che Renzo De Felice ha identificato nel concetto di "vulgata".
Lo scandalo forsennato che ha accompagnato lo straordinario successo editoriale trova una ragione obiettiva nella stessa figura professionale di Pansa: giornalista, prima di tutto grande cronista, poi saggista e narratore profondamente ancorato alla cultura di sinistra. Proprio alla storia della Resistenza fra Genova e il Po ha dedicato i suoi primi studi sotto la guida di due miti della storiografia resistenziale come Alessandro Galante e Guido Quazza. Perché è proprio dalla cultura di sinistra che la cronaca storica di Pansa è stata sottoposta a una sorta di linciaggio morale.
E i sacerdoti del linciaggio, in questo libro, sono affrontati a uno a uno a viso aperto. Ci sono gli "esorcisti" della vulgata, storici cattedratici perlopiù, da Angelo D'Orsi a Giovanni De Luna, da Nicola Tranfaglia a Sergio Luzzatto, icasticamente rappresentato come il "signor ghigliottina". Poi ci sono i depositari della memoria politica, da Aldo Aniasi ad Armando Cossutta; gli opinionisti, da Mario Pirani a Furio Colombo, da Riccardo Chiaberge a Bruno Gravagnuolo… Ma è soprattutto contro le polemiche di Giorgio Bocca, "l'uomo di Cuneo", e del "Compagno Kojak", Sandro Curzi che Pansa esercita il suo diritto alla difesa, contrattaccando senza quartiere.
Pansa, cosa è "La grande bugia"? Il mio rammarico è che manchi un capitolo che non ho fatto in tempo a scrivere: quello dove il Partito dei comunisti italiani di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo dà del revisionista nientemeno che a Fausto Bertinotti. Colpevole di aver accettato l'invito di Gianfranco Fini a partecipare a un incontro con i giovani di Alleanza nazionale. Siamo arrivati a quel che avevo previsto: allo sbranatevi, compagni! Posso ridere soddisfatto? Sì, rido. Perché La grande bugia? Un amico mi ha detto: accidenti, scrivi ancora un libro su una storia vecchia di sessant'anni. La mia risposta è che la Resistenza è ancora il bastione evocativo più forte delle tante storie di sinistra, l'unica che li tiene insieme. Oggi, nel Duemila e passa, la Resistenza viene evocata di continuo contro il centrodestra, contro la revisione costituzionale, contro chi non vuole la pace senza se e senza ma. Insomma, non siamo di fronte a un residuato bellico. E le sinistre che lamentano sempre l'uso politico della storia sono le prime a commettere quell'abuso che attribuiscono agli avversari. Ma se è così, se la Resistenza vive nei nostri giorni, allora raccontiamola giusta senza la crosta bugiarda che l'avvolge.
All'inizio del suo libro si legge che "in Italia la sinistra non esiste più", tante sono ormai le sinistre, spesso in conflitto. Ora dopo il viaggio all'interno della "Grande bugia", con quale sinistra si sente a suo agio? Con nessuna di quelle esistenti. Il 9 aprile ho ancora votato per una di loro. Ma mi scopro, sempre di più, un italiano insoddisfatto di tutti i partiti. Una specie di anarchico individualista.  
Perché raccontare fino in fondo l'Italia uscita malridotta e moralmente ferita dalla guerra civile viene automaticamente interpretato come una mala azione per riabilitare il fascismo? La pensa così una minoranza che si va riducendo anno dopo anno. Essa pretende di rappresentare l'antifascismo, ma è una pretesa senza fondamento. Essere antifascisti significa soprattutto amare la verità, non truccare le carte della storia, rifiutare le bugie grandi e piccole. E accettare che non tutti la vedano come la vedi tu. È possibile questa revisione, oggi in Italia? Sono pessimista. E questo libro spiega il perché.
Cossiga, in polemica con lei, ha sostenuto che non si può ricostruire il tessuto morale di un paese senza ricorrere al "mito", all'uso politico della storia. In questo ha torto. C'è un solo mito di cui tutte le nazioni hanno bisogno: la libertà. La tua e quella degli altri.
Lei se la prende con lo storico Angelo D'Orsi, per avere stilato per "Micromega" la lista, un elenco dettagliato dei reprobi del revisionismo, equiparato al nuovo fascismo, come fosse una lista di proscrizione: da Mieli a Battista, da Romano a Sabbatucci... Mi sono limitato a ribattere a chi mi aggredisce. Non cerco mai la polemica. Ma se ho buone ragioni per farla, non mi sottraggo. Alcuni signori mi hanno bacchettato sui giornali o alla tv, spesso con insistenza e asprezza. Avevo il diritto di bacchettarli a mia volta. È un diritto che ho esercitato con piacere e in allegria. Anzi, per dirla tutta, ci ho provato gusto.
Ma "La grande bugia" continua? Lei fa un esempio destinato a sollevare nuove perplessità: nel capitolo "Partigiano Ovidio" chiama in causa il silenzio storiografico che circonda ancora quel capitolo del terrorismo italiano legato al delitto del commissario Luigi Calabresi. Non ce l'ho con Ovidio Bompressi, il "partigiano Ovidio", condannato per l'omicidio del commissario. Ma con l'Anpi, l'Associazione nazionale dei partigiani italiani, che ha sentito il bisogno di festeggiarlo per la grazia, giusta, ricevuta dal presidente Giorgio Napolitano. E con la polemica sul sangue dei vinti l'Anpi c'entra, eccome! Lo dico io che ritengo la Resistenza la mia patria morale. Il cuore di questo libro sono le leggende da sfatare e le verità da ristabilire. Esempi? Le intenzioni golpiste del Pci nel triennio del dopoguerra: voleva che l'Italia diventasse una democrazia popolare come quelle dell'Europa dell'Est. Se avessero prevalso, ci saremmo trasformati in un'Ungheria mediterranea, con la dittatura comunista, la polizia segreta, le torture, le fucilazioni.
C'è nel libro una certa attenzione benevola per la cultura di destra. Per esempio nell'intervista a Giuseppe Parlato, storico di rango, ultimo allievo di De Felice, che sta per pubblicare "Fascisti senza Mussolini", attento studio sulla nascita della destra politica nel dopoguerra. Ma anche per la storia di Giorgio Pisanò, la cui natura ideologica e politica mi sembra poco illuminata. Come la mettiamo? Ho cercato Giuseppe Parlato e Paolo Pisanò, fratello di Giorgio, perché mi raccontassero la loro storia. Ho trovato due testimoni molto convincenti e di grande interesse. Anche le critiche di Parlato alla storiografia di destra mi hanno convinto che ho fatto bene a incontrarlo. Dargli la parola non vuol dire condividere quello che hanno scritto. Però mi piacerebbe che anche qualche storico di sinistra avesse la stessa franchezza di Parlato nei confronti della propria parrocchia.
PANORAMA Settimanale del 29 9 2006. Pasquale Chessa  
Paolo Crippa I REPARTI CORAZZATI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA 1943/1945
20,00 euro. MARVIA 2006 Edizioni Casella postale 27 27058 Voghera (PV) marviaedizioni@marvia.it www.marvia.it
Il volume prende vita dopo circa due anni di ricerche svolte con l'obiettivo di raccogliere e sintetizzare in un unico testo la storia delle unità corazzate della RSI. Nella stesura del libro l'autore si è avvalso della collaborazione di numerosi reduci dei reparti, che si sono prestati a fornire testimonianze di prima mano.  Lo studio prende in esame i reparti corazzati veri e propri (San Giusto, Leoncello, Leonessa e Gruppo Esplorante del RAP), descrivendone la storia l?organizzazione e le dotazioni di mezzi, con note sull?uniformologia e sull?araldica dei mezzi. Un capitolo tratta anche tutte le altre unità che utilizzarono piccoli gruppi di mezzi blindati, di tutte le Forze Armate della Repubblica Sociale. Il volume consta di 120 pagine, con 80 fotografie in bianco e nero, alcune delle quali inedite, organigrammi, tavole di fregi e distintivi, tavole dei contrassegni dei mezzi (riprese a colori in quarta di copertina).
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La RSI ha rappresentato uno dei periodi più controversi della nostra storia recente, forse in nessun periodo storico il popolo italiano è stato così diviso come tra l'estate del '43 e la primavera del '45, esercito del sud e forze armate di salò si trovarono a battersi su fronti opposti e con opposte fortune, ingiusto sarebbe dimenticare coloro che animati da un sincero ideale abbracciarono la causa della parte cosiddetta "perdente".  Alle forze armate della repubblica si Salò, ed in particolare ai suoi reparti corazzati è dedicato questo ad opera di Paolo Crippa, edito dalla Marvia edizioni.  Il volume abbraccia tutto il perodo di Salò, dalla difficile rinascita dopo l'8 settembre fino al 25 aprile ed  è davvero una miniera di informazioni, ricchissimo di fotografie ( alcune veramente pregevoli e di sicura ispirazione per i modellisti ) sia di mezzi in azione (bellissimo il carro M semidistrutto da una mina) che in parate o sfilate, organigrammi, araldica,  storia dei reparti divisi per arma di appartenenza, esercito nazionale repubblicano, GNR, brigate nere, marina, fino alle formazioni dislocate all' estero ( creta, rodi, ucraina, germania) fino al tentativo di assemblare un reparto corazzato da impiegare al fronte contro agli alleati, infine una piccola sezione è dedicata anche ai mezzi che il 25 aprile 1945 finirono in mani partigiane nelle battaglie finali.  Praticamente sterminata infine, la bibliografia posta in fondo al volume, un vero tesoro per chi volesse saperne di più.  Insomma il libro in questione appare da subito come l'opera di un appassionato che racconta la storia e lo fa con cognizione di causa, onestà e dedizione, qualità forse troppo rare nel mondo di oggi, e che ci è piaciuto riscoprire in questo volume, adatto sia ai modellisti ( bellissime alcune modifiche “campali” ad esempio su autocarri o automobili ) che agli appassionati di storia della nostra nazione.
Flavio Mazzacurati. http://www.zimmerit.com/main/pagineweb/Recensioni/i_reparti_corazzati.htm
 
 
 


Luca Telese CUORI NERI. DAL ROGO DI PRIMAVALLE ALLA MORTE DI RAMELLI. 21 delitti dimenticati degli anni di piombo
Sperlink & Kupfer. 2006. 780 pp. 2006
Ampia recensione del libro con commenti e dibattito è a http//:www.cuorineri.it  
Lodovico Ellena LE PAGINE STRAPPATE DELLA RESISTENZA
Tabula Fati Editore www.tabulafati.it pagg. 95,E10,00. 2006
Giampaolo Pansa ha definito le finalità del suo libro “Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile” (Sperling): il “completismo”. C’è la voglia – dice - di riempire i buchi della storia. Con analoghe finalità si muove Lodovico Ellena che pubblica il volume “Le pagine strappate della Resistenza”, anche questa opera è una lezione di “completismo” sui crimini di certa Resistenza. Un libro scomodo e crudo, a partire dalla copertina che riporta la foto del colpo di grazia, dopo la fucilazione, al prefetto fascista di Vercelli, MicheleMorsero. Oggetto della ricerca sono i crimini di cui si sono macchiati i partigiani tra vercellese e biellese… dopo il 25 aprile ci fu anche il tempo delle vendette e delle efferatezze… Quello di Lodovico Ellena è un pamphlet che ha alla base accurate ricerche e prove documentali, che nasce rovistando tra archivi, documenti, testimonianze e libri dell’epoca “ritrovati”. Vengono così alla luce le “pagine strappate” della storia di un preciso ambito territoriale, che è giusto, doveroso, riportare a galla. Senza fare, ovviamente, di tutte le erbe un fascio. Non fu così tutta la Resistenza, non furono così tutti i partigiani ma è indubbio che migliaia emigliaia di italiani, fascisti e presunti tali, in tutta Italia furono uccisi dai partigiani, o presunti tali, nei giorni che seguirono il 25 aprile. I fatti, le brutalità, raccontati da Ellena (e da Pansa), non possono essere dimenticati, cancellati, “strappati” dai libri di testo (e dalla memoria). E bisogna riconoscere la passione investigativa dell’autore, la sua cristallina professionalità e la libertà d’animo nella ricerca della verità di un momento così unico, doloroso e buio della nostra storia. Il libro, in formato pocket, è completato da un intervento di Alberto Costanzo, da fotografie di luoghi, segni e personaggi e da una rassegna stampa che dimostra come l’argomento sia ancora di scottante attualità. Gaetano Menna
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Racconta l'Autore: In occasione di una conferenza a Crescentino, città vercellese in cui si parlò dei crimini partigiani qui esposti ma sottaciuti per decenni, alla fine della relazione una collaboratrice de “L’impegno - Rivista dell’Istituto per la storia della Resistenza”, disse: «Sì va bene, ma cosa si intende dimostrare raccontando queste cose?»      Le risposi, sottintendendo la premessa della serata e cioè che sarebbe stato irresponsabile e criminale non riconoscere certi fatti orridi legati a nazismo e fascismo, ma che era giunto il momento di raccontare anche dei fatti partigiani: dirla tutta insomma.      La risposta evidentemente non soddisfò la ricercatrice storica, tanto che a conferenza conclusa la donna si avvicinò al tavolo e disse che “comunque alla domanda da lei posta non era seguita risposta”.      È evidente che riportare alla luce certe pagine strappate di storia continua a non essere sport praticabile, così come è anche evidente che le minacce contenute in un manifesto rivolto a Giuseppe Arlotta — assessore e organizzatore dell’evento — possono spiegare meglio di tante parole quanto l’argomento crimini-partigiani-comunisti sia ancora, e molto, un tabù. Nonostante siano passati sessant’anni.      Poi, anche la reiterante questione della cosiddetta “decontestualizzazione”; l’osservazione mossa in merito ad una presunta astrazione di singoli fatti dal loro generale contesto storico, a nostro avviso crolla di fronte a certi orridi episodi di bestiale violenza su donne spesso giovanissime, sovente del tutto aliene dalle cose della politica e della guerra.      Queste pagine parlano infatti anche di loro, sia pur in misura molto contenuta e — sarà bene sottolinearlo — tratteranno soltanto alcuni degli innumerevoli di questi casi, ossia quelli di cui si ha notizia non tanto certa, quanto orribilmente sconcertante.      Non vi è qui intenzione di vendicare uno o difendere un altro, tanto meno giustificare qualcosa, qualcuno o infangare qualcos’altro: qui vi è invece un crudo resoconto di episodi troppo spesso taciuti, inesplorati, negati, distorti e sovente annullati. Perché, è purtroppo questo l’atteggiamento di alcuni che ancora al presente sentono di essere gli unici depositari di verità e giustizia (e questo realmente un po’ spaventa…), con i quali per usare un eufemismo, è piuttosto complesso ragionare: perché certe verità “non esistono”, certe verità “non significano nulla”, certe verità semplicemente non hanno diritto di essere verità.      Tutto ciò amareggia, sconforta, preoccupa: preoccupa perché l’immagine di un sedicente “pacifista” che aggredisce verbalmente chi si appresta a parlarne pubblicamente, non fa bene né alla storia né alla verità, né soprattutto proprio a quella pace che si dice di volere.  Lodovico Ellena 
Giancarlo Bolognesi LE STELLETTE, LA CROCE, IL GLADIO.  La guerra di un radiotelegrafista 
Lo Scarabeo (Bologna) Data di Pubblicazione: 2006 Collana: Storie di guerra 1943-45 ISBN: 888478087X
Descrizione Storia di guerra di un semplice radiotelegrafista, di una persona comune. Per questo forse una storia più importante di tante altre, perché può far capire lo stato d'animo dell'italiano medio che, educato nel ventennio al concetto di Onore, Stato e Patria, fu con l'8 settembre abbandonato e lasciato a se stesso. 
 
 
 


G. Rebaudengo UN GIORNO PER MORIRE Una generazione nella guerra civile 1943-45
pp. 112, ill 12,40 Lo Scarabeo. 2006
Con questo libro l’Autore traccia uno spaccato della Guerra Civile che ha insanguinato l’Italia dal 1943 al 1945. Una guerra scaturita dalla resa dell’8 Settembre e che ha visto molti Italiani schierati su due opposti fronti in una lotta che non concedeva quartiere. Come spiega l’Autore nella nota introduttiva, i numerosi personaggi che danno vita alle singole storie non sono personaggi di pura fantasia, essi appartengono – pur in una dimensione romanzata – ad esperienze realmente vissute, trasmesse oralmente dai superstiti. Personaggi di una tragedia che lascerà i vivi con gli occhi spalancati su un mondo piagato, stravolto da una violenza a volte cieca, insondabile. Storia vissuta di studenti e contadini, di ‘vecchi’ soldati che non vogliono arrendersi, di entusiasmi e fatalismi sullo sfondo di scontri cruenti di una maledetta guerra che annuncia le stragi di Aprile. Fanno da filo conduttore in questo “romanzo vero” le annotazioni di un giornalista – anch’esso realmente esistito – che osserva con occhio lucido e impietoso il susseguirsi di eventi legati a una realtà che incide nelle coscienze di ognuno. Una sorta di diario nel quale si specchiano e si confondono umane tragedie e cronache del vivere quotidiano. È un racconto sofferto quello che si dipana lungo tutte le pagine del libro, cogliendo squarci di vita e di morte di un tempo che non concede pause né momenti di quiete. Espressione di un’inquietudine giovanile alla ricerca di una verità sulla pagina più dolorosa della storia d’Italia. 
Gianni Rebaudengo è nato il 3 novembre del 1928. A 16 anni si arruola nel II Battaglione Volontari Bersaglieri “Goffredo Mameli” della RSI. Viene catturato in combattimento nel dicembre 1944 sulla “Linea Gotica”. Prigioniero degli Inglesi nel Campo 211 di Algeri, rimpatria nell’aprile del 1946. Giornalista dal 1952, ha diretto diversi periodici e ha collaborato con case editrici quale traduttore. Attualmente continua a svolgere attività giornalistica come free-lance e presiede il Centro Studi di Storia contemporanea “Historica Nuova”. 
Buchignani Paolo LA RIVOLUZIONE IN CAMICIA NERA
Mondadori 2006
Da http://www.ideazione.com/archivio/sommario_settembre_ottobre_06.htm (versione in rete della rivista reperibile in edicola IDEAZIONE di Domenico Mennitti)
Tutto, o quasi, ebbe inizio sul finire dell’Ottocento, nel ribollire di una cultura europea che si compiaceva con morbosità crescente di un romanticismo oramai estenuato e sempre più annoiato. La noia dell’esistente implicava la ricerca di alternative sia sul piano estetico sia sul piano politico e sociale. Se l’esistente era la democrazia liberale e parlamentare nonché una società civile guidata da una borghesia animata da una filosofia individualistica, utilitaristica e conflittualistica, non si poteva che perseguire la rivoluzione attraverso l’elaborazione di una cultura politica organicistica, spiritualistica e irrazionalistica e di modelli statuali fondati sulla collaborazione tra le classi in nome dell’interesse nazionale. La prima guerra mondiale fu l’evento che incendiò questa componente cospicua e rumorosa della cultura europea.  Una moltitudine di scrittori, poeti, pittori, filosofi e letterati di vario calibro e genere salutò l’estate del 1914 come l’occasione storica che offriva un banco di prova a spiriti generosi repressi dalla meschinità e dal mercantilismo borghesi, un «lavacro di sangue» per popoli imbrigliati da classi dirigenti corrotte, infine una scossa vitale o mortale, comunque necessaria, per una civiltà occidentale in decadenza. Sono tutte qui le origini ideologiche del fascismo, e Paolo Buchignani ce lo ricorda sintetizzando efficacemente le tesi storiografiche di Zeev Sternhell e di Emilio Gentile: da un lato, l’idea che il fascismo trovi un’incubatrice ideologica di molti suoi temi, miti e valori nella ricerca di una “terza via” tra liberalismo e socialismo che la cultura politica francese aveva compiuto a cavallo tra Otto e Novecento; dall’altro lato, la constatazione che in Italia l’antiparlamentarismo, l’antiriformismo, l’utopia rivoluzionaria e l’uso della violenza nella lotta politica non sono prodotti del fascismo ma premesse al suo avvento che vennero incubate dall’antigiolittismo dilagante nella cultura politica d’anteguerra. Il libro di Buchignani prende di petto il tema storiograficamente complesso e controverso dell’ideologia fascista, rinvenendo nella formula della “destra rivoluzionaria” la sua quintessenza.  Quel che un tempo poteva parere una contraddizione in termini, ossia l’abbinamento tra “destra” e “rivoluzione”, oggi risulta pressoché scontato. Felice ed efficace l’espressione sostitutiva scelta da Buchignani, quella di «sovversivismo nero», così come esatta pare l’individuazione della guerra quale origine e compimento dell’idea fascista di rivoluzione, con una parabola che si consuma fra 1915 e 1940. Altrettanto corretto ci pare l’aver evidenziato la forte carica antiborghese della primigenia ideologia fascista, oscillante fra l’attesa di una rigenerazione salvifica dell’Occidente e il desiderio di uccidere tale civiltà, ponendo fine a quella che pareva nient’altro che una lunga agonia. Berto Ricci, Romano Bilenchi e altri giovani fascisti della generazione degli anni Trenta portarono avanti questa loro personale idea della rivoluzione “in camicia nera”.  L’analisi svolta da Buchignani offre quindi documentazione e argomentazioni ulteriori per spiegare ragioni e modalità dell’iter politico che nel dopoguerra condurrà non pochi intellettuali italiani a spogliarsi dell’orbace e impugnare il vessillo rosso della rivoluzione comunista. Pronti a rovesciare tutte le premesse ideologiche pur di coltivare il mito di un “mondo nuovo”, di un’alternativa radicale al sistema politico, economico e sociale vigente, rimasto a loro avviso sempre e comunque borghese e capitalista, sia prima che durante che dopo il fascismo. Danilo Breschi.
Gambassini Gianfranco UNA PAGINA DI VITA IN UNA PAGINA DI STORIA. Dalla Repubblica Sociale al Seminario Romano Maggiore
Settimo Sigillo 2006 Roma 2006, pagg. 152, euro 14.
La storia, pur non essendo maestra di vita, perché in caso contrario consentirebbe di prevenire errori e deviazioni che invece vengono ripetuti con singolare pervicacia, ha sempre una valenza culturale, che diventa etica quando l'interpretazione dei fatti e delle idee che ne furono la matrice, trascenda conclusioni soggettive, o peggio strumentalizzazioni di comodo: come ha rilevato il Sen. Andreotti  intervenendo alla presentazione di questo libro, tenutasi nella Sala Conferenze della Biblioteca del Senato, il bene ed il male non sono facilmente separabili, tanto che, più spesso di quanto si creda, "la cattiveria dei buoni è più dura di quella dei cattivi".
Proprio per questo, ogni ricerca storica autenticamente tale, come questa di Gambassini, che non è un diario, come si potrebbe presumere a prima vista, ma una rivisitazione di esperienze umane sofferte e spesso tragiche, maturate in un momento traumatico come pochi, assume connotazioni di forte impegno civile, non disgiunto dall'ethos e dalla forza volitiva che esso comporta. Se è vero che "non si mente alle proprie radici", è anche vero che per fare grande storia è necessario comprendere, prima ancora delle proprie, le ragioni degli altri.
Lo stesso Andreotti, nelle stimolanti riflessioni che hanno accompagnato il suo intervento alla presentazione di Gambassini, ha insistito sul tema, affermando che "ci vuole grande prudenza nel dare giudizi", e che il tempo trascorso dalle vicende della RSI non è ancora sufficiente per giudicare uomini e cose "con distacco assoluto" (cosa peraltro impossibile, perché la storiografia europea del Novecento, da Meinecke a Croce, ha formulato in termini ineccepibili il principio di "contemporaneità" della storia, sia essa antica o moderna).
Ma c'è di più: il Senatore a vita, spingendosi in esemplificazioni analitiche, ha rammentato come nel dicembre 1940 Papa Pacelli, in visita al Quirinale, ebbe a caldeggiare presso il Sovrano la permanentizzazione della non belligeranza italiana, anche se questa scelta poteva sembrare opinabile, non essendo infondato chiedersi se "sarebbe stato il caso di lasciare tutto nelle mani di Hitler".
Un'opera come quella di Gambassini, in buona sostanza, ha meriti di metodo e di contenuti che vanno ben oltre la narrazione di una dura esperienza umana, sia negli anni della RSI, sia in quelli immediatamente successivi, quando fu ospite del Seminario per sfuggire ai rigori di una "giustizia" sommaria, ma meglio sarebbe dire amorale, come quella partigiana. 
Si tratta di meriti messi puntualmente a fuoco, non soltanto dal Sen. Andreotti, ma anche dal Prof. Chiarini (Ordinario di Storia contemporanea alla Statale di Milano e Presidente del Centro Studi RSI),  quando ha sottolineato come le scelte dei giovani che abbracciarono la causa dell'ultimo fascismo fossero in larga misura "prepolitiche", perché indotte da valori non certo contingenti come l'onore, la coerenza, e soprattutto l'idea di Patria; dal Prof. Parlato (Ordinario di Storia contemporanea all'Università San Pio V, e Rettore della medesima), quando ha ricordato come l'esperienza del ventennio non sia stata totalitaria, bensì autoritaria, anche perché molti fascisti erano cattolici, donde la mancanza di una forte convinzione ideologica, tanto da potersi dire che l'adesione alla RSI di uomini come Gentile, Biggini o lo stesso Gambassini sia stata una reazione (non priva di suggestioni aristocratiche) al trasformismo ed alla facilità di rivoltare le gabbane, tipica di quel momento, ma non solo di quello; e da Mons. Tani (Rettore del Seminario), il quale non ha mancato di rammentare come, sia prima del 1945, sia dopo, la risposta del movimento cattolico, e per esso di Mons. Ronca, Rettore dell'epoca, fosse stata sempre improntata "in funzione della carità cristiana", anche con forte rischio personale, ma non disgiunta da valutazioni etiche di base (e come le attuali dispute sul ruolo di Pio XII non abbiano reale fondamento, inquadrandosi, si dovrebbe aggiungere, in una dimensione antistorica, perché basate su conclusioni a posteriori che non tengono conto della "realtà effettuale" di quell'epoca davvero tragica).
La storiografia contemporanea, nel quadro di un "revisionismo" che è stato demonizzato dalla "vulgata" tuttora prevalente, ma che, a ben vedere,  ne costituisce l'essenza e la stessa ragion d'essere, perché conoscere ed interpretare la storia significa compiere opera di costante approfondimento (a cui il libro di Gambassini contribuisce in maniera non effimera), ha dimostrato che il ruolo della RSI non fu quello di servo sciocco del Reich, anche se per molti aspetti la sua sovranità fu certamente e dolorosamente limitata, almeno sul piano sostanziale, come attestano fenomeni come quelli dell'Adriatisches Kustenland o dell'Alpenvorland.
 Al contrario, se l'Italia non conobbe una sorte ancora peggiore, come quella di altri Paesi dell'Est, e se la logica dell'occupazione militare, al di là di non poche degenerazioni criminali, non si spinse al punto di fare terra bruciata, salvaguardando vite umane, infrastrutture, impianti industriali ed opere d'arte, ciò si deve proprio alla RSI, come ha posto in evidenza quella storiografia, ma come emerge anche dall'impegno divulgativo di uomini come Gianpaolo Pansa, dichiaratamente di sinistra, ma proprio per questo a più forte ragione apprezzabili in una ricerca della verità tuttora rischiosa, come ha dimostrato l'aggressione di Reggio Emilia ai danni del giornalista Autore della fortunata trilogia sulla Resistenza.
In effetti, sia dall'una che dall'altra parte, come ha ricordato il Prof. Chiarini, ci furono ragioni ideali e motivazioni di nobile sincerità, ma anche per questo non potrà esserci una reale "pacificazione", nemmeno quando saranno scomparsi l'ultimo partigiano e l'ultimo "repubblichino", se quelle ragioni, spesso "più grandi di loro", se non anche motivate da fattori contingenti o da vere e proprie emergenze, non saranno comprese fino in fondo, e sublimate in un riconoscimento di pari dignità, anche per chi si trovò per convincimento o per circostanza dalla parte "sbagliata".
 Del resto, nefandezze di ogni tipo, come ormai è ampiamente documentato, furono compiute dall'una e dall'altra parte, perché la madre dei delinquenti, ahinoi, è sempre incinta; e poi, non è forse vero che anche gli Alleati si macchiarono di delitti condannati dallo stesso diritto internazionale, fucilando senza alcun motivo i prigionieri italiani in Sicilia, distruggendo obiettivi senza valore militare, e programmando azioni meramente terroristiche come i quaranta bombardamenti che rasero al suolo la piccola Zara, solo perché così piaceva a Josip Broz detto Tito?
Se non altro per questo, grande merito etico-politico deve essere riconosciuto a Gianfranco Gambassini per avere consegnato agli ignari, e prima ancora agli immemori, quest'opera tanto più stimolante perché mutuata dalla grande storia, ma nello stesso tempo dalla dura esperienza personale; per avere dichiarato "assolutamente inaccettabile" le dichiarazioni di Gianfranco Fini secondo cui "la Repubblica Sociale Italiana è stata una vergogna", cosa che "ha offeso profondamente l'onore di tutti i ragazzi di Salò", ma anche "i valori morali della destra italiana"; e per avere concluso il suo intervento al Senato auspicando che la discussa legge con cui, nello scorcio dell'ultima legislatura, è stato finalmente riconosciuto ai combattenti della RSI lo "status" di belligeranti, ma "senza benefici", aggiungendo al danno la beffa, possa essere rivista e corretta, prima che gli ultimi di costoro tolgano il disturbo. 
Ecco una bella occasione per la sinistra, oggi al Governo, di dare una prova concreta, moralmente importante ed economicamente trascurabile, della sua propensione "pacificatrice", e di anteporre l'ethos alle ragioni della bassa politica. 
 
 
 
Otto Remer "STA CON IL FUHRER O CONTRO DI LUI?" Il mio ruolo a Berlino il 20 luglio 1944  
Effepi 2006
Memorie del Generale tedesco Otto Remer sull'attentato del 20 luglio 1944 contro Adolf Hitler, da cui fu direttamente incaricato della repressione. Numerose foto e tabelle b/n
 Michele Simoni (con la colaborazione di Sebastiano Montresor), AUDERE
2006. Un film documentario sulla Decima Flottiglia MAS ne1 periodo 943/45. Il film e' stato finalizzato dalla Labsurdo, verra'  distribuito dalla Lupo Editrice di Bologna.  Il DVD si può ricevere a mezzo posta ,al prezzo di euro 15,00 comprensivi di spese di spedizione, in modalità c/assegno. La richiesta può essere fatta a: obiettivosubologna@libero.it oppure a: micsim@alice.it.
Documentario storico che mira a ricostruire i fatti mai narrati dalla viva voce di chi li ha vissuti. Sette militari appartenenti al corpo della Xª Flottiglia MAS raccontano cosa li ha spinti a offrire tutto alla loro Patria, quali erano le ragioni che li sostenevano durante i periodi più drammatici di un’Italia che già si stava sfasciando negli opportunismi politici e partitici, nelle speculazioni economiche, nelle comode e fittizie certezze narrate da penne al servizio del Sistema. 
Vedi il filmato promozionale del documentario cliccando qui:.
http://video.google.it/videoplay?docid=-5848210512043124799&q=montresor





Giovanni Piardi (a cura di Jean Mattassi)  QUANTA STRADA FARAI, GIANNI, NELLA VITA! Memorie di guerra 1943-1945
2006. Il volume è disponibile solo online. Il prezzo per ogni copia stampata è di € 9,00, mentre l'e-book è scaricable gratis.  Per ulteriori informazioni o per ordini cliccare su questo link: http://www.lulu.com/content/824336
Descrizione del libro:   Mio nonno, il sottotenente Giovanni Piardi, catturato a Merano dopo l'otto settembre 1943, girò il III Reich come prigioniero di guerra. Nel manoscritto delle memorie che lasciò ai familiari descrive le sue avventure di venticinquenne neolaureato, strappato alla sua vita per combattere una guerra di un'Italia che quell’infame giorno lo tradirà. Gianni racconta le sue (spesso tragiche) peripezie senza amarezza, ma con uno spirito ottimista, critico e talvolta ironico, nonostante la situazione sembri peggiorare giorno dopo giorno. Ho deciso di trascrivere la sua esperienza per parlare di un uomo, non di un "soldato" o di un "fascista", ma di un ragazzo come tanti, vittime della loro epoca, che sono sopravvissuti per raccontarci l'assurdità della guerra.  Il libro è un ulteriore tassello per la ricostruzione della storia (per alcuni dimenticabile) della RSI. Mio nonno ha scritto diverse osservazioni che vanno contro la storiografia ufficiale (sfatando, ad esempio, il mito che pochi prigionieri italiani dei nazisti aderirono alla Repubblica Sociale) e descrive con minuzia la vita giornaliera nei lager e le varie escamotage per continuare a vivere, fino al suo ritorno a casa.
Massimo Filippini I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO
IBN editori, Roma 2006 € 10,00 http://www.cefalonia.it/ Per acquisti: massimo.filippini@cefalonia.it oppure: Istituto Bibliografico Napoleone (IBN) via dei Marsi 53/57 - 00185 ROMA tel. 064452275
Questo libro, il terzo dello stesso autore su quel soggetto, tratta dei fatti occorsi nel settembre 1943 alla divisione Acqui in quella bella isola greca, entrata in tal modo a far parte della storia militare italiana. Sono fatti su cui da 60 anni si polemizza e discute, si indicono commemorazioni commosse; sui fatti chi vuole saperne di più trova puntigliosi riscontri sulle enciclopedie, di cui da tempo si tratta su molti mass media e che sono stati oggetto di due recenti film: uno straniero (Il mandolino del capitano Corelli) e l'altro italiano (Cefalonia, proiettato dalla nostra tv di Stato). Con tale dovizia di informazioni, con un attenzione incessante, inusuale per un Paese come il nostro dove ogni argomento cattura l'interesse per attimi, perché mai occuparsi dell'ennesimo libro su eventi che si avrebbe ragione di considerare accertati oltre ogni ragionevole dubbio? Ebbene, di motivi ve ne sono almeno due. In primo luogo, la ricostruzione ufficiale dei fatti su cui si fonda il mito Cefalonia è contestata con ricchezza di dati di alcuni - fra cui Filippini - e ciò da solo giustifica una legittima curiosità. Inoltre, la lettura del libro fa emergere il dubbio che l'edificazione del mito sia dovuta non solo al desiderio - apprezzabile - di valorizzare la figura del militare in un contesto tragico quale quello del 8 settembre 1943, ma anche al tentativo - opinabile - di avvalorare la tesi del sacrificio di massa in omaggio al cliché in voga in Italia del soldato buono, che alla resa dei conti si converte in eroe martire e remissivo in contrapposizione all'impopolare eroe combattente. Quei due motivi da soli più che giustificano la recensione del libro, impresa non facile per il suo alto contenuto polemico, per il suo tono spigoloso e per l'implicito invito dell'autore ad associarsi al suo scontro diretto con coloro che hanno contribuito a promuovere i fatti di Cefalonia a epopea nazionale. Non farsi coinvolgere non sarà facile, non solo perché si tratta di un tema tragico e assai controverso, ma anche perché il suo autore è profondamente coinvolto egli stesso. Ex ufficiale, orfano di un ufficiale di carriera caduto a Cefalonia, Massimo Filippini ha dedicato tutta una vita al tentativo di fare chiarezza su fatti che ritiene siano stati ad arte manipolati. In questa sua ultima opera che, come indica il titolo, dovrebbe contribuire alla fine dell'esaltazione eroica di Cefalonia, l'autore si rivolge a due aspetti che sono stati fra i pilastri portanti della costruzione del mito. Il primo è il numero che pare davvero eccessivo di soldati italiani passati per le armi dai tedeschi in un eccidio perpetrato da forze regolari contro altre forze regolari. Il numero sarebbe stato ingigantito "forse per accrescere in una opinione pubblica all'oscuro dei fatti non tanto la pietà per i poveri morti quanto il risentimento, in chiave soprattutto ideologica, verso il nemico nazista". Quali che siano le cause della disinformazione, non si può non convenire che non si tratta di un esempio isolato e che in Italia permangono fitte zone d'ombra attorno a quel tragico 8 settembre, di cui Cefalonia è uno dei tanti tristi episodi, che ha esposto spietatamente le carenze delle nostre istituzioni e la fragilità della stessa nazione. La politica del dopoguerra, offrendo al Paese una sua versione dei fatti che attribuiva alla Resistenza ogni merito per il riscatto del Paese minimizzando il ruolo dei militari, ha fatto sì che qualsiasi evento di quegli ultimi anni di guerra fosse desideroso di celebrazione nazionale dovesse essere interpretato in chiave resistenziale. Tuttavia, se ciò ha contribuito all'iniziale edificazione del mito, la persistenza del fenomeno la si deve anche alla sua sintonia con la visione ormai consolidata delle cose militari. Gli ingredienti della cultura militare attuale ci sono tutti: lo scarso credito dato alle strutture militari; la pochezza dei comandanti; la dissidenza di pochi esaltata come eroica perchè in rima resistenziale; il plauso per un presunto referendum inteso a decidere se deporre le armi o resistere e offerto quale prova di democrazia; la resa senza colpo ferire e l'altrettanto rassegnata accettazione dell'eccidio. Per sottoporre la versione ufficiale-ufficiosa - ma comunque generalizzata - dei fatti a una diagnosi che si riveli attendibile, Filippini si avvale di documenti ufficiali e di testimonianze di alcuni superstiti e con pregevole ostinazione si prodiga nel tentativo di smontare l'ipotesi, ormai metabolizzata dalla retorica nazionale, dell'immane "sterminio" le cui cifre si sono attestate su 9-10mila morti per mano tedesca. In una attenta disamina, egli cerca di stabilire quanti siano stati i caduti in combattimento e quelli passati per le armi dai tedeschi, i soli associabili ai drammatici fatti di Cefalonia, per distinguerli da coloro che, invece, si unirono alla resistenza greca (qualche centinaio), collaborarono con il nemico (oltre 1.200) , rientrarono in patria con odissee personali e di gruppo, furono internati in campi di concentramento in varie parti d'Europa, anche in Russia, e perirono in mare (1.300) per l'affondamento delle navi che li trasferivano altrove. Alla fine della rassegna, da cui si esce frastornati dalla ridda di numeri assai distanti fra loro esibiti da vari esperti a sostegno delle rispettive ipotesi sul massacro di Cefalonia e dopo che l'autore ha premesso che "un bilancio definitivo preciso all'unità è impossibile", Filippini propone su un totale di 12.000 militari della divisione Acqui presenti sull'isola , un numero di 1.647 caduti per mano tedesca di cui 1.290 in combattimento e 355 per fucilazione, per la maggior parte ufficiali fra cui suo padre. Tale ultima cifra, seppure non sminuisca le orrende responsabilità dei tedeschi, è meno del cinque per cento rispetto ad alcune fra le ipotesi in circolazione. Un altro aspetto sui cui Filippini si sofferma è la responsabilità delle autorità politiche e militari. A prescindere da quelle ovvie delle alte gerarchie nazionali e su territorio greco, merita attenzione la sua valutazione positiva dell'operato del comandante della divisione Acqui, generale Gandin, sottoposto invece dalla vulgata nazionale a gravissime critiche che Filippini, controcorrente, rovescia su alcuni gruppi di sediziosi che ne avrebbero minato l'autorità. La descrizione, sia pure succinta, di queste deviazioni è fra le parti più inquietanti del libro e resta fra le pagine bianche dei fatti su Cefalonia. Che poi i suoi protagonisti abbiano rivendicato e ottenuto medaglie al valore militare e siano stati reintegrati nella carriera per una bizzarra rivalutazione in chiave resistenziale del loro operato, sa di grottesco. A ciò si aggiunge che oltre mille militari, scampati al massacro e poi divenuti "collaborazionisti a pieno titolo dei tedeschi" furono celebrati come eroi partigiani al loro rientro in Patria e celebrati come tali anche in seguito. Come esempio di travestitismo e come conforme connivenza delle istituzioni, un episodio encomiabile. Si fa, naturalmente, per dire. A latere, vi è anche accenno a stravaganti valutazioni delle commissioni d'inchiesta e persino a iniziative giudiziarie tendenti a incriminare il capo e il sottocapo di stato maggiore dell'Esercito per avere dato l'ordine al generale Gandin di opporsi con le armi ai tedeschi. Ne si desume che, secondo loro, avrebbero dovuto ignorare gli ordini avuti e accettare l'invito alla resa come scelta giuridicamente ineccepibile. Chi si meraviglia oggi per l'avvio di inchieste da parte della magistratura sull'operato di comandanti durante uno scontro a fuoco vi trova un precedente inquietante. Giunto al termine di questa mia confusa recensione, in cui ho trovato non poche difficoltà a raccapezzarmi, consiglio la lettura del libro, che è indubbiamente interessante e si dimostra di preoccupante attualità quale esempio di insabbiamento del caso o di ricostruzione ad arte dei fatti. Tutti vittime, nessuno colpevole, in una fuga dalle proprie responsabilità che torna comoda a chi ha sbagliato ma che offende la memoria di chi per i suoi errori ha sofferto e magari anche perso la vita. Vi è chi auspica che la verità ufficiale su Cefalonia trionfi e che storici come Filippini cessino di contestarla al solo fine di non rimettere tutto in discussione. Se così avessero ragionato gli Stati Uniti, non sarebbero mai emerse le colpe politiche e militari del conflitto in Vietnam. Se la ricerca della verità è indubbiamente traumatica, è anche vero che la persistenza del dubbio che sia stata manipolata induce a debilitante e demotivante sfiducia. Non resta quindi che tirare le somme della intera questione, liberandola della vis polemica, chiarendo il ruolo giocato dai protagonisti, facendo chiarezza sui fatti con auspicabile obiettività. Sono passati 60 anni da allora. E' ora che la storia con la S maiuscola restituisca dignità al triste evento, sottraendolo alle speculazioni e ai conformismi di parte. Sostiene Shakespeare: "La gloria del Tempo è di calmare i contendenti, smascherare le falsità, portare alla luce la verità". Come proposito non è affatto male. Luigi Caligaris, 26 ottobre 2006. da http://www.paginedidifesa.it/2006/caligaris_061026.html 
CAPODISTRIA SANDRINO E I LIBERATORI-INVASORI JUGOSLAVI 1943-1947 Nidia Cernecca 
Brossura, pag. 160  Pubblicato da Controcorrente 2006
Sandrino è un bambino come tanti, intelligente, sensibile e vivace, ma ha la ventura di vivere i suoi anni infantili nella città di Capodistria nel periodo dell'invasione e poi della totale occupazione da parte dei partigiani jugoslavi di Tito. Da questo momento la vita di Sandrino non sarà più la stessa, la sua famiglia si disgregherà con la morte della mamma e l'allontanamento del padre in cerca di lavoro.  Allora Sandrino crescerà in fretta, dovendo affrontare situazioni più grandi di lui, in una spirale di violenze e di discriminazioni nei confronti della popolazione italiana dell'Istria da parte dei feroci occupanti comunisti di Tito.
***
valentina (04-09-2006) Bellissimo, un libro che si divora e che ti prende come un vortice. Commovente fino a farti piangere di pietà e di rabbia, per un padre (padri) perduto, per un popolo, quello italiano, che in istria e dalmazia è stato ucciso senza un perchè. Quando si arriva a l'ultima pagina si resta sgomenti per tanta crudeltà e per tanta ingiustizia, per quei morti che ancor oggi molti rinnegano ma che nonostante tutto sembrano ancora urlare dalle foibe per avere giustizia perchè non erano criminali ma semplicemnete italiani. Dovrebbero far leggere questo libro nelle scuole perchè non è possibile che nel 2006 ci siano persone che ancora non conoscono cosa è capitato agli italiani che son stati uccisi dai comunisti jugoslavi. Leggerlo mi ha aperto il cuore e la mente, ve lo consiglio vivamente.
da http://www.ibs.it/code/9788889015551/cernecca-nidia/capodistria-sandrino-liberatori


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