| Pierangelo Maurizio VIA RASELLA, CINQUANT'ANNI
DI MENZOGNE
Maurizio Edizioni, Roma, Pag. 123 L. 15.000
L'annuale omaggio alle Fosse Ardeatine ed
il processo in corso a Priebke ripropongono sempre le stesse riflessioni.
Da dove nasce la strage di via Rasella?
Quanti furono i morti civili coinvolti dall'esplosione?
Perché a pagare furono in maggioranza i
partigiani di Bandiera Rossa attratti in una trappola?
Come fu compilata la lista dei fucilati e da chi,
visto che furono depennati i nomi di alcuni dirigenti del P.C.I.?
Da chi fu ordinata l'azione? Il testo presentato
risponde a molti interrogativi ed inchioda i comunisti ortodossi alla loro
responsabilità per, provocare una reazione sanguinosa e per approfondire
il solco dell'odio.
L'analisi dell'Autore si sviluppa in modo chiaro
e logico, portando prove che inchiodano i responsabili morali e materiali
che oggi godono di riconoscimenti ufficiali, ma che certamente sono disprezzati
dai familiari delle vittime che pagarono innocenti.
NUOVO FRONTE N. 174 (1997) Rubrica
"Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno.
***
LA FABBRICA DELL'ODIO (Prefazione a Via Rasella 50 anni di menzogne)
CARI COMPAGNI,
a via Rasella ho trovato il corpo fatto a pezzi di un bambino di 13
anni, Piero Zuccheretti. Questa inchiesta è cominciata da una domanda
ingenua. Perché per 52 anni non c'è mai stato un gesto di
umana pietà per un bambino, vittima innocente dell'attentato compiuto
a Roma il 23 marzo '44 dai Gap, le squadre armate del Pci? In questi sei
mesi di lavoro ho trovato un muro di omertà, una montagna di menzogne.
Piero è solo uno dei tanti. Ancora oggi non sappiamo quante siano
state le vittime civili, uccise subito dalla bomba o dai suoi effetti nel
giorni successivi.
Ho continuato a credere, in qualche modo a sperare, che via Rasella
fosse "solo" un'azione sbagliata. Il simbolo della contraddizione eterna
tra la necessità, o l'illusione fate voi, dell’agire e il conto da
pagare presentato come sempre agli innocenti. A poco a poco, negli articoli
pubblicati sul quotidiani Il Tempo e il Giornale, e che in parte ho raccolto
in questo libro, mi sono convinto che dietro i silenzi e le omissioni si nasconde
una verità terribile e inconfessabile. L'attentato non aveva alcuna
giustificazione militare. La rappresaglia dei tedeschi, con l'eccidio delle
Fosse Ardeatine, ha raggiunto tre obiettivi: il Pci è rimasto senza
rivali, nelle cave di tufo è stata sterminata l'élite non comunista
della Resistenza, si è scavato un solco di odio incolmabile con i
nazi-fascisti (anche se i fascisti non hanno avuto o alcun ruolo nell'eccidio).
Via Rasella, semplicemente, ha segnato l'inizio della guerra civile in Italia.
CARI COMPAGNI,
ma poi mi sono imbattuto in qualcosa che supera ogni dietrologia.
A via Rasella sono stati massacrati e fatti arrestare altri partigiani:
compagni, partigiani di Bandiera Rossa, l'organizzazione comunista che contestava
il Pci togliattiano e che è stata annientata. Antonio Chiaretti, 48
anni, operaio della TETI, caponucleo di Bandiera Rossa è stato ucciso
vicino al punto dove è esploso il capretto pieno di tritolo. Alla
si sono nascoste le prove, Falsificati gli atti. Durante il processo Kappler,
nel '48, il cadavere del partigiano è rimasto senza nome, così
come quello di Piero Zuccheretti.
Forse il caso, forse "non sapevano"? No, sapevano, in molti sapevano.
La verità e scritta anche in una velina dei carabinieri, trasmessa
nel '49 alla presidenza del consiglio: l'hanno nascosta, come sempre. Per
cinquant'anni hanno nascosto anche questo, anzi, soprattutto questo.
Non è vero che Antonio Chiaretti è casualmente incappato
nel rastrellamento ed è stato ucciso nel conflitto a fuoco con le
SS e i soldati tedeschi. Rosario Bentivegna, (il gappista che ha acceso la
miccia), lo ha dichiarato al Corriere della Sera, ad agosto, non appena è
venuta alla luce questa storia. Chiaretti invece è stato ucciso dalla
bomba dei Gap.
Non sono supposizioni, sono fatti. Fatti che pesano come macigni.
Fatti che in un paese normale dovrebbero provocare la richiesta generale
perché vengano aperti gli archivi, quelli di Botteghe Oscure innanzitutto.
Ho cercato di ricostruire la storia dei partigiani di Bandiera Rossa
presenti a via Rasella. Di chi è scampato come Giovanni Tanzini,
muratore, per poi finire in manicomio. Oppure di chi, come i cugini Angelo
Fochetti e Aldo Chiricozzi, sono stati massacrati alle Ardeatine.
I partigiani di Bandiera Rossa sono finiti in una trappola, su di
loro doveva ricadere la responsabilità dell'attentato. Dietro via
Rasella c'è la logica stalinista, l'eliminazione pianificata dei
dissidenti. E questa è "solo" un'ipotesi, certo: ma suffragata dai
falsi e dai silenzi dell'Unità dell'epoca. Un'ipotesi, ovvio, ma che
fa luce su mezzo secolo di menzogne: se qualcuno ha un'idea
un a migliore, si faccia avanti.
Via Rasella significa la distruzione innanzitutto dei propri "nemici"
interni: sono di Bandiera Rossa 68 trucidati alle Ardeatine, il gruppo più
numeroso dopo quello degli ebrei; significa l'annientamento dei partigiani
monarchici di Montezemolo, di quelli del Partito d'azione. Tutti massacrati
alle Fosse.
CARI COMPAGNI,
attorno a via Rasella troviamo tutti quegli elementi, a volte addirittura
gli stessi personaggi, che poi ci diventeranno familiari nella cosiddetta
"strategia della tensione". Saranno gli storici, forse, a stabilire se via
Rasella sia stata la prima "strage di Stato" dello Stato nato dalla Resistenza.
A via Rasella c'è stata, la complicità di alcuni apparati dello
Stato. A via Rasella si è inaugurato l'uso del terrore alla vigilia
di importanti cambiamenti negli equilibri politici del Paese. Pochi giorni
dopo l'attentato, con la "svolta di Salerno", il Pci di Togliatti entrò
nel governo Badoglio. A qualcuno viene in mente un'analogia con il sequestro
Moro e il Pci di Berlinguer? A me, sì.
CARI COMPAGNI,
come per il caso Moro, sgombrato il campo dalle versioni di comodo,
anche di via Rasella non sappiamo quasi nulla. Alla fine del libro ho pubblicato
un elenco di dieci domande, alle quali non ho trovato risposta dopo sei
mesi di lavoro. Ma è inutile cercare il Grande Vecchio, non c'è
il burattinaio: questi misfatti sono prodotti tipici della cucina italiana;
dall'estero tutt'al più è arrivato qualche ingrediente, l'apprezzamento
per la "pietanza".
A via Rasella nasce il patto scellerato tra il Pci e una magistratura
largamente compromessa con il regime fascista, tra la politica e la giustizia
usata come arma. Un patto che si salda con i processi politici, degni dei
tribunali sovietici, in cui vengono eliminati i testimoni scomodi come l'ex
questore Pietro Caruso, fucilato dopo due giorni di udienze, trascinato davanti
al plotone di esecuzione per le braccia perché non poteva camminare.
E come Donato Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli, antifascista,
innocente, fatto linciare dalla "folla" perché sulle Fosse sapeva troppo.
Nessun giudice penale ha mai voluto accertare le presunte responsabilità
degli attentatori di via Rasella. nonostante la sentenza Kappler avesse definito
l'attentato "un atto illegittimo". Tutto questo è accaduto a Roma,
non a Mosca.
Quanti alti magistrati e alti funzionari dello Stato fascista hanno
serbato eterna gratitudine all'Alto Comissariato per l'epurazione, gestito
dall'avvocato Mario Berlinguer, papà di Enrico, e al ministro di
Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti? Quanti e quali ricatti hanno battezzato
lo Stato nato dalla Resistenza?
CARI COMPAGNI,
non c'è stata una Resistenza, ci sono state molte "Resistenze".
E non è detto che abbia vinto la migliore. Ha vinto forse il peggiore
- nonostante il "doppiopetto" di Togliatti - partito stalinista dell'Europa
occidentale; degli stalinisti il Pci ha usato i metodi, durante la guerra
e dopo la guerra; si è appropriato dei morti, sui cadaveri ha innalzato
il totem dell’antifascismo, materia prima per la fabbrica dell'odio; come
gli stalinisti ha cancellato, omesso, falsificato la storia. Ma con tutto
questo né i post-comunisti né i post-fascisti sembrano ora intenzionati
a fare i conti.
CARI COMPAGNI,
non credo che gli esecutori materiali fossero a conoscenza dei veri
motivi che hanno provocato l'attentato di via Rasella; anzi, sono sicuro
che non ne sapessero nulla. Provo compassione, nel senso classico, per Rosario
Bentivegna; qualche volta, più spesso di quanto sia disposto ad ammetterlo,
provo un senso di affetto nel suoi confronti. Non deve essere stato facile
trascinare per tutta la vita quel carretto, carico di quasi 400 morti e delle
colpe della sinistra. Non accuso Bentivegna e i suoi compagni per quello che
hanno fatto a via Rasella, perché non so cosa avrei fatto io al loro
posto.
Vorrei solo chiedere. Perché con i loro silenzi, le menzogne,
i petti gonfi di medaglie, la vigliaccheria siamo stati privati, noi generazioni
future, di un diritto essenziale: il diritto alla verità, alla nostra
storia?
Quanti della mia generazione avrebbero bruciato la propria vita e
quella degli altri inseguendo il mito marcio e falso della lotta armata,
se non fossimo stati cresciuti all'ombra del loro mito, altrettanto marcio
e falso, della Resistenza?
Dedico questo libro a mia figlia Carolina che mi ha insegnato l'amore
per la vita; a tutte le vittime dimenticate; al mio ex compagno di scuola,
Cesare Di Lenardo, brigatista irriducibile.
Roma, 30 settembre 1996
|
| Enrico Landolfi CIAO ROSSA SAL0'
Editore l'Oleandro
Landolfi, Enrico
ISBD: Ciao, rossa Salo : il crepuscolo libertario e - Roma :
Edizioni dell'Oleandro, stampa 1997 - 293 p. ; 21 cm. - Proposte
Collezione: Proposte
Livello bibliografico: Monografia
Tipo di
documento: Testo a stampa
Numeri: ISBN - 88-86600-42-9
Bibliografia Nazionale
- 98-5809
Nomi: Landolfi, Enrico
Soggetti: Repubblica sociale italiana <1943-1945>
Classificazione: 945.0916 - STORIA DELL'ITALIA, 1943-1946
Paese di
pubblicazione: IT
Lingua di pubblicazione: ita
Localizzazioni: FI0098 - Biblioteca nazionale centrale - Firenze
- FI
MI0305 - Biblioteca Ferruccio
Parri - Milano - MI
RM0267 - Biblioteca nazionale
centrale Vittorio Emanuele II - Roma - RM
RM0280 - Biblioteca universitaria
Alessandrina - Roma - RM
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centrale - Firenze - FI
MI0305 - Biblioteca Ferruccio
Parri - Milano - MI
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centrale Vittorio Emanuele II - Roma - RM
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Alessandrina - Roma - RM
Codice identificativo: IT\ICCU\BVE\0122489
"Alla mia amatissima sinistra, nella viva speranza che si decida finalmente
a rendersi conto di ciò che veramente successe nella Repubblica Sociale
Italiana. Ciò al fine di adeguatamente misurarsi con quelle remote
difficilissime cose ed evenmti e non essere ancora una volta presa in contropiede"
Enrico Landolfi
Dalla copertina: Riteniamo sia ormai gran tempo di aprire un
dibattito il più largo, esaustivo, qualificato possibile sulla
essenza della RSI, muovendo però da una ormai irrefutabile constatazione:
la Repubblica del Duce fiorita e sfiorita sulle rive del Garda entro l'ambito
temporale, suppergiù, di un anno e mezzo, mai fu - diversamente da
quanto asserito anche da storici valenti, di prestigio - un unicum
. Fu, viceversa, uno sfaccettatissimo prisma, un fenomeno pluralistico.
Tanto vero che fu in essa presente quasi tutto lo spettro dottrinario e
politico: dal più odioso e nefasto nazismo rappresentato da Giovanni
Preziosi, capo dell'Ispettorato per la Razza, inviso a Mussolini ma non all'alleato/occupante,
alla corrente liberal incarnata dal ministro di Grazia e Giustizia
Piero Pisenti e dal senatore di origine liberaldemocratica e giolittiana Vittorio
Rolandi Ricci; dalla componente filotedesca più moderata capeggiata
da Roberto Farinacci e da Guido Buffarini Guidi, ministro dell'Interno, al
filone militare e apolitico riconoscentesi nelle figure dei maresciallo Graziani,
ministro delle FF.AA., e del principe Junio Valerio Borghese, comandante della
Decima Mas; dalla frazione ortodossa modellata sull'intransigentismo e sull’anticonciliatorismo
del ministro segretario del PFR, Alessandro Pavolini, (del ministro della
Cultura Popolare Fernando Mezzasoma, del ministro comandante della GNR Renato
Ricci alla tendenza sociale moderata del ministro della Economia Corporativa
e poi della Industria e Commercio Angelo Tarchi; dal gruppo degli esponenti
di varie sensibilità della sinistra antifascista disposti a collaborare
per l'attuazione del Manifesto di Verona (Nicola Bombacci, Carlo Silvestri,
Edmondo Cione, Germinale Concordia, Pulvio Zocchi, Walter Mocchi, Sigfrido
Barghini) all'aggregazione più coerentemente e conseguentemente rivoluzionaria,
socializzatrice, popolare-nazionale, libertaria. Disponibile inoltre,
quest'ultima, e anzi fautrice, del dialogo con l'antifascismo, proclive alla
più ampia democratizzazione della Repubblica, decisa a resistere alle
interferenze e alle rapine naziste, inequivocamente antiborghese e anticapitalista.
Nell'ideare e porre mano a questo saggio l'Autore
si è proposto di documentare - al di fuori di ogni spirito di parte
e al di sopra di qualsivoglia interesse di partito - un aspetto di "vera
verità" relative alla ormai remotissima esperienza della Repubblica
Sociale Italiana.
Per fare questo ha utilizzato materiali e testimonianze
di erresseisti e resistenzialisti, di fascisti e di antifascisti, di "equidistanti"
e di studiosi in versione tecnica, non coinvolti.
Si tratta, dunque, di una operazione ispirata a
pura rettitudine intellettuale, a criteri ed esigenze di pacificazione, anzitutto
"storiografica", fra i morti e gli ancora vivi presenti sulle apposte sponde
della guerra civile.
A suo avviso la famosa "giustizia giusta" non è
affare che riguardi le sole aule giudiziarie, ma anche i massimi percorsi
della Storia e le grandi personalità che nelle loro epoche si sono
trovati a svolgere il ruolo ad esse assegnate da Clio.
Sia l'Autore che la Casa Editrice rivolgono un
doveroso pensiero di omaggio e al Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi,
e al Presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante, per avere in
diverse occasioni recato il loro autorevolissimo ed efficace contributo
al faticoso processo, anzitutto spirituale, di superamento delle immani
ed ancora devastanti conseguenze dello scontro fratricida che, più
di mezzo secolo fa, insanguinò le contrade d'Italia calpestate da
eserciti stranieri.
Un pensiero, un omaggio, un saluto sia chiaro -
senza la benché minima pretesa di coinvolgerli nelle tematiche, nelle
idee, nelle valutazioni, nei giudizi contenuti nel libro. E, men che
meno, di strumentalizzarne gli interventi.
L'Editore
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