RECENSIONI DI LIBRI SULLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA - 2001

 
    Tema di queste recensioni è la Repubblica Sociale Italiana. Le recensioni, inizialmente riprese soprattutto dal mensile NUOVO FRONTE di Trieste, sono poi state integrate anche con altre di diversa fonte, ivi compresa -talvolta- le presentazioni di copertina. Quando si è potuto abbiamo aggiunto le immagini delle copertine e queste sono state proposte, in attesa di recensione che non abbiamo, anche per libri che a nostro avviso potevano rientrare in questo soggetto.
    Si fa presente che il criterio di scelta è stato molto ampio. Talvolta trattasi anche di libri che trattano solo marginalmentre di RSI  (per esempio: foibe etc.) o di argomenti che, per vicende storiche, in qualche modo sono con la RSI connessi (per esempio: novità importanti anche sul ventennio fascista.
    Si sta cercando di associare ad ogni titolo le notizie presenti nel CATALOGO IN RETE OPAC che copre tutte, quasi tutte, le biblioteche d'Italia. Questo permetterà ai lettori di conoscere la più vicina ubicazione accessibile della pubblicazione.
    Nel corso di tale integrazione abbiamo ritenuto di segnalare anche i titoli che risultavano presenti in OPAC al Soggetto: "Repubblica Sociale Italiana".
    L'ordine temporale di presentazione dei libri è quello di edizione basato sul Catalogo OPAC. Se è presente più di una registrazione in OPAC le abbiamo presentate tutte per non omettere ogni possibile ubicazione. Se le registrazioni risultano in anni diversi abbiamo collocato il titolo (eventuale recensione ed eventuale copertina) nell'anno di edizione più datata, lasciando accanto anche altre registrazioni più recenti (forse quest'ultimo criterio sarà in futuro corretto).
    Poichè molti titoli sono sprovvisti di recensione saremo grati al lettore che vorrà collaborare inviandoci eventuale recensione di terzi (completa di fonte) o anche propria recensione accompagnando l'invio con proprio nome o pseudonimo.
ULTERIORI TITOLI SI POSSONO OTTENERE RICERCANDO IN OPAC CON LE PAROLE REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA OPPURE CON LE PAROLE 1943-1945 (O ALTRO) NEL CAMPO "TUTTI I CAMPI". SE SI VOGLIONO I TITOLI COMPLETI USARE LA VARIANTE SUTROS INVECE CHE ISBD.               

 
 
Ernesto Zucconi e Adriano Toselli BOVES 1943 - 1945 VENTI MESI DIFFICILI Una ricostruzione dei fatti bovesani. Ricerche d'archivio con le testimonianze tedesche 
Formato cm 21 x 29 - 144 pagine Euro 13,00 Edizioni RA.RA. 2001 
Dopo l’8 settembre tutto si complica: torme di soldati senza più guida si riversano nelle vie del paese, alla disperata ricerca di un abito borghese che eluda l’ex alleato; e poi via verso un rifugio sui vicini monti quando casa propria è troppo distante
 
 
Alessandro Campi GIOVANNI GENTILE E LA R.S.I. Morte necessaria di un filosofo
ASEFI Rdizioni. Collana La Terziaria. I edizione gennaio 2001 - Pag. 152 - Euri 8,78 
 
Campi, Alessandro 
ISBD: Giovanni Gentile e la RSI : morte necessaria di - Milano : Terziaria, [2001] - 152 p. ; 17 cm. - Quaderni 
Collezione: Quaderni 
Livello bibliografico: Monografia 
Tipo di documento: Testo a stampa 
Numeri: ISBN - 88-86818-61-0 
Nomi: Campi, Alessandro 
Gregor, A. James 
Soggetti: Gentile, Giovanni <1875-1944> - Atteggiamento 
verso la Repubblica Sociale Italiana<1943-1945> 
Classificazione: 195 - FILOSOFIA OCCIDENTALE MODERNA. ITALIA 
Paese di pubblicazione: IT 
Lingua di pubblicazione: ita 
Localizzazioni: BO0199 - Biblioteca comunale - Imola - BO 
BO0304 - Biblioteca comunale dell'Archiginnasio - Bologna - BO 
BO0305 - Biblioteca comunale di Storia della Resistenza - Bologna - BO 
FI0098 - Biblioteca nazionale centrale - Firenze - FI 
MI0185 - Biblioteca nazionale Braidense - Milano - MI 
MI0339 - Biblioteca delle Civiche raccolte storiche. Museo del Risorgimento - Milano - MI 
MO0089 - Biblioteca Estense - Modena - MO 
PD0368 - Biblioteca del Dipartimento di diritto comparato dell'Universita' degli studi di Padova - Padova - PD 
PG0109 - Biblioteca comunale Augusta - Perugia - PG 
RA0030 - Biblioteca di storia contemporanea - Ravenna - RA 
RA0069 - Biblioteca dell'Istituto storico della Resistenza - Alfonsine - RA 
RM0210 - Biblioteca della Fondazione Lelio e Lisli Basso - Roma - RM 
RM0267 - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - RM 
RM0521 - Biblioteca dell'Istituto della enciclopedia italiana Giovanni Treccani - Roma - RM 
VI0005 - Biblioteca Archivio Museo - Bassano del Grappa - VI 
Codice identificativo: IT\ICCU\RAV\0727076 
Il libro. Dopo circa sessant'anni dalla sua morte violenta - avvenuta il 15 aprile 1944 in piena guerra civile - il nome di Giovanni Gentile continua ad essere al centro di discussioni appassionate e di polemiche. Per quali ragioni è stato ucciso il filosofo ufficiale del fascismo? Chi ha deciso o ispirato l'attentato? Chi lo ha eseguito?
Il testo, più che dare una risposta a tali quesiti, affronta la complessa trama di motivazioni e di ragioni - ideali, congiunturali, storico-culturali, caratteriali - che, dopo l'8 settembre spinse Gentile ad aderire alla Repubblica sociale italiana. Una scelta che lo avrebbe condotto ad un consapevole martirio.
L'autore. Alessandro Campi (1961) è Ricercatore di Storia delle dottrine politiche dell'Università di Perugia, dove insegna Filosofia politica. Tra i suoi lavori, Modelli di storia costituzionale in Giuseppe Maranini (Roma, 1994), Schmitt, Freund, Miglio. Figure e temi del realismo politico (Firenze, 1995), Destra/Sinistra. Storia e fenomenologia di una dicotomia politica (Roma, 1997, in collaborazione con A. Santambrogio), Mussolini (Bologna, 2001).
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Il Fascismo morì con l'assassinio di Giovanni Gentile, l'ideologo neo-hegeliano dell'attualismo. Lo sostiene in una interessante pubblicazione (Giovanni Gentile e la Rsi), che farà discutere a sinistra, ma soprattutto a destra, Alessandro Campi, ricercatore all'Università di Perugia.
Il fascismo non è morto il 25 luglio del 1943, e nemmeno il 25 aprile del 1945 con l'uccisione del suo capo, il fascismo è morto il 15 aprile del 1944 con l'omicidio di Giovanni Gentile, dell'intellettuale cioè che aveva fornito al fascismo una compiuta ossatura ideologica, una base morale, un fondamento razionale, un'ideologia e una dottrina coerenti poggiate sulla teoria filosofica neo-hegeliana dell'attualismo. Colpire dunque Gentile significò, in sostanza, colpire il fascismo come ideologia, colpire la radice da cui il movimento di Mussolini, che conosceva le opere del filosofo siciliano sin dal 1908, era germinato. Insomma, come Alessandro Campi sostiene nel suo "Giovanni Gentile e la Rsi" l'assassinio di Gentile fu "necessario", iscritto nella logica delle cose, e soprattutto coerente e pienamente comprensibile in un contesto di guerra civile.
"I capi della futura Italia antifascista avevano bisogno - scrive Gregor nell'introduzione al libro di Campi - di un simbolo importante che denotasse una cesura storica e politica". La morte di Gentile sarebbe stato il segnale della definitiva scomparsa del fascismo, una "morte necessaria - come scrive appunto Campi - in virtù del ruolo preponderante che in condominio con Croce, Gentile aveva svolto in Italia nel campo della cultura.
Il progetto metapolitico di Togliatti, finalizzato ad imprimere al partito comunista italiano una base ideologica nazionale e a sostituire l'egemonia crociano-gentiliana con quella marx-gramsciana, rendeva inevitabile, come infatti avvenne, dapprima la liquidazione morale e fisica di Gentile e poi quella intellettuale e morale di Croce, vale a dire dei dioscuri della tradizione dell'idealismo italiano, assimilato tout court al fascismo e alla guerra".
E l'assimilazione dell'attualismo al fascismo non è affatto così forzata, in realtà si potrebbe dire che con il fascismo di Mussolini, all'attualismo gentiliano spuntarono le gambe per incedere nella storia, trovando "il modo di esprimersi in chiave concretamente politica... secondo un percorso che conduce dall'immanentismo (secolarismo) proprio di ogni filosofia idealista al disegno riformatore in senso religioso e spiritualista".
Se si guarda all'uccisione di Gentile secondo quest'ottica - l'ottica appunto della guerra civile e della morte necessaria di chi, prendendo una precisa posizione, vi aveva preso parte - appaiono decisamente pelose e prive di qualsiasi serio sostegno logico le posizioni di chi, nella destra neofascista del dopoguerra, ha deprecato per anni l'omicidio di Gentile, parlando di un gesto efferato, di un'azione di gratuita crudeltà. Argomentazioni maldestre che Campi non ha mancato nel suo lavoro di mettere in luce: "Da un lato il neofascismo italiano si è battuto perché quella svoltasi in Italia nel biennio 44-45 fosse riconosciuta storicamente e storiograficamente alla stregua di una guerra fratricida, dall'altro non ha mai colto il carattere consequenziale, tragicamente necessario, del tutto coerente con la natura propria di ogni guerra civile, dell'assassinio di Gentile o dell'episodio di Piazzale Loreto, rispetto ai quali esso ha invece invocato un metro umanitario, ha fatto appello alla pietas e al sentimento della clemenza e del perdono".
Non c'è da stupirsi se questo libretto di Campi, assieme al suo "Mussolini" che sta uscendo in questi giorni nelle librerie per i tipi del Mulino, provocherà a destra e a sinistra (ma soprattutto a destra) reazioni scontrose. Siamo infatti di fronte a un metodo e ad un approccio a certi temi insolito in un paese come il nostro: Campi, che per le edizioni Pellicani ha curato numerosi studi sul fascismo, ha sempre utilizzato un criterio rigorosamente scientifico, avalutativo e tassonomico nelle ricerche che ha compiuto, criterio che inevitabilmente finisce col togliere sostanza alle argomentazioni che da una parte e dall'altra dei due fronti intellettuali della guerra civile italiana hanno paralizzato ogni progresso nel campo degli studi sul fascismo, cioè a dire su vent'anni della nostra storia nazionale.
UNOINPIU' Febbraio 2001 Riccardo Paradisi
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Sine spe ac metu "senza speranza né timore" è il motto con cui si apre il libro Comunità, Europa, Impero di Francesco di Marino, pubblicato all'inizio del 2001 nell'ambito dei Quaderni di Terziaria, ma si adatta altrettanto bene ad un altro recente saggio della stessa collana: Giovanni Gentile e la RSI di Alessandro Campi. Infatti, anche se il primo testo va alla ricerca di prospettive per il futuro, mentre il secondo è dedicato alla ricerca storica, entrambi gli autori sostengono l'importanza di saper scegliere, individualmente e collettivamente, strade coraggiose in quei momenti in cui il senso dell'onore e l'orgoglio impongono di reagire alle umiliazioni, prescindendo da eventuali considerazioni pratiche sulle possibilità di successo.
Fu senz'altro in un quadro segnato dal disincanto e dal fatalismo, da un senso di morte e di sventura, che si collocò la scelta gentiliana di aderire alla Repubblica sociale italiana. Alle molteplici ragioni di questo passo, intrapreso dal filosofo del fascismo nella piena consapevolezza del fatto che le sorti del conflitto volgevano ormai al peggio, è dedicato il saggio di Campi. L'autore, analizzando i motivi storici, congiunturali, culturali, ideali e caratteriali che contribuirono alla decisione di Gentile, traccia un quadro piuttosto complesso, riassumibile in sei punti.
1) Gentile volle dimostrare la sua coerenza politica e intellettuale a quei fascisti che lo avevano accusato di opportunismo per la corrispondenza avviata con Leonardo Severi, ministro dell'educazione nel Governo Badoglio.
2) Fermamente convinto della indissolubilità di pensiero e azione, prendendo posizione nel momento più difficile egli manifestò la sua contrarietà al "sofisma diabolico" che fa gettare ogni dovere dietro le spalle.
3) Per Gentile negare il fascismo nell'ora estrema avrebbe significato smentire intellettualmente se stesso: sarebbe stata, egli scrisse alla figlia Teresina, una "vigliaccheria equivalente alla demolizione di tutta la mia vita".
4) Venendo a motivazioni meno soggettive, sicuramente condivise da Gentile con molti altri italiani che aderirono alla RSI, va anzitutto ricordato il suo legame di amicizia e fedeltà nei confronti di Mussolini.
5) Nella convinzione che l'armistizio rappresentasse un tradimento dell'alleato tedesco, diveniva inoltre indispensabile "negare la legittimità della resa per riaffermare il diritto ad esistere dell'Italia, che potrà magari soccombere, ma con onore".
6) Pur deciso sostenitore della "necessità della lotta giusta", Gentile si augurava infine, assumendo la presidenza della risorta Accademia d'Italia, di poter contribuire "alla smobilitazione degli animi" ed evitare che la guerra civile culminasse in un rovinoso bagno di sangue.
Il 15 aprile 1944 Giovanni Gentile, simbolo massimo del disegno culturale fascista, veniva assassinato in circostanze mai totalmente chiarite. Morì "tenendo alta la bandiera della dignità, alla quale nessuno vorrà mai sopravvivere" secondo quanto aveva raccomandato nel Discorso agli italiani da lui pronunciato a Roma nel 1943.
La grandezza postuma di Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e uomo di cultura, ma anche nell'aver tenuto ferme, sino alle conseguenze estreme, le proprie idee: una coerenza che per quanti si schierano a destra dovrebbe essere di esempio anche oggi, nel momento in cui, come si dice in una bella canzone della Compagnia dell'Anello, "stiamo buttando alle ortiche, per inseguire il potere, la nostra Fede più antica e le ragioni più vere".
IL BARGELLO - Trieste - Aprile/Maggio 2001) 
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UN FILOSOFO SCOMODISSIMO. Tra i libri che Gianfranco Monti continua coraggiosamente (parlo qui di coraggio nell'esposizione economica, piuttosto raro) a pubblicare con l'edizione "Terziaria" è di particolare interesse il tema sulla morte "necessaria" di un filosofo sviluppato da Alessandro Campi in Giovanni Gentile e la RSI.
Campi ragionevolmente sfata il mito secondo cui non si dovrebbero uccidere i professori, come se in una guerra civile fosse più giusto ammazzare soltanto gli allievi, i ragazzi. Con minor ragione, a mio avviso, riecheggia invece la tesi lanciata da Luciano Canfora secondo cui tra i mandanti dell'assassinio vi sarebbero state anche frange del fascismo repubblicano più immerse nel clima della guerra civile. Canfora ha retrodatato alla RSI l'inflazione delle scorte negli "anni di piombo", per accusare il fascismo estremistico fiorentino d'aver fatto mancare la scorta a Gentile mentre la sua era una morte annunciata. Ma i fascisti, obbligati al coraggio come 11° comandamento, non usavano scorte. Pavolini attraversava la pianura padana col solo autista. Resega, federale di Milano, fu ammazzato sotto casa mentre attendeva il tram per recarsi nella più importante federazione d'Italia: non girava scortato e non usava la macchina di servizio di cui disponeva Gentile. E' purtroppo vero che molti fascisti si lasciarono trascinare come in un Paese nemico nella pratica delle rappresaglie, ma dovrebbe essere d'altra parte evidente che a volere la guerra civile furono gli antifascisti. Ai fascisti sarebbe assai più convenuto poter continuare a comandare tranquilli.
Correnti di fascismo antigentiliano c'erano sempre state. L'accusavano d'essere più un liberale che un vero fascista e nella RSI continuarono polemiche di questo genere da parte del fascismo estremistico, ma da qui a volerlo morto, come insinua canfora, ci corre. Che i fascisti per faide interne si ammazzassero tra di loro è luogo comune usato anche per Ghisellini a Ferrara. In realtà i partigiani si accanivano con i miti, obiettivo tra l'altro più facile, proprio perché ostacolavano la guerra civile. Campi in compenso ha recuperato un'osservazione di Gennaro Sasso, che in suo libro-intervista del 1993 aveva scritto: "Ho cominciato a pensare che l'uccisione di Gentile potrebbe essere stata la prova generale di quella di Mussolini; e che la ragione stesse nella volontà inglese di togliere di mezzo i principali personaggi del fascismo per contrastare la diversa e persino opposta tendenza degli americani a conservarli in vita e quindi a sottoporli a processo. Uccidere Gentile significava che, a fortiori, anche Mussolini doveva esserlo; e uccidere quest'ultimo significava stroncare alla radice l'idea stessa di processi. Insomma, nel condannare a morte Gentile e Mussolini, gli inglesi avrebbero criticato coi fatti, e avant lettre, la mentalità di Norimberga".
Al movente inglese Campi aggiunge quello dei comunisti, che ne furono gli esecutori materiali: si preparavano a raccogliere l'eredità di Gentile come grande organizzatore di cultura e non c'è eredità senza il morto. Dal bel saggio di Paolo Mieli "Una rilettura liberale di Giovanni Gentile" in Le storie la storia (Rizzoli) Campi raccoglie infine il sospetto che il filosofo sia stato ucciso "perché sapeva troppo" sul collaborazionismo degli intellettuali antifascisti negli anni di un regime durante il quale poterono continuare a campare scrivendo. Sospetto eccessivo, che Mieli ricava a sua volta dallo scrittore cattolico Vittorio Messori. Secondo questa interpretazione - conclude Campi - la morte di Gentile, più che necessaria, potrebbe dirsi "utile ed opportuna" per toglierli d'imbarazzo. Non ne sono stati direttamente i mandanti, ma quando è stato messo a tacere si sono fregati le mani.
AREA N. 58 - Maggio 2001 Giano Accame
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IL SACRIFICIO DEL FILOSOFO. Nel suo ultimo articolo, apparso su "Civiltà Fascista" dell'aprile 1944, Giovanni Gentile si domandava: "E' possibile una realtà politica di cui all'uomo sia dato essere semplice spettatore?" Lui una risposta se l'era già data da qualche mese. Da quando, cioè, aveva scelto di aderire alla Repubblica Sociale, di assumere la presidenza dell'Accademia d'Italia, di combattere, in prima linea e sottoposto al fuoco congiunto degli antifascisti che lo odiavano e di certi fascisti intransigenti che diffidavano della sua "volontà pacificatrice", una battaglia che sapeva perduta. Si era dato una risposta, Gentile, netta e definitiva: ed era ben cosciente che quel suo "si" estremo a Mussolini e al fascismo rappresentava una condanna a morte, una "sentenza" che sarebbe stata immediatamente pronunciata e resa poi esecutiva dai "gappisti" fiorentini il 15 aprile 1944.
Ora, Alessandro Campi, in un volumetto ricco di intelligenza storica, dunque "aperto" alla complessità di eventi e personaggi, idee e scelte ("Giovanni Gentile e la RSI - Morte necessaria di un filosofo") ci mostra come l'ultimo approdo gentiliano sia la mèta tragicamente coerente e tragicamente inevitabile di un percorso intellettuale ed esistenziale. Giovanni Gentile "doveva" fare quel che fece; e in questo "dover essere", nel pensiero e nella storia,, c'era inscritta anche la "necessità" della morte. Scrive Campi: "Nel fascismo, come uomo e come intellettuale, Gentile aveva investito tutto di sé: con esso doveva finire, anche "fisicamente", cosa della quale peraltro egli non ha mai dubitato (…).Gentile - visto come simbolo massimo dell'impegno con cui il fascismo aveva perseguito il proprio disegno politico-culturale - doveva essere ucciso: per chiudere con il fascismo, troncando sul nascere qualsiasi ipotesi di continuità e per consentire l'inizio di una diversa fase della storia italiana". Campi ha ragione. Ed ha ragione quando, dopo aver scavato tra le idee, le passioni, le emozioni ecc. di chi scelse Salò (si vedano i capitoli "Le scelte della RSI", pp 35-46 e «Gli intellettuali e la RSI", pp 137-141), osserva nella sua conclusione: "La pacificazione - che altro non è che la visione completa e sufficientemente condivisa del proprio passato storico - non si raggiunge attraverso la sintesi delle memorie, che sovente equivale a una reciproca elisione, ma sul piano dell'analisi e del giudizio, che per essere storicamente efficaci debbono rifuggire ogni moralismo ed ogni falsa "pietas".»
Indubbiamente, la storia è anche assunzione di "responsabilità" criticamente ed operosamente "civile" di fronte a chi fece scelte "responsabili". Giocando in quelle il presente, il passato, il futuro; la rappresentazione di sé e del proprio pensiero; e l'immagine che gli altri hanno di noi, la vicenda personale, il magistero. Forse la storia è necessariamente "tragica" quando ci entriamo dentro con tutto il peso della nostra mente, ma esponendo, senza paura, anche il corpo; e chi la scrive davvero "sine ira et studio", e dunque per andare avanti, e dunque ancora in vista di memorie "condivise", ha l'obbligo di registrare l'intensità drammatica di affermazioni e negazioni personali e pagate di persona, senza smussare gli angoli, senza addolcire. Ecco, allora, la straordinaria, fatale "dignità" della scelta gentiliana. Carica di senso dell'onore, di pessimismo, di volontarismo, di teso, accorato impegno testimoniale. L'azione di Gentile è davvero filosofia in atto; la ricerca speculativa esce dalle biblioteche e dalle accademie, e si tuffa nel ribollire della vita, scommettendo sulla missione del dòtto; organizzare la Città, garantire la continuità dei suoi ordinamenti, impedire, impedire che il nemico la invada violando altari e focolare, gridare con forza le parole della concordia in mezzo agli odi faziosi che ne dilaniano le carni e ne avvelenano il sangue.
Gentile, se vogliamo, sceglie l'enfasi dei toni alti - ma sono alti gli scopi, per quanto oggi possano apparire incomprensibili o patetici nel minimalismo rampante - per il suo azzardo di uomo e di intellettuale militante.
Poteva sottrarsi; interviene. Dopo essere stato il "pensatore principe" del Regime, tra la fine degli anni Trenta e il 1943, aveva vissuto e operato "pressoché esclusivamente all'interno della sua cerchia culturale e universitaria sulla quale dominava con il piglio del patriarca e del "dominus intellettuale". Concentrava le sue energie sulla Scuola Normale Superiore di Pisa, della quale, nell'ottobre del '37, era tornato ad essere direttore, e su diverse iniziative accademiche ed editoriali, prima tra tutte l' "Enciclopedia Italiana".
Era amico fedele di Mussolini, ma di sicuro la legislazione razziale era lontanissima dal suo idealismo anti-naturalistico, né la scelta di entrare in guerra a fianco della Germania gli era parsa carica di motivazioni nazionali, patriottiche, civili, culturali, ecc. come quella che aveva animato le battaglie interventistiche nel lontano 1914. Ma allorché il conflitto europeo diviene mondiale e sembra avere i contorni di una guerra di religione i cui esiti incideranno per decenni sugli umani ordinamenti, Gentile non esita a riaffacciarsi alla scena politica. Lo fa in "grande" e in un momento "scomodo": è il 24 giugno del '43, le sorti della guerra volgono verso il peggio, tra poco più di due settimane gli Alleati sbarcheranno in Sicilia, tra un mese il voto del Gran Consiglio affosserà Mussolini. In questo scenario torbido, Gentile pronuncia in Campidoglio il suo appassionato "Discorso agli Italiani". Non c'è nessun trionfalismo, ma un ammonimento forte al coraggio, al senso dell'onore e della dignità, all'impegno che tutti deve unire nel tenere alta la bandiera della Patria perché non vengano meno unità e continuità.
Gentile ha scelto. L'identità fascismo-nazione è per lui un elemento indiscutibile. Certo, non vuole (né si attende) lacerazioni con la Monarchia e non getta a mare le sue convinzioni sabaude il 25 luglio. Vorrebbe essere leale nei confronti del Re e di Badoglio, senza che nessuno lo costringa a rinnegare Mussolini e il Fascismo. Ma Gentile è ormai un "nemico" per tutti gli antifascisti, moderati o estremisti che siano. E' il filosofo "ufficiale" del Fascismo, ha contribuito a consolidare la tirannide, ha plasmato le coscienze dei giovani perché si inchinassero alla dittatura, ha confermato il suo mussolinismo nel famigerato "Discorso agli Italiani".
Prima ancora che Concetto Marchesi gridi con violenza la sentenza di morte, Gentile è condannato. Vorrebbe, ancora, vorrà, anche in seguito, essere uomo della concordia perché la Patria che si lacera è una Patria che va in rovina: non gli è possibile. La sua idea, che identifica l'Italia col Fascismo e vede nel Fascismo il compimento politico, civile e "filosofico" della storia d'Italia, seguita di secolo in secolo nei personaggi che meglio la rappresentarono e che con più intelligenza perseguirono il disegno "nazionale" (si legga, ad esempio, il volume dedicato a Bertrando Spaventa con cui la Casa Editrice fiorentina "Le Lettere" ha portato a termine la pubblicazione dell' "Opera Omnia" gentiliana); questa sua convinzione, sempre più salda man mano che si approssima la fine, è respinta con rabbia da chi ha scelto l'antifascismo. Dunque, anche da molti che gli sono stati vicini negli studi e nella ricerca - si pensi a Cantimori, a Calogero, a Capitini, a Codignola, a Bianchi Bandinelli - e che ora, se non si augurano la sua morte fisica, di sicuro si battono per la sconfitta definitiva delle sue idee. E queste appaiono, in un modo sconcertante, più che mai tenaci, anche e soprattutto nella fedeltà a Mussolini.
"O l'Italia si salva con lui - par che abbia detto Gentile a Biggini, ministro dell'Educazione nazionale, dopo aver incontrato sul Garda il Duce nel novembre del '43 - o è perduta per molti secoli".
Dunque, lealtà ostinata. E il cuore gettato contro ogni ostacolo. Fino alla morte "necessaria". E qui Campi ripropone, non per gusto della polemica, ma per volontà di "capire" e dunque tutto "esplorare", i termini di una questione che va affrontata senza pregiudizi: oltre le mani armate dei partigiani che ammazzarono Gentile, c'erano cuori di Fascisti "armati" contro di lui? C'era un estremismo saloino che vedeva nel filosofo un barone del fascismo littorio, nemico del radicalismo rivoluzionario? Sono domande che possono dispiacere a chi vive di indiscusse certezze: il dovere dello studioso è quello di porle perché la verità storica non ha nulla da guadagnare né dalla fazione né dalla deformazione né dalla rimozione.
IL SECOLO D'ITALIA 20 Marzo 2001 Mario Bernardi Guardi
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FILOSOFIA DI UNA MORTE ANNUNCIATA Giovanni Gentile aveva una visione particolare della morte. I comuni mortali hanno paura della morte perché l'avvertono come qualcosa che c'è. Il filosofo dell'attualismo sosteneva che la morte "è paurosa perché non esiste, come non esiste la natura, né il passato, come non esistono i sogni". C'è l'uomo che sogna, diceva Gentile, ma non le cose sognate. Sarà anche vero, e molto suggestivo, ma resta il fatto che la tragica morte di Giovanni Gentile, ucciso il 15 aprile del 1944 da mano ignota, non è un sogno. Tutt'altro. Per cinquant'anni è apparsa come un incubo di cui liberarsi. In quella morte non c'è solo la tragica fine di un uomo di pensiero ma anche d'azione, c'è un idea dell'Italia, un nodo, forse un ingorgo storico di una nazione ancora non in pace con se stessa. I militanti comunisti fiorentini aderenti ai Gap non vollero uccidere solo un uomo, ma il suo pensiero. Ma se sulla morte aveva forse torto, sulla natura del pensiero Gentile aveva ragione: "Il pensare è vivere vita immortale". Così, ad oltre mezzo secolo dall'assassinio di Giovanni Gentile, la "morte del suo pensiero" si presenta ancora come una questione vitale per chi sente di voler essere italiano.
Quando la notizia della morte di Gentile arrivò a Benedetto Croce, il filosofo napoletano disse: "Ora ammazzano anche i filosofi". Ma l'assassinio di Gentile non avvenne per caso, non fu un incidente di percorso, un fatto che poteva accadere o che poteva non accadere. La sua morte fu necessaria.
Alessandro Campi, allievo di Ernesto Galli della Loggia, sulla "morte necessaria" del filosofo dell'attualismo ha scritto un bel libro pubblicato dall'Asefi intitolato Giovanni Gentile e la RSI; morte necessaria di un filosofo.
"Quella di Gentile - scrive Campi - fu una morte in larga parte annunciata, della cui inevitabilità fu consapevole lo stesso filosofo, e che ebbe numerosi mandanti ed ispiratori, più o meno occulti e consapevoli: i servizi segreti inglesi, la massoneria, l'ala comunista e insurrezionale dell'antifascismo, certe frange del fascismo repubblicano, in una trama di interessi e di convergenze che ha finito per stendere un velo di mistero sull'uccisione di Gentile".
Ma se la morte di Gentile fu annunciata, tanto che lo stesso filosofo avvertiva il momento della fine, quale ne fu il movente? La pacificazione. Il filosofo del fascismo, che aveva legato il suo nome non solo a una filosofia e al regime, ma ad una visione storiografica dell'Italia che aveva il suo punto di approdo nel fascismo, aderì alla Rsi quando vide la "patria in pericolo" e la guerra civile alle porte. La sua morte "segnò la fine" dei tentativi di pacificazione nazionale. Ma alla morte di Gentile seguì anche la "morte" del suo antico amico Benedetto Croce. La "morte necessaria" di Gentile, infatti, ha a che vedere anche con il ruolo egemonico che lui, con Benedetto Croce, ebbe nella cultura italiana.
"Per comprendere questo punto - scrive Campi - è necessario riferirsi al progetto perseguito, a partire dal 1944, dal leader comunista Palmiro Togliatti. Quest'ultimo, in linea con la cosiddetta "svolta di Salerno", aveva compreso l'importanza di dare al Partito comunista italiano una base ideologica nazionale, in modo da farne un protagonista della ricostruzione democratica dell'Italia. Ma per conseguire questo obiettivo si resero appunto necessarie la liquidazione fisica e morale di Gentile e quella intellettuale e morale di Croce, vale a dire della tradizione dell'idealismo italiano, assimilata tout court al fascismo e alla reazione.
Solo così fu possibile assegnare al marxismo una valenza nazionale, tale da permettere la sostituzione dell'egemonia crociana-gentiliana con quella gramsciana e l'apertura quindi, di una fase politico-culturale nuova".
Tutto questo in disprezzo non solo della storia d'Italia e del pensiero italiano, ma della stessa intelligenza di Antonio Gramsci.
IL SECOLO D'ITALIA 10 Marzo 2001 Giancristiano Desiderio
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Giovanni Gentile e il destino del Novecento. Tra pochi giorni sarà in libreria l'ultimo libro di Alessandro Campi, "Giovanni Gentile e la Rsi", Asefi editoriale, Milano, 152 pagine, lire 17mila. Ideazione.com pubblica in anteprima il capitolo "Morte necessaria di un filosofo".
Nella cultura e nella politica italiane, la morte violenta di Gentile è stata oggetto continuo di rimozioni e sensi di colpa, di imbarazzi, di veri e propri silenzi, di reticenze. Sia le giustificazioni sia le condanne sono spesso apparse ipocrite, volutamente ambigue, sono state quasi sempre improntate al moralismo e ad una certa retorica, quando non ad una vera e propria incomprensione delle più profonde implicazioni di tale morte, con quelle modalità e in quel contesto. Sul piano storico, essa ha altresì determinato lunghe polemiche relativamente ai mandanti ed agli esecutori del delitto: se gli autori materiali dell'agguato furono, senza alcun dubbio, militanti comunisti fiorentini aderenti ai Gap, tra gli ispiratori si sono via via indicati i servizi segreti inglesi, la massoneria, l'ala comunista ed insurrezionale dell'antifascismo, gli ambienti dello squadrismo pavoliniano e più genericamente del fascismo repubblicano più estremista, in un gioco di convergenze e di intrecci che ha finito per stendere un velo di mistero sull'assassinio del filosofo ufficiale del fascismo. Manca, a tutt'oggi, una versione della morte di Gentile, e delle vicende che la determinarono, che possa dirsi definitiva ed ufficiale, chiara e documentata in tutti i diversi aspetti. L'annuncio di clamorose rivelazioni - fatto a suo tempo, ad esempio, da Cesare Luporini - non ha avuto alcun seguito. Molti protagonisti hanno, a più riprese, detto la loro, in maniera più o meno completa; altri, più semplicemente, hanno taciuto o hanno preferito dimenticare.
L'uccisione di Gentile è stata spesso considerata come un atto di barbarie, come un gesto crudele ed inutile, compiuto ai danni di un uomo generoso, mite e leale, di un "povero vecchio" indifeso ed inerme. Un vero proprio martirio, secondo alcuni, non giustificabile nemmeno nel contesto di una pur sanguinosa guerra civile, vista l'alta personalità intellettuale dell'ucciso. Gli unici che, cogliendo appieno il significato storico-epocale della morte di Gentile, sin dal giorno seguente la notizia dell'agguato non si sono mai risparmiati, rivendicando a sé, pubblicamente, il merito di quel delitto politico, sono stati i comunisti - Togliatti in testa, prontissimo nel diffondere a titolo di rivendicazione, nel numero di luglio di "Rinascita", la sentenza di morte apparsa a marzo nel periodico clandestino del Pci "La Nostra Lotta" in calce all'articolo che Concetto Marchesi aveva già pubblicato, qualche tempo prima, su altri organi di stampa e con il quale l'illustre latinista aveva duramente stigmatizzato la politica di conciliazione nazionale perseguita da Gentile.
Dell'eliminazione di Gentile - l'unico intellettuale in grado di dare prestigio e legittimità al fascismo salotino, impegnatosi per di più in una campagna per la pacificazione e la moderazione sgradita sia al fascismo oltranzista sia all'ala insurrezionale della resistenza - si è detto che essa fu un epilogo a dir poco da prevedere e da mettere in conto, tragico quanto si vuole ma perfettamente coerente con le tensioni di quel periodo e con la personalità stessa del filosofo, talmente ingombrante ed in vista da costituire un bersaglio pressoché perfetto e sin troppo facile, abbattendo il quale si sarebbe inferto un duro colpo all'intera impalcatura della Rsi. Colpire Gentile era come colpire quello che nel fascismo ancora restavo di nobile e di sano. Si trattò, al dunque, di un atto di guerra. Ciò non toglie che sul piano generale - simbolico e storico-filosofico - quella di Gentile possa essere definita una morte, non solo annunciata e attesa, ma, in un senso più profondo, "inevitabile e necessaria", soprattutto allorché ci si soffermi non soltanto sulle cause immediate e sulle modalità dell'attentato, probabilmente destinate a non essere mai del tutto chiarite, ma sui significati e sul valore simbolico di essa, che ancora oggi la rendono così diversa dalle molte altre morti che hanno caratterizzato la guerra civile combattuta in Italia tra il 1944 e il 1945.
Morte necessaria in almeno due sensi, che riguardano ciò che stava alle spalle di Gentile e ciò che sarebbe venuto dopo di lui, un prima e un dopo della storia d'Italia dei quali egli fu, simbolicamente, lo spartiacque. Per quanto concerne il primo significato conviene partire dall'ipotesi che, sulle ragioni dell'assassinio di Gentile, ha avanzato lo storico della filosofia Gennaro Sasso, per poi trarne alcune considerazioni più generali sul rapporto tra giustizia e guerra e sul cosiddetto "diritto di guerra". Ha scritto Sasso nel suo libro-intervista "La fedeltà e l'esperimento": ho cominciato a pensare da qualche tempo a questa parte che l'uccisione di Gentile potrebbe essere stata […] la prova generale di quella di Mussolini; e che la ragione stesse nella volontà inglese di togliere di mezzo i principali personaggi del fascismo per contrastare la diversa e persino opposta tendenza degli americani a conservarli in vita e quindi a sottoporli a processo. Uccidere Gentile significava, che "a fortiori", anche Mussolini dovesse esserlo; e uccidere quest'ultimo significava stroncare alla radice l'idea stessa di processi […]. Insomma, nel condannare a morte Gentile e Mussolini, gli inglesi avrebbero criticato coi fatti, e avant la lettre, la mentalità, come potrebbe dirsi, di Norimberga. Secondo questa suggestiva interpretazione, l'assassinio di Gentile fu perpetrato - ammesso che i servizi segreti inglesi abbiano avuto una parte in esso (un punto, quest'ultimo, sul quale convergono numerose testimonianze) - nel segno della Realpolitik e del rifiuto della visione giusnaturalistica che è stata invece propria degli statunitensi per quel che attiene i crimini commessi dai capi del nazionalsocialismo. Gentile fu ucciso nel segno di una concezione europeo-continentale, appunto realista e per certi aspetti più umana e aliena da ogni moralismo, del diritto di guerra, concezione che può ammettere, dopo la conclusione del conflitto armato, solo due possibili strade nei riguardi del nemico: il perdono (e quindi in un certo senso l'oblio) oppure la vendetta (e quindi l'uccisione sommaria e senza processo di coloro che vengono ritenuti responsabili di aver violato le regole del diritto internazionale), ma non l'aberrazione giuridica di un tribunale penale di guerra composto unicamente dai vincitori e le cui decisioni sono, per forza di cose, già tutte iscritte nell'esito bellico. Se si ritiene, come scrive Sasso, che "l'idea del tribunale dinanzi al quale i vinti sono trascinati in catene ad ascoltare, in sostanza, una condanna già pronunziata, sta a mezza strada tra l'ingenuità e l'ipocrisia", allora Gentile "doveva" essere ucciso. Quel tanto (o quel poco) di nobilmente tragico che ha segnato l'epilogo del fascismo italiano - così diverso dal clima nel quale si è consumata la parabola del nazionalsocialismo, un misto di dissoluzione nichilistica e di patetismo piccolo-borghese - è dipeso anche da morti come quelle toccate a Gentile ed allo stesso Mussolini, uccisi entrambi nel furore della lotta in quanto simboli massimi di una tragedia alla quale era impensabile che sopravvivessero. Da questo punto di vista, del tutto incoerente è stato, per oltre cinquant'anni, il modo con cui il neo-fascismo italiano ha vissuto e giudicato certe vicende: da un lato esso si è battuto perché quella svoltasi in Italia nel biennio '44-'45 fosse riconosciuta, politicamente e storiograficamente, alla stregua di una guerra fratricida, dall'altro non ha mai colto il carattere consequenziale, tragicamente necessario, del tutto coerente con la natura propria di ogni guerra civile, dell'assassinio di Gentile o dell'episodio di Piazzale Loreto, rispetto ai quali esso ha invece spesso invocato un metro umanitario, ha fatto appello alla "pietas" ed al sentimento di clemenza e perdono. In realtà, la grandezza postuma di Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e di uomo di cultura, ma anche nel modo con cui ha tenuto ferme, sino alle conseguenze estreme, le proprie idee e il proprio progetto politico-culturale. Fatta salva l'umana pena dinanzi alla morte, come immaginare Gentile nei panni dell'epurato, collocato forzatamente a riposo, come avrebbe voluto Croce, o peggio trascinato alla sbarra "nella forma più alta e solenne" a rispondere delle proprie colpe dinanzi al paese intero, come avrebbe desiderato l'azionista Tristano Codignola? Nel fascismo, come uomo e come intellettuale, Gentile aveva investito tutto di sé: con esso doveva finire, anche fisicamente, cosa della quale peraltro egli non ha mai dubitato, a dispetto del moralismo un po' ipocrita con il quale è stata spesso giudicata la sua morte- soprattutto, e non casualmente, proprio degli intellettuali.
Ma morte necessaria, quella di Gentile, anche per un secondo motivo, che ha a che vedere con il ruolo egemonico, che egli, in condominio con Benedetto Croce, aveva svolto in Italia, sul piano culturale, per oltre trent'anni. Per comprendere questo punto è necessario riferirsi al progetto perseguito, a partire dal 1944, dal leader comunista Palmiro Togliatti. Quest'ultimo, in linea con la cosiddetta "svolta di Salerno", aveva compreso l'importanza di dare al partito comunista italiano una base ideologica nazionale, in modo da farne un protagonista della ricostruzione democratica dell'Italia. Ma per conseguire questo obiettivo si resero appunto necessarie la liquidazione fisica e morale di Gentile e quella intellettuale e morale di Croce - vale a dire della tradizione dell'idealismo italiano, assimilata tout court al fascismo ed alla reazione. Solo così fu possibile assegnare al marxismo una valenza nazionale, tale da permettere la sostituzione dell'egemonia crociano-gentiliana con quella gramsciana e l'apertura, quindi, di una fase politico-culturale nuova. Gentile - visto come simbolo massimo dell'impegno con cui il fascismo aveva perseguito il proprio disegno politico-culturale - doveva essere ucciso: per chiudere con il fascismo, troncando sul nascere qualunque ipotesi di continuità, e per consentire l'inizio di una diversa fase della storia italiana. Suggestioni, si dirà, ipotesi discutibili, che però lasciano intendere come le vicende storiche non possano essere interpretate unicamente in termini fattuali ed empirici, ma tenendo conto anche delle loro implicazioni e dei loro significati simbolici e metastorici.
IDEAZIONE 6 febbraio 2001
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QUANDO GENTILE SI RIFIUTO' DI SOSTITUIRE MUSSOLINI Che la morte di Gentile facesse piacere a molti e da più parti (fascisti inclusi) è risaputo. Che, però, i sicari comunisti abbiano agito per conto terzi, secondo la fantasiosa ricostruzione di Luciano Canfora, è inverosimile. I gregari sapevano a chi obbedire, e i capi avevano il loro programma da attuare. L'uccisione di Gentile rientrava, probabilmente, in quel programma comunista di creare nella Penisola una frattura insanabile, in cui ebbe una parte abominevole anche l'attentato di via Rasella, con le sue prevedibili conseguenze.
Un piccolo e denso volume di Alessandro Campi porta ora nuova luce sul delitto richiamando, tra molte motivazioni psicologiche, anche un episodio in sé secondario, ma indicativo di una potenziale evoluzione di Gentile che, poi, non si realizzò. Precisamente verso la riconciliazione nazionale. Si tratta di uno scambio di lettere con Leonardo Severi, che aveva collaborato con Gentile quando questo era succeduto a Croce al ministero della Pubblica istruzione. Croce aveva impostato una riforma della scuola secondaria ma, dopo il '22, si ritirò, e indicò in Gentile colui che sarebbe stato in grado di portar la riforma in porto. Accadde che, durante i 40 giorni di Badoglio, Severi divenne a sua volta ministro dell'Educazione nazionale, e Gentile non ebbe scrupolo a scrivergli per perorare alcuni interessi universitari, come qualsiasi cattedratico influente è solito fare. Ne ricevette una risposta sdegnata. Severi temeva, evidentemente, di compromettersi.
Che cosa dimostra questo accostarsi di Gentile? Dimostra che la sua fedeltà era istituzionale, non solo personale verso Mussolini. Poteva, infatti, coesistere con il nuovo regime. Dopo tutto le dimissioni le aveva date Mussolini stesso e la sfiducia era venuta dal Gran consiglio: Gentile non avrebbe tradito nessuno prendendone atto, come la stragrande maggioranza degli italiani. Severi motivò il suo sdegno con "l'infelice discorso" di Gentile in Campidoglio, del 24 giugno. Ricordo perfettamente quel discorso. Pur commissionato dal segretario del Pnf, trascendeva talmente le ragioni della guerra e del fascismo in quelle dell'Italia e della cultura da apparire, anzi, nobile e coraggioso. Gentile credeva nel Risorgimento e nella civiltà, e solo per questo nel fascismo, anche se ne aveva dato un'interpretazione storica ottimistica e ne aveva scritto (nella sua parte utopica) la dottrina. Anche con Mussolini, il rapporto personale (sempre fortissimo in un siciliano, nel bene e nel male) non prevaleva sulle ragioni ideali.
Aggiungo un particolare che mi viene dal filosofo Augusto Guzzo (non gentiliano, ma messo in cattedra da Gentile), fonte attendibile. Dopo il delitto Matteotti, alcuni vollero tentare un fascismo senza Mussolini, e si rivolsero a Gentile perché ne prendesse il posto. Ne ebbero, naturalmente, un rifiuto, ma da allora Gentile fu messo da parte.. Ebbe la direzione (non, si badi bene, la presidenza) dell'Enciclopedia italiana, e ne fece la sede di una cultura ecumenica. Era naturale, però, che i fascisti ortodossi gli rimproverassero quella tentazione che, pure, non veniva da lui ed era stata respinta.
Che, dopo l'8 settembre, Gentile accettasse la presidenza dell'Accademia d'Italia, era paradossale. Quell'Accademia aveva accolto personaggi come Fermi, Ma scagni e Pirandello, ma non lui. Fra i filosofi, Orestano e Carlini: alzi la mano chi se ne ricorda. E ora, che motivazione poteva spingere Gentile? La ricerca del seggio perduto? A soldi stava bene: l'Enciclopedia lo aveva liquidato con un milione con cui acquistò la Sansoni. Campi chiarisce, per contro, le circostanze che lo portarono a una reazione emotiva suscitata da eventi familiari funesti, da antiche ostilità preconcette, da nuove stupidità badogliane. Nel siciliano non si radica soltanto la fedeltà, ma anche il risentimento.
E, personalmente, Giovanni Gentile aveva l'impressione di non aver più nulla da perdere.
IL GIORNALE 6 febbraio 2000 Vittorio Mathieu 
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UNA RICERCA DI VERITA' Di Alessandro Campi e del suo raffinato lavoro su Gentile posso solo dire che ha cercato la verità con passione, cercando non di interpretare, ma di capire. In questo mondo dove gli intellettuali interpretano ma non capiscono non è cosa da poco: una fatica di Sisifo. Tutti coloro che non condividono la filosofia gentiliana, ma credono che - come diceva Nietsche - in un uomo ci sia ben più della sua filosofia non possono che ringraziare Alessandro Campi per il suo Giovanni Gentile.
Claudio Bonvecchio 
Sermonti Rutilio L’ITALIA NEL XX° SECOLO Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità. Prefazione di Luigi Tedeschi
Il libro è edito da "Edizioni all’insegna del Veltro" 2001, pp. 205 prezzo euro 15,43 e può essere acquistato presso l’autore Rutilio Sermonti, Via Stella Polare n. 10, c.a.p. 00040 Montecompatri (Rm), tel. 06/9485643, fax 06/2006605, e-mail giuliosermonti@jumpy.it
 
 
Prefazione di Luigi Tedeschi: Il XX° secolo si chiude in un clima di cupo pessimismo. Prevale, in tempi di globalizzazione, un disfattismo cosmico, che vede il ‘900 come il secolo delle ideologie utopiche, delle guerre mondiali, degli olocausti. Un’eredità scomoda di cui ci si vuole liberare al più presto e dalle cui ceneri nasce il nuovo secolo, che si presenta come un orizzonte vuoto e incomprensibile. In realtà, dopo aver assistito nell’ultimo decennio, all’abiura di tutti gli ideali, della cultura e tradizioni che hanno informato di sé gli eventi decisivi del ‘900, l’Europa si trova a non comprendere più se stessa e quindi la propria storia, proprio perché sono state troncate le radici di tutti quei valori che sono tutt’oggi parte integrante della propria identità. Senza più una propria storia, i popoli europei sono destinati a subire l’azione disgregante ed aggressiva delle holding finanziarie che dominano i mercati e quindi le fonti stesse della propria sopravvivenza.
La letteratura abbonda d’analisi storiche sul ‘900, ma queste dimostrano tutta la loro insufficienza, nella misura in cui sono legate a schemi ideologici ormai superati e smentiti dalla storia. La storia ufficiale, prodotto della cultura politically correct dominante, fornisce una visione parziale, astratta, faziosa e in ogni caso inidonea a comprendere i fenomeni del nostro secolo. Si resta dunque prigionieri del manicheismo progressista, ci si rifiuta di comprendere (e quindi si condanna senza appello) tutto ciò che non sia compatibile con i pregiudizi ideologici di esso, a cominciare dal fascismo e da tutto ciò che ad esso viene assimilato, in campo politico, culturale ed economico.
Dalla lettura di questo libro, dal suo stile conciso, immediato, spesso ironico e polemico, emerge la personalità poliedrica del suo autore. Rutilio Sermonti infatti è un uomo di profonda cultura, dai molteplici interessi, storici, scientifici, filosofici, che ha vissuto in prima persona, nella Repubblica Sociale, l’epilogo di una epoca storica che egli identifica con la fine della stessa indipendenza nazionale. Quegli eventi rappresentano tuttora la fonte di un patrimonio ideale inestinguibile, cui occorre sempre far riferimento, per una obiettiva analisi della storia del nostro secolo. L’autore, esprime in questa sua opera tutta la passionalità ideale che avvince profondamente il lettore, senza tuttavia nuocere alla serenità della analisi storica. Anzi, la intensa partecipazione interiore con cui l’autore narra gli eventi, conferisce all’opera un particolare significato, poiché la storia del XX° secolo viene trattata nell’ottica di una storia degli ideali, delle passioni, dei grandi progetti culturali e politici che hanno animato la vita di milioni di uomini di questo secolo. 
Rutilio Sermonti vuole ristabilire la verità storica del XX° secolo, partendo dalla constatazione che non si può fare storia attribuendole finalità ideologiche ad essa esterne o estranee. Non è lecito in pratica servirsi degli eventi storici, interpretandoli esclusivamente come conferma oggettiva delle proprie tesi ideologiche, quasi la storia fosse un materiale d’analisi da laboratorio soggetto a sperimentazioni, guidate da presupposti ideologici che ne determinino a priori il campo d’indagine, le modalità, i fini e l’esito stesso della ricerca.
Per Rutilio Sermonti il soggetto della storia è l’uomo: non idee astratte poste al di la di dell’uomo stesso, ma che ne determinano la vita e il destino.
L’autore non ha voluto scrivere un testo "alternativo" che avesse il carattere di una "controstoria". Egli non vuole cioè limitarsi ad una polemica antiideologica in contraddittorio con la storia ufficiale, poiché in tal caso l’analisi storica di Rutilio Sermonti, si ridurrebbe ad una interpretazione tra le tante del XX° secolo più o meno ideologica, ma in ogni caso uguale e contraria alle altre. Non ci troviamo inoltre dinanzi ad un libro di testimonianza, ad un libro dunque "passatista", che si esaurisca nella narrazione degli eventi del ‘900 dal punto di vista della parte sconfitta, quasi che l’autore fosse "l’ultimo dei Moichani", che canti le gesta di un popolo dal passato glorioso, ma ormai condannato senza speranza all’estinzione.
Al contrario, proprio dal titolo "L’Italia nel XX° secolo – Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità", si evince che questo testo, avendo come destinatarie le giovani generazioni, scaturisce proprio dall’esigenza di fornire un quadro obiettivo della storia del XX° secolo, perché i giovani, in un mondo ormai privo di ideali e vuoto di ogni contenuto spirituale, riscoprano il patrimonio storico e culturale della propria terra italiana ed europea. In altre parole, si vuole nei giovani la consapevolezza del ruolo storico e politico che l’Europa dovrà assumere nel secolo XXI° nel contesto mondiale.
Se il soggetto della storia è l’uomo, non si può scrivere la storia se non prendendo le mosse da una concezione reale ed obiettiva dell’uomo stesso. Partendo dalla considerazione della natura umana, quale si esprime nella sua storica determinazione, possiamo rinvenire, nello studio della storia stessa, le costanti aspirazioni ideali e le potenziali capacità creative dell’uomo, al di la delle diversità delle manifestazioni contingenti.
Il fascismo nacque e si affermò nel XX° secolo, quale sintesi ideale e politica di una visione dell’uomo in aperto contrasto con le ideologie ottocentesche dominanti negli anni ’20, quali il liberalismo ed il marxismo.
L’ideologia liberale, pur nella diversità delle sue espressioni, si basa fondamentalmente su una visione astorica dell’uomo, quale individuo razionale ed autosufficiente in quanto dotato di ragione e libero per diritto naturale. Questo stato di libertà individuale originaria ed innata nell’uomo (che si esprime principalmente nella libertà di iniziativa economica), se non alterato da istituzioni che ne ostacolino le manifestazioni (forze oscurantiste, quali la Chiesa e lo Stato), condurrebbe con un processo meccanicistico alla realizzazione di una società "perfetta", intesa come l’autogoverno degli individui liberi ed uguali. In questo contesto, la storia diviene un orizzonte vuoto, rappresenta solo il processo temporale in cui si realizzerebbero progressivamente la libertà e l’uguaglianza, a nulla rilevando lo stato di perenne contrasto e sopraffazione che si verrebbe ad instaurare in una società in cui regni una libertà economica selvaggia che finisca di fatto per annullare i diritti politici dei cittadini. 
L’ideologia marxista, pur essendo sorta in contrapposizione alle strutture economiche della società liberale dell’800, condivide tutti i postulati economici delle dottrine liberiste e la stessa visione progressiva della storia. Ne contesta semmai gli effetti, quali la stratificazione della società in classi sociali (la borghesia e il proletariato) che si realizza in funzione dell’appropriazione dei mezzi di produzione. Si profetizza quindi la conquista del potere da parte del proletariato e l’avvento in futuro del comunismo. Nella società comunista regnerebbero l’uguaglianza assoluta e la libertà dell’intera collettività umana. L’ideologia marxista ha tuttavia posto come cardine della propria filosofia la storia, intesa come fattore di sviluppo collettivo dell’agire economico dell’umanità, che si risolverebbe in una immanente contrapposizione tra le classi sociali, fino a determinarne la scomparsa con l’avvento del comunismo. Con l’avvento della società comunista si determinerebbe infine la scomparsa della storia stessa, perché con il comunismo tutte le finalità umane avrebbero il loro definitivo compimento.
Come si può osservare, le affinità tra le due ideologie prevalgono sulle differenze.
L’economia, la ragione, l’ereditarietà, le forze psichiche, sono entità estranee alla volontà dell’individuo e alle sue necessità concrete, ma che si impongono, quali finalità immanenti, alla persona umana, rendendola strumento dei processi deterministici della storia. Il risultato ultimo di tali concezioni ideologiche è l’oggettivazione dell’umanità, che diviene materiale da sperimentazione ideologica per la costruzione di modelli di società astratti ed utopici, concepiti sempre come mete ultime, poste al di la del divenire storico. Il fascismo invece, si contrappone ad esse perché rifiuta tutte le concezioni della storia che affermino la dipendenza del destino dell’umanità da forze estranee all’uomo stesso. Mussolini affermò nel ’19: "Basta teologi rossi e neri di tutte le chiese, colla promessa astuta e falsa di un paradiso che non verrà mai! Basta, politicanti di tutte le scuole, colle vostre querule <accademie>! Basta, ridicoli salvatori del genere umano che se ne infischia dei vostri <ritrovati> infallibili per regalargli la felicità. Lasciate sgombro il cammino alle forze elementari degli individui, perché altra realtà umana, all’infuori dell’individuo, non esiste!"
Il fascismo pone al centro della storia la volontà dell’uomo. Pur essendo consapevole dei limiti storici, ambientali, economici e naturali cui è soggetta la vita umana, la volontà diviene motore della storia, nella misura in cui sa affrancarsi ed imporsi a tutti questi fattori limitanti. La storia è considerata un processo creativo mai esaurito, mai definitivamente compiuto, che perennemente si rinnova e si evolve. Essa non ha finalità deterministiche o salvifiche che si impongono all’uomo, ma è il risultato degli obiettivi materiali e spirituali che la volontà individuale e comunitaria degli uomini riesce a realizzare nel tempo.
In questo libro, fuori da impostazioni ideologiche finalistiche, Rutilio Sermonti delinea una concezione della storia, intesa come storia del divenire dei popoli. Si fa riferimento infatti a quegli aggregati comunitari spontanei uniti, sin da lontane origini, da legami politici e che si costituirono sin da epoche antichissime in Stati, in istituzioni dotate di una autorità originaria. E’ questa una concezione che postula il primato della politica sull’economia ed ha un contenuto spirituale. Le istituzioni politiche infatti si legittimano e si evolvono sulla base delle esperienze, dei valori, delle fedi religiose su cui si articola la vita dei popoli nel corso della storia. Nessuna concezione dello Stato può dunque sussistere se non ha a suo fondamento la tradizione, intesa come patrimonio spirituale specifico di ogni popolo. Affatto peculiare del fascismo è la concezione dello Stato. La legittimità dell’autorità statuale è di natura eminentemente politica e totalitaria, in quanto lo Stato ha il compito di coinvolgere, disciplinare, coordinare nelle proprie istituzioni tutte le attività umane per renderle funzionali agli interessi morali e materiali della comunità nazionale.
Il fascismo si contrappone al contrattualismo liberale, che concepisce lo Stato solo nella funzione di garante del rispetto dei diritti individuali dei singoli, ma si estranea dalle loro attività. Il fascismo è altresì avversario irriducibile del marxismo, quale portatore di una visione classista che riconosce l’unica forma di aggregazione politica autentica nelle classi sociali considerate come mezzi idonei alla realizzazione degli interessi economici collettivi.
Ma il fascismo è nemico mortale sia dei liberali che dei marxisti soprattutto sul tema dell’egualitarismo. All’uguaglianza giuridica astratta dei liberali e all’uguaglianza livellatrice di natura economica dei marxisti, il fascismo antepone l’estrema eterogeneità della persona umana. L’uomo non è suscettibile di essere ridotto a numero come nella democrazia liberale, né di essere artificialmente subordinato agli interessi di classe. Disse Mussolini: "Non vi sono due sole classi sociali, ma infinite". Affermò inoltre "la diseguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco come il suffragio universale". Nel ’34 disse ancora: "La uguaglianza di base non esclude, ma anzi esige la differenziazione nettissima delle gerarchie dal punto di vista delle funzioni, del merito, delle responsabilità". 
Quella fascista è una concezione organica della comunità. Lo Stato per il fascismo esprime il fine ultimo e unitario in cui si realizzano le attività di tutte le componenti della nazione. Non l’astratta costruzione giuridica del giusnaturalismo liberale, né una entità strumentale nelle mani del partito unico, al fine di imporre la dittatura del proletariato, secondo la concezione leninista. L’idea rivoluzionaria del fascismo è incentrata invece sulla partecipazione diretta ed attiva dei cittadini alla vita dello Stato. Nello Stato sono infatti rappresentate e si articolano tutte le componenti del corpo sociale, nella collaborazione e nella reciproca integrazione. Non è mai un modello che assurge a perfezione, ma è sempre perfettibile. Lo Stato può vivere, nelle diverse epoche storiche, momenti di suprema unità, come può subire talvolta l’azione di forze disgregatrici, ma, nel divenire dei popoli sempre si evolve e si trasforma. E’ l’espressione etica della identità morale tra l’individuo e la comunità nazionale.
Rutilio Sermonti esamina gli avvenimenti del XX° secolo nell’ottica di un irriducibile confronto – scontro tra due opposte concezioni dell’uomo: l’una volontaristica, spirituale ed organica (il fascismo) e l’altra determinista, materialista ed economicista (liberalismo e marxismo, vale a dire l’antifascismo). Nello scontro mortale, la sconfitta del fascismo ebbe come conseguenze la fine della supremazia europea nel mondo e l’affermarsi del dominio mondialista degli U.S.A. e dell’U.R.S.S. Le aspirazioni europee erano limitate alla ricerca di "spazi vitali" (Italia e Germania) o alla difesa di posizioni di privilegio (Francia e Inghilterra). Solo gli U.S.A. che, più che uno Stato, erano e sono una grande potenza, in quanto rappresentano il baricentro degli interessi finanziari mondiali, potevano perseguire disegni politici ed economici dalle dimensioni mondialiste. Il capitalismo è una dottrina economica basata sull’espansione costante dei mercati. Secondo l’autore pertanto, poiché gli U.S.A. non riuscirono mai, nonostante le riforme dell’epoca del New Deal, a superare la crisi generata dalla "grande depressione" del ’29, la guerra contro le potenze dell’Asse, rappresentò per Rooswelt e per la finanza internazionale, una esigenza vitale per la sopravvivenza stessa del sistema capitalista. Solo con la guerra fu resa possibile infatti la ripresa della produzione interna su vasta scala ed il dominio di un nuovo mercato dai confini planetari. Il capitalismo però, per attuare il suo disegno di dominio imperialista, trovò in Stalin il suo naturale alleato, ideologico e politico. La stessa U.R.S.S. era portatrice di una dottrina mondialista, egualitaria e materialista, che, seppure di segno opposto al capitalismo, ne condivise le aspirazioni di dominio mondiale.
Se per i principali Paesi europei la 2a guerra mondiale rappresentò il declino del loro ruolo di potenze mondiali, per l’Italia fu la fine della sovranità nazionale. I partiti antifascisti furono legittimati dalla sconfitta e dalla occupazione militare alleata. Il confronto politico in Italia non fu più incentrato sugli interessi politici, economici e sociali della nazione italiana, ma si ispirò sempre alle ideologie mondialiste del bipolarismo U.S.A – U.R.S.S. Sulle ceneri della sovranità nazionale, si affermò il dominio mondialista del capitalismo made in U.S.A., che tuttora si sta imponendo con la globalizzazione.
Questo libro rivela tutta la sua attualità e originalità nel ripercorrere le varie fasi storiche di questo processo. Il dominio capitalista degli U.S.A. ebbe la sua genesi con la diffusione delle ideologie liberali e con il sorgere della società industriale nell’800, fu artefice della sconfitta degli imperi centrali nella prima guerra mondiale, si affermò come grande potenza in condominio con il comunismo dopo la 2a guerra mondiale ed infine, dopo il tracollo dell’U.R.S.S., si è imposto come unica superpotenza su scala planetaria.
Tra capitalismo e comunismo (U.S.A. e U.R.S.S.) non vi fu mai scontro frontale. Essi possono sembrare modelli antitetici, ma in realtà, per sussistere ed assurgere a potenze mondiali l’uno ha avuto necessità dell’altro, se non altro come termine dialettico opposto di riferimento. Infatti il comunismo tutte le volte che ha conquistato il potere, ha perso il suo carisma rivoluzionario, quale redentore della classe proletaria dallo sfruttamento capitalista, degenerando in burocrazia, brutale dittatura, stagnazione economica. Il capitalismo, dopo il crollo dell’U.R.S.S., perduto il suo ruolo di missionario e difensore della democrazia contro il totalitarismo comunista, mostra il suo vero ed unico volto imponendo a tutto il mondo una economia finanziaria che distrugge quella produttiva, generando disoccupazione, sfruttamento, ingiustizia sociale, privilegi di pochi. Nell’U.R.S.S. il comunismo è sopravvissuto a lungo al fallimento totale della sua economia, in virtù sia del suo ruolo di potenza mondiale, in qualità di alter ego del capitalismo, che del sostegno finanziario degli stessi paesi occidentali in tempi di distensione. 
Il capitalismo riuscì a sconfiggere le potenze dell’Asse con il determinante contributo militare dell’U.R.S.S. Nel dopoguerra, la diffusione della ideologia marxista in occidente, indusse i governi atlantici a mitigare le diseguaglianze sociali ed a promuovere riforme in tal senso. Il tracollo del comunismo ha infine offerto alle lobbies finanziarie possibilità incommensurabili di conquista di nuovi mercati.
E’ quindi evidente come il comunismo abbia di fatto collaborato alla espansione indefinita del capitalismo. Il comunismo restò sempre geneticamente legato al cordone ombelicale capitalista che non riuscì mai a recidere. Scrisse Jiulius Evola nel ’29 che se da una parte "la verità centrale del bolscevismo è <la disintegrazione dell’individuo>, la creazione cioè <dell’uomo massa>", dall’altra "l’America non parla dell’uomo massa: non ne parla perché di fatto se lo reca contenuto nella sua anima". Possiamo dunque constatare che la creatura è oggi tornata nella mente del suo creatore: il capitalismo non ha sconfitto il comunismo, semmai invece si è sostituito ad esso nelle sue realizzazioni pratiche di dominio mondialista.
In Italia l’indipendenza nazionale finì con il regime fascista, perché indipendenza fu sinonimo di sovranità interna ed internazionale dello Stato. Storicamente quindi il fascismo non fu solo un regime, ma un sistema politico che si identificò con la nazione italiana, nel ruolo di artefice della creazione di uno Stato che fosse espressione, nella sua unità, della intera comunità nazionale.
Oggi si assiste al fenomeno inverso. Si riduce progressivamente la presenza dello Stato, perché ostacolerebbe l’espansione del processo di globalizzazione. Il liberismo selvaggio sradica i valori, le tradizioni, la personalità dei singoli come dei popoli. In questo livellamento generale, ai popoli non resta che il ruolo passivo di consumatori. Il popolo, non più partecipe della sovranità statuale, in qualità di comunità nazionale, è succube delle manovre della finanza mondiale.
I diritti sociali (lavoro, sanità, istruzione, previdenza e assistenza sociale), acquisiti nel corso del ‘900 dal cittadino in quanto lavoratore e di conseguenza membro attivo della comunità nazionale, che avevano affrancato in Europa l’uomo dalla schiavitù del fabbisogno quotidiano, vengono progressivamente eliminati dall’avanzata del liberismo selvaggio, perché incompatibili con la massimizzazione del profitto. Mussolini disse che mentre nel XIX° secolo si era realizzata l’uguaglianza dinanzi al diritto, nel XX° secolo si era conquistata l’uguaglianza dinanzi al lavoro. Si avverte in questo fine secolo un senso di decadenza e regresso. Si profila l’avvento di una condizione umana succube del fabbisogno materiale, in cui si riproporranno i problemi legati allo sfruttamento, la povertà diffusa, l’emarginazione sociale. Il XXI° secolo si apre all’insegna di un liberismo cosmopolita, un ideale ottocentesco che credevamo ormai tramontato. Anziché il 2000, sembra quasi stia per cominciare il ‘900.
Al di la di ogni facile pessimismo, Rutilio Sermonti, in questo libro destinato ai giovani, offre loro speranze ed orizzonti ideali che non sono mai tramontati. Non a caso l’ultimo capitolo si intitola "C’è un Duemila per l’Italia?". Partendo dalla constatazione che l’Italia ha avuto una breve indipendenza, solo 84 anni (1861 – 1945), che dopo la "Liberazione" la libertà ha avuto "il raggio di un guinzaglio, come quella di un cane da pagliaio" e che la dominazione americana ha snaturato le qualità migliori del nostro popolo, l’autore si domanda: "Perché combattere ancora, perché non offrire il collo al giogo, perché sperare? Perché continuare a scrivere libri come questo?"
La risposta si può rinvenire nello stesso ordine naturale dell’universo, che continuerà immutabile ad esistere al di la ed oltre la "grande frode materialista". Vi è nell’autore una certezza metafisica che tutti noi, partecipi della stessa comunità ideale, facciamo nostra. Nessuna oppressione potrà mai annientare le potenzialità creative dell’uomo, che, quanto più oppresse e violentate, tanto più avranno capacità di reazione. Queste saranno le condizioni esistenziali da cui potrà generarsi una rivolta travolgente contro un mondo in decomposizione, ma che tuttavia, mediante il potere finanziario, opprime l’umanità intera.
L’autore fa appello quindi a coloro che sono scampati al contagio di "Mammona", perché sappiano suscitare il grande risveglio delle potenzialità del popolo italiano, ora narcotizzato, ma sempre depositario dei suoi valori e della sua plurisecolare civiltà. 
Non potrà essere certo la sola Italia a determinare la nascita di una nuova era di libertà e civiltà. Ma l’Europa ha le potenzialità morali e materiali per farlo. L’imperativo categorico è riassunto da Rutilio Sermonti nelle frasi conclusive del suo libro: "Un avvenire al nostro passato. Lo voglia Iddio, ma cominciamo intanto a volerlo noi. I milioni di giovani europei caduti combattendo gli uni contro gli altri per la Patria e conseguendo solo il trionfo dei plutocrati senza patria, troverebbero finalmente pace".
Fabrizio Bernini SALUTO AL DUCE! Mussolini tra Socialismo e Fascismo in Pavia, nell’Oltrepò ed in Lomellina
Edizioni Marvia Viale Repubblica 103 27058 Voghera (Pavia) Tel. 0383214282 pag. 90 Lire 25.000. 2001
Mussolini ha sempre mantenuto un rapporto particolare con l’area pavese.
Con questo testo l’Autore ha inteso ricostruire le motivazioni e la consistenza di tale rapporto privilegiato, ed inizia la sua analisi fin da quanto il maestro rivoluzionario approdò a Castelnuovo Scrivia per il primo incarico, da insegnante elementare.
La Lomellina, in seguito, non fu avara nel fornire uomini e mezzi al movimento fascista, anche se non furono rare le forme di dissidenza all’interno dello stesso Partito.
Pavia fu oggetto di ben tre visite del Duce, che fu sempre prodigo d’interventi notevoli per migliorare le condizioni di vita della provincia e delle Istituzioni.
Egli non abbandonò mai le radici socialiste, anzi esse furono il motore delle iniziative sociali, che caratterizzarono la Sua azione di governo, ed i ricordi dei trascorsi giovanili possono avere giocato un ruolo preminente in questo rapporto privilegiato.
Con dovizia di foto e documentazione varia, l’Autore ci propone un bel testo, rispettoso dei fatti e molto interessante sotto il profilo della cronaca e della storia. Ripercorrere gli itinerari di Mussolini nel pavese ci aiuta a comprendere l’animo di un Uomo, osannato dalle folle e dai potenti che vedevano in Lui un legislatore capace di dare vita ad un nuovo modo di governare che poneva il Lavoro al centro di ogni attività umana. Il testo, molto interessante, si legge con facilità e curiosità.
NUOVO FRONTE N. 216 (2002) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno.
 
 
Lionello Rossi Kobau PRIGIONIERO DI TITO 1945-1946 UN BERSAGLIERE NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO JUGOSLAVI
Mursia 2001. Pag. 186 – Lire 24.000
Rossi Kobau, Lionello
ISBD: Prigioniero di Tito 1945-1946 : un bersagliere - Milano : Mursia, [2001] - 186 p., [8] c. di tav. : ill. ; 21 cm. - Testimonianze fra cronaca e storia. Secondaguerra mondiale (( - In appendice: Visita in Jugoslavia di una delegazione italiana, Riservato agli ufficiali italiani, dello stesso A.
Collezione: Testimonianze fra cronaca e storia. Secondaguerra mondiale
Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Numeri: ISBN - 88-425-2743-2
Nomi: Rossi Kobau, Lionello
Soggetti: Campi di concentramento - Iugoslavia - 1945-1946
- Diari e memorie
Classificazione: 940.5472497092 - CAMPI DI PRIGIONIERI DI GUERRA.IUGOSLAVIA. PERSONE
Paese di Pubblicazione: IT
Lingua di Pubblicazione: ita
Localizzazioni: BO0098 - Biblioteca universitaria di Bologna - Bologna - BO
BO0563 - Biblioteca Sala Borsa - Bologna - BO
FI0098 - Biblioteca nazionale centrale - Firenze - FI
GE0038 - Biblioteca Universitaria - Genova - GE
MI0185 - Biblioteca nazionale Braidense - Milano - MI
PR0031 - Biblioteca civica - Parma - PR
PV0144 - Biblioteca della Facolta' di scienze politiche dell'Universita' degli studi di Pavia - Pavia - PV
RA0016 - Biblioteca comunale Manfrediana - Faenza - RA
RA0030 - Biblioteca di storia contemporanea - Ravenna - RA
RA0069 - Biblioteca dell'Istituto storico della Resistenza - Alfonsine - RA
RE0028 - Biblioteca comunale - Cavriago - RE
RM0098 - Biblioteca della Fondazione Istituto Gramsci - Roma - RM
RM0210 - Biblioteca della Fondazione Lelio e Lisli Basso - Roma - RM
RM0267 - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - RM
TO0473 - Biblioteca dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte - Torino - TO
TO0881 - Centro rete del Servizio bibliotecario territoriale di Pinerolo - Pinerolo - TO
TS0027 - Biblioteca statale di Trieste - Trieste - TS
TS0220 - Biblioteca dell'Istituto di geografia della Facolta' di economia e commerciodell'Universita' degli studi di Trieste - Trieste - TS
VT0074 - Biblioteca provinciale Anselmo Anselmi - Viterbo - VT
Codice identificativo: IT\ICCU\RAV\0718499
    L’Autore, classe 1926, è uno di quei giovani che l’otto settembre non esitò ad arruolarsi volontario nell’Esercito della Repubblica Sociale, nell’8° Reggimento Bersaglieri. Impiegato, nella zona del confine orientale, contro le bande del IX Corpus delle forze partigiane comuniste di Tito, fu tratto in prigionia alla fine dell’aprile 1945 fino al 25 dicembre 1946.
Può considerarsi fortunato (se così possiamo esprimerci) perché, delle migliaia di prigionieri fu uno dei pochi a rientrare in patria.
   Dal testo presentato si potrebbe trarre un film per far capire agli italiani, sui quali grava la cappa di piombo della disinformazione, la tragedia dei Soldati repubblicani che obbedirono solo al senso dell’Onore, pur sapendo che la sorte era segnata.
    La resa fu ottenuta con l’inganno, e ad essa seguì l’immediata fucilazione di un centinaio di bersaglieri. Dal momento della resa inizia la lunga peregrinazione per giungere al campo di concentramento, sottoposti alla continua spoliazione di scarpe ed indumenti, senza mangiare, percossi da una muta di belve in sembianze umane.
    Il 23 maggio, 3.500 italiani vengono rinchiusi nel campo di Borovnica. Vi sono militari della RSI, ex prigionieri in Germania catturati dagli slavi, partigiani italiani, civili imprigionati. Su di loro la morte è incombente per fame, freddo, malattie, raffiche di mitra, percosse e sevizie. Più della metà non supererà l’inverno.
    Il valore più umano è il sadismo. In sedici capitoli è racchiusa una storia raccapricciante che lascia nell’animo un senso d’angoscia, motivata dalla mancanza di riconoscimenti che lo Stato (nato come è nato, sui valori, diritti dell’uomo ecc.) dopo cinquantasei anni, non riesce a dare ai martiri che soffrirono per amore dell’Italia.
    Significativo è il rapporto che il 4 marzo 1946 stilò una commissione italiana (ovviamente comunista), che descrisse la vita nei campi di concentramento come sana e dignitosa. Una mascalzonata.
    E’ un libro da leggere, è vita vissuta, conosciuta solo da chi è riuscito a sopravvivere, attentamente occultata da cinquantadue governi italiani che trovarono la continuità solo nel falsare la storia.
    È nostro dovere squarciare l’oblìo e far conoscere la verità sugli italiani scomparsi nel nulla.
NUOVO FRONTE N. 209 (2001) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno. 
FASCISMO Cinque tesi e una promessa Franco Franchi
I quaderni di Storia Verità Edizioni Settimo Sigillo, Europa Libreria Sas, Via Sebastiano Veniero 74/76 00192 Roma, Tel. 06 39722155 fax -2166, pag. 118 - lire 16.000
Franchi, Franco
ISBD: Fascismo : cinque tesi e una premessa / Franco - Roma : Europa, [2001] - 118 p. ; 20 cm. - I quaderni di Storia verita
Collezione: I quaderni di Storia verita
Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Nomi: Franchi, Franco
Paese di Pubblicazione: IT
Lingua di Pubblicazione: ita
Localizzazioni: PG0109 - Biblioteca comunale Augusta - Perugia - PG
VI0096 - Biblioteca civica Bertoliana - Vicenza - VI
Codice identificativo: IT\ICCU\VIA\0096183
    La storia deve essere ripensata, la mistificazione deve essere smascherata. I tempi sono maturi per ristabilire la verità e per riconoscere l’opera fattiva di Mussolini e del Regime Fascista nella costruzione di un’Italia moderna ed all’avanguardia in ogni campo.
    Franco Franchi con questa sua fatica ci permette di dare un ordine alle nostre conoscenza in materia, riportando alla memoria fatti ed avvenimenti vissuti o sentiti raccontare dai testimoni del ventennio.
    Nessuna demonizzazione e nessuna demolizione del passato riuscirà mai a nascondere agli italiani quanto fu realizzato dal fascismo, in ogni campo, dando impulso alla vita del Paese che ritrovò se stesso nell’ordine e nell’efficienza dello Stato.
    Nel testo presentato vengono affrontate quattro tesi in risposta alle denigrazioni degli omuncoli che della menzogna hanno fatto un’arte. Più si assottiglia il numero dei testimoni e più si perfeziona la mistifi-cazione, per cui è bene saper rispondere con l’elencazione dei fatti e non con le ciance da osteria.
    La prima tesi propone le realizzazioni sul territorio: opere pubbliche imponenti in Italia e nelle Colonie, migliaia di chilometri di strade, di ferrovie, di ponti, decine di porti e di aeroporti, infrastrutture civili e militari, scuole, ospedali, ricostruzione di paesi terremotati in tre mesi, bonifiche integrali delle paludi con la fondazione di città e borghi, acquedotti, fognature, villaggi rurali in Libia per ventimila coloni.
    Chi è avvezzo ai tempi ed alle ruberie e sprechi dell’era democratica non riuscirà mai a capire come queste opere fossero realizzate in pochi mesi, conseguendo persino dei risparmi sulle spese preventivate. Un ministro come Araldo di Crollalanza dovrebbe essere additato come esempio di capacità ed efficienza per il complesso delle opere realizzate. Occorrerebbe un grande libro solo per elencare e descrivere la modernizzazione ed il progresso tecnologico realizzati.
    L’altro tema trattato è l’antisemitismo che oggi, dopo anni di silenzio, si addebita al fascismo e rende impronunciabile il nome di Mussolini.
    In verità l’antisemitismo non solo fu tardivo e non applicato nei fatti, se non in rare circostanze, ma non fu applicato nei confronti degli ebrei che avevano acquisito dei meriti nei confronti dell’Italia. La componente ebraica in Italia fu trascurabile e non provocò mai le reazioni che, invece, furono evidenti in molti paesi dell’Europa. Mussolini stesso con una mano firmò la legge razziale e con l’altra la disattese e la fece disattendere. Il testo presentato ci fornisce esempi ed interventi da parte di organi dello Stato nel periodo più cruciale del 44/45.
    In merito, poi, alla propensione guerrafondaia del fascismo è facile dimostrare come Mussolini fu spinto alla guerra dall’ostilità concettuale della Francia e dell’Inghilterra, come dimostrato dalle decine di dichiarazioni di eminenti personalità anglo americane e francesi.
    La conquista dell’Africa Orientale che avrebbe risolto molti problemi nazionali e che avrebbe portato la civiltà umana in terre senza leggi e senza il minimo rispetto per le persone, fu ostacolata in ogni modo da chi aveva avuto immensi benefici, a guerra conclusa, proprio appropriandosi dei territori facenti parte dell’Impero coloniale tedesco. Poteva Mussolini pensare a scatenare una guerra proprio quando l’Italia, un immenso cantiere edile, stava realizzando l’E42 per ospitare la più grande esposizione mondiale? 
    Un’accusa senza fondamento è quella del mancato rapporto del fascismo con la cultura. Solo degli stolti possono sostenere tale diceria. Basterebbe citare la realizzazione dell’Enciclopedia Treccani per porre le malelingue a tacere. Durante il Regime le Arti, le scienze ed ogni attività attinente furono favorite da apposite normative, da concorsi ed iniziative che veramente generarono schiere di artisti e permisero al popolo, anche al più minuto, di avvicinarsi alla lirica, alla poesia, al racconto. La realizzazione del Dopolavoro mise in crisi il Partito comunista che vedeva sfuggire il controllo della massa operaia che veniva interessata dalle attività ricreative che trovavano nell’arte e nella manualità realizzatrice la possibilità di affermazione personale.
Altra espressione denigratoria da confutare è quella dell’emancipazione della donna negata dal fascismo. La donna, per la prima volta nella nostra storia, fu oggetto di particolare attenzione e tutela. Essa fu chiamata alla partecipazione di tutte le attività possibili in ogni campo e deve essere valutato che le resistenze provenivano dal popolo stesso che doveva adeguarsi alle nuove realtà di modernizzazione del Paese.
    Le organizzazioni giovanili vedevano le ragazze in prima fila. Fu creata un’Accademia femminile per formare un corpo insegnanti di Educazione Fisica, le massaie rurali partecipavano alle riunioni per la migliore gestione delle fattorie; la partecipazione femminile agli studi di ogni ordine e grado fu facilitata con ogni mezzo e gli uffici pubblici assumevano personale femminile senza criteri restrittivi. Alla donna fu assegnato un ruolo centrale nella famiglia e nella società; dalla donna dipendenvano i figli per quanto era loro attinente. Il processo di emancipazione femminile era evidente, certamente lento ma la lentezza non era determinata da ostacoli normativi ma da una società ottocentesca che il fascismo voleva modernizzare. Nella RSI fu costituito il Corpo delle Ausiliarie che pagò un alto tributo di sangue e ciò basta ed avanza.
    Che dire poi della capacità legislativa del fascismo? Ancora oggi la maggior parte dei codici e delle procedure sono quelli riformati nel ventennio e dove sono stati alterati sono stati operati dei guasti irreparabili. Non c’è stato campo in cui l’opera legislativa non abbia comportato effetti benefici per la società civile.
    Nel campo del lavoro, delle tutele sociali per i lavoratori, la protezione delle donne lavoratrici, la normativa sugli orari di lavoro e delle pensioni, delle previdenze, dell’assistenza sanitaria, non è sfuggito niente pur di tutelare il lavoro in ogni sua espressione, suscitando l’ammirazione in tanti paesi stranieri per il fervore di opere e leggi che distinguevano l’Italia in ogni campo.
    Una grande confusione regna sovrana quando si cerca di denigrare le funzioni del Parlamento durante il fascismo. Il Parlamento fu operante e combattivo perché rappresentava, oltre che gli eletti dei Fasci, anche quelli delle categorie che portavano in aula l’esperienza del lavoro e non rappresentavano interessi di lobby. Il testo presentato si legge in un fiato, meglio di un giallo; è ben costruito, interessante, pieno di riferimenti e di considerazioni opportune.
    Ne manderei una copia a tutti i cattocomunisti e a tanti afascisti perché ne traggano le opportune considerazioni e capiscano, una volta per tutte che il fascismo è la base della nostra società che per la prima volta ha visto realizzazioni in tempi brevi e leggi sagge ed eque.
NUOVO FRONTE N. 215 (2001) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno.
Luciano Fabris RODOLFO GRAZIANI IL MARESCIALLO DELL’ONORE
Edizioni Nuovo Fronte 
 
 
    Continua l’opera divulgativa di Nuovo Fronte per consentire la più diffusa conoscenza possibile di un periodo storico artatamente oscurato o fatto conoscere attraverso la diffamazione di uomini ed opere.
    L’infaticabile Luciano Fabris assolve l’impegno di ristabilire la verità con spirito missionario e ci propone una sintetica ma completa monografia sul Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani.
    Il testo è dedicato ai "Combattenti che l’hanno amato e a quanti, soprattutto giovani, sono orgogliosi di sentirsi italiani’’.
    Rodolfo Graziani è stato un mito per il Combattentismo italiano: incarnava il Condottiero romano sempre presente sui luoghi dell’azione; animatore e trascinatore, sapeva infondere nella truppa entusiasmo e partecipazione convinta.
    Dopo una breve esperienza in Africa, rientra in patria per partecipare alla prima guerra mondiale e si distingue per capacità di comando e personale coraggio; a trentadue anni viene promosso Maggiore per meriti di guerra. Avrà altre due promozioni, sempre per meriti di guerra, e alla conclusione del conflitto è Comandante del 241° Reggimento con il grado di colonnello.
    Si distingue, successivamente, in Libia dove, in pochi anni, ristabilisce la pace, si dedica alla modernizzazione del paese costruendo strade, scuole, ospedali, incrementando l’agricoltura e favorendo l’insediamento dell’industria locale.
    Terminerà il suo incarico nel 1934 come Generale di Corpo d’Armata e sarà promosso, dopo pochi mesi, Generale d’Armata.
    È una carriera fulminante, che susciterà non poche gelosie, basata solo su meriti personali dimostrati in guerra e non presso le sedi del potere.
    La guerra per la conquista dell’Etiopia lo vede ancora protagonista; relegato sul fronte somalo, senza mezzi di trasporto e con poca truppa, riesce ad approvvigionarsi di automezzi negli Stati Uniti e con un’ardita operazione scardina il fronte somalo e, superando una vasta distesa di deserto, determina il crollo dell’esercito etiopico.
    Il Leone Bianco, così lo appellano le truppe coloniali, eserciterà le funzioni di Vicerè d’Etiopia fino a quando le stesse vengono assegnate al Duca d’Aosta.
    Badoglio, pupillo di Casa Savoia, vide in Graziani il grande rivale fino al punto di boicottarlo, in piena guerra, lesinando rifornimenti di uomini e mezzi necessari per la condotta delle operazioni contro gli inglesi in Libia.
    Una faida assurda e meschina che fece da lievito al tradimento.
    La figura di Graziani assume grandezza vera nell’ora della scelta definitiva: l’8 settembre 1943. Accetta l’incarico di ricostituire le Forze Armate della Repubblica Sociale Italia na. È l’ora della riscossa morale dei Combattenti che vedono in lui l’Uomo che ridarà dignità alle Forze Armate dopo il tradimento di Badoglio.
    In effetti, il carisma di Graziani è il viatico per ottenere fiducia e stima dagli alleati traditi, evitando agli italiani lutti e tragedie come conseguenza del comportamento di Badoglio e del Re. Agì per alti fini morali e patriottici. La fiducia in Graziani fu tale che divenne Comandante dell’Armata Liguria.
    Quanti giovani sanno di Graziani, quanti associano il Suo nome a quasi quarant’anni di vita italiana, quanti sanno legare la Sua opera al momento più drammatico della nostra storia? Il testo presentato ci permette di entrare nella vita di un grande italiano che mai rinnegò gli ideali, che seppe affrontare carcere e processi posti in opera da una ciurma di traditori e d’invidiosi, profittatori ed irresponsabili.
    Facciamo conoscere Graziani ai giovani perché si apra una pagina limpida della nostra storia.
    Gioverà ai morti ed ai vivi.
NUOVO FRONTE N. 208 (2001) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno. 
 
 
Scarpellino Saverio. CAPITALISMO DELLA PARTECIPAZIONE.
Settimo Sigillo. 2001.
 
Approfondito, rigoroso, aggiornato, lo studio di Saverio Scarpellini colma una lacuna su uno degli obiettivi più cari alla destra sociale: la partecipazione dei lavoratori agli utili e soprattutto (cosa in realtà molto più importante) alla programmazione strategica e alla gestione delle imprese. In questo senso la partecipazione va vista non solo e non tanto come gratificazione per una sola parte del processo produttivo, il lavoro, ma come una soluzione testa a consolidare l'impresa, contrastando il crescente snaturamento della sua missione, nonchè la perdita della sua identità e del suo radicamento territoriale; tracciando la strada, quindi, per rafforzare nel tessuto delle nazioni la necessaria coesione sociale. Inoltre, proprio sul fronte della produzione, la partecipazione può restituire ossigeno e in parta legittimità ad un sitema che a livello macroeconomico è sempre più esautorato in alcuni suoi compiti tradizionali dalla potenza ingovernata dei mercati.
Nel "casinò globale" di questo inizio millennio, ecco dunque lo sviluppo di un'idea antica ma feconda, per lanciare un solido ancoraggio comunitario al nostro sistema produttivo. 
Garibaldi Luciano. VITA COL DUCE.
Effedieffe. 2001 
 
Addetto alla sicurezza di Benito Mussolini dal 1937, e dal 1942 suo attendente, quindi in pratica sua ombra, Pietro Carradori ha messo alla porta, per oltre mezzo secolo, rinunciando a compensi anche ragguardevoli, non pochi cosiddetti storici italiani, americani e inglesi che da li volevano soltanto pettegolezzi sulla vita sessuale del duce. Ora, giunto alla soglia dei novant'anni, e consapevole di avere cose ben più importanti da testimoniare sulla più grande personalità italiana del XX Secolo, ha chiamato uno storico di cui si fida e gli ha raccontato tutto quello che ha visto e ha sentito. Ne è uscito questo libro, "Vita col Duce", che descrive la dimensione umana di Mussolini, la sua natura più vera, i suoi tormenti, le sue speranze, gli inganni di cui fu vittima, i gesti di generosità di cui fu capace, e che riapre in maniera clamorosa la pagina misteriosa della sua morte: mani omicide italiane, menti direttive britanniche. Il libro è arricchito dalla narrazione, scritta da Luciano Garibaldi, dei capitoli centrali delle vicende politiche militari italiane tra il 1942 e il 1945, e da una drammatica testimonianza di Luigi Confalonieri: quel giorno a Piazzale Loreto. 
IL LIBRO DI MARIA UVA L'animatrice di Porto Said 
Ristampa anastatica. 2001 
 
La storia di Maria Uva è raccontata a sufficienza nelle nostre pagine (www.italia-rsi.org: cercare nel motore di ricerca interno: "maria uva"). 
Per chilometri e chilometri le poche barche e le macchine della comunità italiana, organizzate da Maria Uva responsabile femminile del Fascio locale, seguivano le navi con bandiere e canti suscitando l'entusiasmo dei soldati italiani che avevan lasciato la Madrepatria, suscitando la simpatia della popolazione locale egizia che sapeva bene chi erano i "colonialisti", e suscitando infine l'irritazione sempre meno taciuta degli Inglesi. Alla fine Maria Uva fu espulsa dal territorio egiziano occupato dagli Inglesi. 
Ebbe dedicata una copertina della Domenica del Corriere e una nota canzone. I soldati le scrissero migliaia di lettere, una piccola parte delle quali è appunto raccolta nel libro, entusiasti loro stessi di come venivano accolti dalla comunità italiana lungo il Canale di Suez durante il passaggio per il fronte etiope.  
 
 
 
 Massimo Lucioli/Davide Sabatini ROVETTA 1945 Storia di una strage partigiana
Ed. Settimo Sigillo Pag. 159 L. 28.000 (Euro 14,46)
Lucioli, Massimo
ISBD: Rovetta 1945 : storia di una strage - Roma : Settimo sigillo, [2001] - 159 p., [4] c. di tav. : ill. ; 21 cm. - Saggi (( - 
Segue: Appendice documentale.
Collezione: Saggi
Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Nomi: Lucioli, Massimo
Sabatini, Davide
Soggetti: Guerra mondiale 1939-1945 - Eccidio di Rovetta
Paese di Pubblicazione: IT
Lingua di Pubblicazione: ita
Localizzazioni: BG0299 - Biblioteca dell'Istituto bergamasco per la storia del movimento di liberazione - Bergamo - BG
FI0098 - Biblioteca nazionale centrale - Firenze - FI
PG0109 - Biblioteca comunale Augusta - Perugia - PG
RM0267 - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - RM
Codice identificativo: IT\ICCU\CFI\0525958
    Massimo Lucioli e Davide Sabatini sono due studiosi degli avvenimenti storici dell’ultimo conflitto e collaborano con diverse riviste del settore.
    Il testo presentato è frutto di lunghe ricerche sempre suffragate da testimoni che ebbero parte nella vicenda. È una storia allucinante che solo degli assassini accecati da un odio disumano, ingiustificato ed incomprensibile, lontano da ogni logica o necessità, potevano concepire.
    Di fronte a tali episodi è difficile sostenere che il movimento partigiano fu l’artefice della liberazione e del ripristino delle libertà politiche.
    Se avessero potuto quelle belve avrebbero soppresso tutti gli avversari politici. Fu una strage a freddo, concepita nel nome della pianificazione comunista dell’annientamento dell’avversario.
    Il 26 aprile 1945 quarantasette militi della Guardia Nazionale Repubblicana, comandati dal Sottotenente Panzanelli di 22 anni, della Legione "Tagliamento’’, rimasti senza collegamento con i Comandi superiori, decidono di aderire alla richiesta di resa avanzata dal CLN di Rovetta (BG) che annoverava come massimi esponenti, il Maggiore dell’Esercito badogliano Giuseppe Pacifico, il barone Alberto Mach di Palmestein ed il parroco Don Giuseppe Bravi, capo dei patrioti. La composizione del Comitato ispirava fiducia a quei giovani militi che avevano un’età compresa fra i sedici ed i vent’anni. Ed in effetti furono accolti con simpatia ed umanità. Le belve erano in agguato e quando seppero che con poca fatica potevano riempire il carniere, si presentarono ed imposero la consegna dei prigionieri. In realtà non fu difficile ottenere quanto voluto perché i conigli, cospiratori da retrobottega, non vollero o non seppero opporsi alla carneficina. Tutti si defilarono, lasciando quei ragazzi alla mercè dei carnefici che non tennero in nessun conto la giovane età e l’ingenua fiducia con la quale avevano aderito alla resa prospettata da un organo che al momento era l’unica autorità sul territorio.
Bastonati, seviziati, quasi privati dei conforti religiosi, furono fucilati a gruppi di cinque di fronte al muro del cimitero. Morirono da uomini, da Soldati, non chiesero pietà a chi prima e dopo la morte li depredò di ogni avere, scarpe, indumenti, denaro e quanto serviva per un’eventuale identificazione. Morirono da forti.
    Fra i Martiri c’era il Sergente Giuseppe Mancini, ventenne, figlio di Edvige Mussolini, sorella del Duce. Al Sergente Mancini fecero assistere alla fucilazione di tutti i suoi Camerati. Lo fuciliarono per ultimo ed Egli, offrendo il petto, salutò alla voce i legionari caduti.
    Differenza di stile, di capacità umane di quanti sanno affrontare la morte a disdoro degli assassini, il cui unico desiderio era quello di sporcarsi le mani di sangue fraterno.
    Questa, in sintesi, la strage di Rovetta, ma è opportuna la lettura del testo per apprendere tutti quei particolari che inquadrano la vicenda. La sentenza del Tribunale e la successiva amnistia, i tentativi di addossare la responsabilità a personaggi irreperibili, le testimonianze dal vivo rese dall’unico sopravvissuto e da un partigiano, cinquant’anni di ricerche in ambiente omertoso ancora terrorizzato. Ricca la documentazione allegata. La lettura è avvincente ed interessante, è la riprova della costante volontà di alterare la Storia.
NUOVO FRONTE N. 212 (2001) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno.
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26 Aprile 1945: la seconda guerra mondiale è all'epilogo. Quarantasette militi della Repubblica Sociale Italiana, appartenenti alla Leguione d'assalto "M" tagliamento cedono l armi al Comitato di Liberazione Nazionale di Rovetta, un piccolo paese della bergamasca.
Ai legionari viene garantito il trattamento riservato ai prigionieri di guerra. Due giorni dopo 43 di lorovengono trucidati da Partigiani comunisti e azionisti.
Per la storiografia ufficiale questo eccidio non si è mai verificato. Per la giustizia della Repubblica "nata dalla Resistenza" non esistono colpevoli.
Rossana Maseroli Bertolotti LA CHIESA REGGIANA TRA FASCISMO E COMUNISMO
IL GRASOLE D’ORO, Pavia Tel. 0382. 26974; Fax 0382. 531693 - L. 38.000
Maseroli Bertolotti, Rossana
ISBD: La chiesa reggiana tra fascismo e comunismo - Pavia : Il girasole d'oro, stampa 2001 - 271 p. : ill. ; 24 cm. - Saggistica
Collezione: Saggistica
Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Numeri: ISBN - 88-7072-625-8
Nomi: Maseroli Bertolotti, Rossana
Soggetti: Sacerdoti cattolici - Uccisione - Reggio Emilia
- 1944-1946
Classificazione: 282.0922 - CHIESA CATTOLICA ROMANA. Gruppi dipersone
Paese di Pubblicazione: IT
Lingua di Pubblicazione: ita
Localizzazioni: FI0098 - Biblioteca nazionale centrale - Firenze - FI
PV0291 - Biblioteca universitaria - Pavia - PV
RE0052 - Biblioteca municipale Antonio Panizzi - Reggio Emilia - RE
RM0267 - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - RM
Codice identificativo: IT\ICCU\REA\0050103
    Non è una storia semplice quella della Chiesa Reggiana, è piena di conflitti locali, è in perpetuo contrasto con gente che del credo comunista ha fatto un nuovo catechismo.
    Eppure il fascismo aveva attenuato questi contrasti che riemersero virulenti nel dopoguerra. I preti assassinati furono dodici.
Nella parte prima viene analizzata la situazione prima, durante e dopo il fascismo fino alle vicende di S.E. Monsignor Socche alfiere della lotta al comunismo nel dopoguerra.
    Nella seconda parte del testo sono riportati i racconti di 28 parroci ed è così possibile entrare nel vivo dei rapporti con il popolo e delle valutazioni personali che, a volte, sono influenzate dall’origine familiare o dal timore di reazioni locali.
    È una lettura molto interessante, specie quella che riguarda il periodo della RSI, e purtroppo bisogna ammettere che la Chiesa non fu leale con il Governo, aiutando le formazioni comuniste che male la ripagarono.
    È anche questa una pagina interessante da conoscere per una esatta valutazione della nostra storia.
    Lettura piacevole.
NUOVO FRONTE N. 212 (2001) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno.
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Reggio Emilia, una delle città più ricche e fiorenti dell'Italia settentrionale e più famosa -come annota lo scrittore Wilson Pignagnoli- per lo sventolio delle sue rosse bandiere che come culla del tricolore.
Terra nobile di profonda tradizione cattolixca, ma anche sensibile al verbo del socialista Camillo Prampolini ed ad un comunismo fortemente anticlericale che ha spinto molti cattolici a considerare iol fascismo quale portatore di ordine e quindi ad aderirvi. Il clero reggiano, nella quasi totalità, si è mantenuto neutrale per l'intero ventennio, mentra do po l'8 Settembre 1943, ha appoggiato la resistenza, nascondendo ex-prigionieri, renitenti alla leva e partigiani.
Questa collaborazione non ha però impedito che dal 1944 al 1946, nel reggiani, siano stati eliminati ben sette preti ed un seminarista di 14 anni.
Dop 55 anni di sofferto risperbo, alcuini sacerdoti reggiani raccontano coraggiosamente la storia di questi giorni terribili che il vescovo Beniamino Socche, nel 1946 ha definito "i giorni di Caino" ed i suoi artefici "assassini di preti".
Giorgio Roberti CON FEGATO SANO A MALA GUERRA
Edizioni Nuovo Fronte Pag. 245 Richiedere a Nuovo Fronte
Roberti, Giorgio <1926- >
ISBD: Con fegato sano a mala guerra : guastatori - [S.l.] : Edizioni Nuovo fronte, 2001 - 247 p. : fotogr. ; 24 cm
Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Nomi: Roberti, Giorgio <1926- >
Paese di Pubblicazione: IT
Lingua di Pubblicazione: ita
Localizzazioni: TS0013 - Biblioteca civica Attilio Hortis - Trieste - TS
Codice identificativo: IT\ICCU\TSA\0439942
    Il titolo è il motto del Battaglione Guastatori Alpini "Valanga’’ della X MAS, Reparto nel quale l’Autore servì la RSI durante il periodo più tragico della nostra storia.
    "Per l’Onore’’ era il grido di riscossa che la più bella gioventù italiana innalzò al cielo per riscattare la Patria tradita e ferita, alla mercè dello straniero, storia che si ripete da secoli.
    Questo libro non è la storia del "Valanga’’, ma è quella di singoli uomini, diversi fra loro per età, ceto di appartenenza, grado militare, impiego bellico, esperienze vissute, ma tutti egualmente impegnati nell’espletare il proprio dovere di Soldati.
Attraverso le Storie di questi uomini riviviamo l’atmosfera che caratterizzava l’Italia del post armistizio. La spaccatura fu gravissima: personaggi illustri che si defilavano, militari che intendevano mantenere fede al giuramento che li impegnava al Re tentavano di organizzare la resistenza armata, i comunisti a caccia di proseliti non avevano scrupoli nel commettere ogni sorta di nefandezze, una massa amorfa gelatinosa, aspettava lo sviluppo degli eventi per decidere e, finalmente, il riscatto: i giovani.
Furono i giovani i grandi protagonisti che riscattarono l’Onore dell’Italia. Il loro ardore, il loro anelito al combattimento contro l’invasore anglo americano furono la concreta dimostrazione che esisteva ancora un popolo virile, pronto a non rinnegare se stesso. Gualtiero Frattali, Generale di Brigata del Genio, reduce dal fronte russo e dalla Sicilia non ha dubbi: sceglie la RSI e con lui i figli Sergio e Luciano, uno nel Valanga e l’altro nei paracadutisti del Battaglione Mazzarini. Sergio sarà ucciso, colpito alle spalle, da un sicario mentre Luciano, fatto prigioniero dai partigiani, riuscirà ad evadere. La storia del Capitano Morelli, del Cap. Satta, del Ten. Busca, di Enrico Mussato, Rinaldo Barbesino, Urbano Malacrea, Pier Benito Fornari, Giorgio Roberti (l’Autore), Lucio Ferretti, sono emblematiche, palpitanti di verità, di sentimenti, di dolore per la perdita di tanti camerati e per la sconfitta definitiva resa ancora più cocente per il prevalere dei valori negativi, che si tramutarono in persecuzioni decennali. Attraverso i ricordi personali rivivono le vicende di tanti altri che furono compagni di strada nella parte più dura del percorso della vita.
    Il testo presentato è molto interessante, è uno sprazzo di verità che Giorgio Roberti ha voluto testimoniare, come per assolvere un impegno, per portare una luce fra le tenebre del conformismo storico.
    La somma delle storie individuali contribuisce, in definitiva, alla costruzione della Storia.
NUOVO FRONTE N. 211 (2001) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno. 
 
 
 
Ettore Balzini - Franco Placidi ANZIO - NETTUNO 1944 Dalla retrovia di Anzio a Piazzale Loreto Cronistoria di un paracadutista-ragazzo del "Folgore’’ che non si sé mai arreso.
L’Ultima Crociata Editore Pag. 93 - Lire 22.000 Piazza Ferrari - 47900 Rimini
Balzini, Ettore
ISBD: Anzio -Nettuno 44 : dalla retrovia di Anzio a - [S.l.] : L'ultima crociata, stampa 2001 - 93 p. : ill. ; 21 cm.
Livello bibliografico: Monografia
Tipo documento: Testo a stampa
Nomi: Balzini, Ettore
Placidi, Franco
Altri titoli collegati: [Variante del titolo] Anzio Nettuno 1944.
Paese di Pubblicazione: IT
Lingua di Pubblicazione: ita
Localizzazioni: MC0049 - Biblioteca comunale Mozzi-Borgetti - Macerata - MC
RM0267 - Biblioteca nazionale centrale Vittorio Emanuele II - Roma - RM
Codice identificativo: IT\ICCU\UMC\0225696
    Ettore Balzini (fratello minore di Balzino - 7a Compagnia, "Folgore - Caduto alla difesa di Roma) è stato uno di quei "ragazzi’’ che nel 1943 reagì all’onta dell’8 settembre arruolandosi volontario nei paracadutisti del Reggimento "Folgore’’. Con questo libro di ricordi intende trasmettere ai giovani d’oggi le emozioni ed i sentimenti di un sedicenne che, con occhi attoniti vede sgretolarsi un mondo, vivendo come in un sogno una tragedia immane, inimmaginabile, dove il tradimento e la codardia diventano dei valori, un popolo plaudente viene sostituito dalla plebaglia becera, ricchi e beneficiati rinnegano il benefattore ed inneggiano al nemico.
    Un ragazzo dall’anima pulita, una persona coerente, un combattente onesto verso i fratelli Caduti non potevano rimanere inerti ed il riscatto dell’Onore della Patria diveniva un dovere. Il racconto diviene testimonianza viva, ci accora, nella sua semplicità ci fa rivivere momenti indelebili che hanno marcato la nostra vita fino a suscitare sdegno quando i malfattori del pensiero parlano con sprezzo, alterando i fatti.
    In questo semplice manoscritto vi è una espressione di serenità e di forza, di affetto per i Camerati Caduti o viventi che può albergare solo in uomini dai sentimenti puliti.
    Sembra di vederli, quei ragazzi che accorrono in armi ricevuti dai veterani, in rispettoso atteggiamento verso i Comandanti, ansiosi di impugnare le armi per ricacciare il nemico. L’occasione è data dallo sbarco di Anzio e Nettuno: accorrono i paracadutisti in addestramento a Spoleto. Bisogna difendere Roma. La difendono con l’ardore mistico di un amante, si gettano contro i carri armati, la 7ª Compagnia si immola, degna erede della "Folgore’’ di El Alamein. Non sono dei fanatici, sono figli che pensano al dolore delle madri, sono coscienti del proprio dovere, debbono essere il simbolo del riscatto e lo saranno per il riconoscimento dato dallo stesso nemico.
    La ritirata dei superstiti, la riorganizzazione del Reparto, la lotta interna, lo scempio di Piazzale Loreto rivivono in queste pagine di ricordi, di verità, di emozioni e sentimenti.
    I Reduci si ritrovano annualmente per ricordare i Caduti; ora sono uomini dallo sguardo pulito, non rinnegano, chiedono solo che il loro sacrificio venga riconosciuto perché l’amore per la propria terra è un valore per le giovani generazioni e trascende su ogni credo politico.
    Fortunatamente nell’area dove avvennero le operazioni di guerra, nei cimiteri ove riposano i Caduti, sono rispettati i monumenti eretti a ricordo e, finalmente, anche le Autorità Militari hanno reso omaggio al Valore ed al Sacrificio.
    Qualcuno lo racconti al Consiglio comunale di Pisa che ha fatto rimuovere la stele eretta a Coltano in ricordo dei prigionieri della RSI ivi ristretti. La civiltà non fa parte della cultura di quei signori.
NUOVO FRONTE N. 213 (2001) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno.
Claudio de Ferra UN MILIONE E 1 Trenta racconti per una storia