IL DISSENSO CLANDESTINO 1943-1945 NELLE REGIONI MERIDIONALI
OCCUPATE DAGLI ANGLO-AMERICANI
I.S.S.E.S.
Istituto di Studi Storici Economici e Sociali
via Salvator Rosa, 299
80135 NAPOLI
ATTI DEL CONVEGNO TENUTOSI A NAPOLI L'8 NOVEMBRE 1998
Negli interventi troviamo spesso citato il libro
di recente pubblicazione
MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F.
Fatica.1998. Istituto di Studi Storici Economici e Sociali, Via Salvator
Rosa, 299 - 80135 Napoli. Tel. 081-5495081 - 680755
cliccando
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troverete immediatamente, nelle pagine del nostro
sito www.italia-rsi.org
Quattro capitoli tratti dal libro MEZZOGIORNO
E FASCISMO CLANDESTINO (1998), dedicato a: "Agli Eroi Ignoti
dei Servizi Speciali torturati e seviziati dagli "Alleati" prima
di fucilarli e poi seppellirli in tombe senza nome. Ai ragazzi e ragazze
di Firenze fucilati ferocemente sui gradini di S. Maria Novella. A Colui
che volle e seppe opporsi a tanti lutti della spirale dell'odio e strenuamente
vietò atti che potessero innescare la scintilla della guerra civile
nel Sud. Perchè gli italiani sappiano."
RINGRAZIAMENTI
Si ringraziano per essere stati presenti al convegno:
l'on. prof. Gianni Roberti, l'on. Antonio Cantalamessa, consigliere regionale
della Campania, Angelo Romano, consigliere provinciale di Napoli, Pietro
Diodato, consigliere comunale di Napoli, l'on. Adalberto Baldoni, consigliere
comunale di Roma, Felice Ammaturo, direttore de "Il Monitore",
Pino Rotta, direttore di "Helios Magazine”, Pietro Golia, direttore
di " Controcorrente", il fallschirmjager Vittorio Carloni, Maria
Beatrice, Annamaria Cozzo, Alfredo de Maria, Paola Franchomme, Daniele
Lembo, Vittorio Maselli, Francesco Pavolini, Nicola Plastina, Marisa Precchia,
Ugo Salerno, Angelo Scognamiglio e signora.
Per la loro fattiva collaborazione un sentito grazie
a: Francesco Cuomo, Lucia Coppa, Benedetta de Falco, Nicola de Santis,
Ugo Salerno, Mino.... e Orietta.
PRESENTAZIONE
Il libro di Francesco Fatica su "Mezzogiorno
e Fascismo clandestino 1943-1945" che l'ISSES ha dato alle stampe
agli inizi di quest'anno ha suscitato molto interesse. Ci siamo resi conto
che stavamo aprendo un nuovo filone di indagine su alcune pagine del secondo
conflitto mondiale che finora la storiografia ufficiale aveva totalmente
ignorato o, quando era stata costretta a parlarne, lo aveva fatto in modo
riduttivo e spesso menzognero. Per approfondire ed ampliare gli argomenti
affrontati dal libro era pertanto giusto far seguire un convegno di studi,
che è stato reso possibile grazie all'interessamento dell'on. Antonio
Rastrelli, presidente della Regione Campania. In questo volume abbiamo
raccolto sia le relazioni e gli interventi di coloro che hanno partecipato
ai lavori nella giornata dell'8 novembre 1998, sia le comunicazioni e le
testimonianze che ci sono pervenute. Consideriamo di essere solo
all'inizio. La superbia degli angloamericani, usciti vittoriosi dalla
guerra, è stata ampiamente superata dalla faziosità di quegli
italiani che, tramando nell'ombra durante il conflitto, sono usciti allo
scoperto all'approssimarsi delle armate "liberatrici" e, dopo
aver occupato il potere, hanno inflitto vendette di ogni genere a chi era
colpevole di aver servito la Patria e l'Onore fino all'ultimo. Ma,
andando ancora oltre nella loro protervia, si sono preoccupati di falsare
la storia e di colpire la memoria condannando all'oblio le ragioni dei
vinti. Con le nostre modeste forze stiamo adoperandoci per portare
alla luce qualcosa di quanto si è voluto occultare e disperdere.
Il Presidente dell'ISSES Uccio de Santis
Relazione momentaneamente rimossa per definitiva edizione
MARIA PIGNATELLI E IL MIF
Relazione di Benedetta de Falco
- Benedetta de Falco è giornalista del "ROMA"
e de "IL GIORNALE DI NAPOLI", sulle cui pagine scrive di politica
e cultura. E' segretaria di redazione del periodico culturale IL CERCHIO.
- Ha particolarmente approfondito il tema del ruolo
della donna e della condizione femminile durante il Ventennio e la RSI.
Su tale argomento sta raccogliendo materiale per una monografia di prossima
pubblicazione.
Benedetta
de Falco riceve le congratulazioni di Marisa Precchia
Inizio con una considerazione che si è fatta
strada in me proprio durante questa mattinata di studio.
La clandestinità fu una necessità,
nata dalle persecuzioni rivolte a chi professava gli ideali del Fascismo,
fu una condizione che si impose a chi non rinunciava all'Idea. Dunque fu
una scelta dettata dalla necessità. Compiuta questa premessa dirò
che ciò che più mi sorprende è che un gran numero
di persone all'indovina dell'8 settembre del 1943 sentirono la necessità
della clandestinità, o cioè per essere più chiari
e scoprire tutte le carte, un gran numero di persone avevano un'Idea che
non volevano tradire. Ed è proprio l'Idea non tradita che, nonostante
tanta storiografia di parte, salva queste persone da tanti gratuiti commenti
negativi. Tra le persone che sentirono la clandestinità una necessità
ci furono molte donne, tante, tantissime donne con un'Idea. Alcune di queste
si riunirono nel MIF, il Movimento Italiano Femminile Fede e Famiglia,
che nei primi anni in cui operò fu un movimento di solidarietà
clandestina. Sono trascorsi trenta anni dal 10 marzo del 1968, giorno in
cui morì in un tragico incidente stradale, nei pressi di Cosenza,
la principessa Maria Pignatelli di Cerchiara: la fondatrice e l'anima del
MIF. Nata a Firenze il 24 marzo del 1894 aveva sposato in seconde nozze
il principe Valerio Pignatelli. Alcuni giorni prima di morire aveva cercato
di consegnare, alla signorina Emanuela Travo di Cosenza, l'archivio del
MIF del quale era stata la segretaria generale fin dalla sua fondazione.
Non avendola trovata in casa incaricò l'avv. Ugo Verrina, ultimo
legale del MIF a Cosenza, di espletare le formalità necessarie per
il deposito degli atti nel locale Archivio di Stato, deposito che venne
regolarmente effettuato nel novembre del 1969. Maria Pignatelli ed i suoi
collaboratori avevano prestato particolare attenzione al resoconto dell'attività
del MIF costituendo un Archivio. Fin dai primi mesi di vita il movimento
si preoccuperà della propria "memoria", sia ponendo particolare
cura alla tenuta del materiale documentario, cura che più volte
sarà raccomandata alle sedi periferiche, sia compilando minuziosi
resoconti di ogni piccola attività. Le 93 buste dell'Archivio del
MIF, depositate come dicevamo poc'anzi nel 1969, restano per oltre un decennio
nei depositi dell'Archivio di Stato di Cosenza, e nessuno si preoccupa
di consultarle o utilizzarle anche perché, a primo acchito, esse
appaiono di scarso interesse storico ed archivistico. In realtà
esse celavano una realtà sconosciuta e insospettabile. Ma andiamo
con ordine. La nostra storia ha inizio il 16 aprile 1944 a Gargnano, sul
lago di Garda, al tempo dimora e sede del capo del governo della RSI Benito
Mussolini. Qualche giorno prima la principessa, dopo aver attraversato
le linee nei pressi di Cassino, munita di un salvacondotto americano aveva
raggiunto Roma con il pretesto di visitare i figli gravemente malati. E'
giusto chiedersi come mai la principessa tentava di raggiungere Roma. Bisogna
andare indietro di qualche anno, a quando le sorti della guerra volgevano
al peggio e lo Stato Maggiore dell'esercito ed il segretario del PNF, Scorza,
progettarono un piano per la resistenza ad oltranza alle spalle del nemico
in caso di invasione. Fu deciso di istituire, in accordo con il Duce, un
reparto speciale le "Guardie ai Labari" ed al comando di tale
organizzazione venne designato il principe Valerio Pignatelli. All'indomani
dell'8 settembre questa organizzazione ebbe necessità di ricevere
istruzioni dal Duce e così fu scelta Maria Pignatelli che, in quanto
donna, avrebbe sortito meno sospetti. Nella capitale la principessa si
recò da alcuni amici e da lì, a cura dell'ambasciata tedesca,
venne trasportata in aereo a Gargnano, dove finalmente incontrò
Benito Mussolini.
Su questo colloquio, fino ad oggi, non è
trapelato nulla, ad eccezione di alcune supposizioni mai avallate da prove
concrete. Ma durante il primo congresso nazionale del MIF, tenutosi a Roma
dal 3 al 5 gennaio 1950, la principessa "Il MIF nacque nell'aprile
del 1944 sulle sponde di un lago. Là ci fu detto che a quelle donne
italiane che erano state sole a non tradire si sarebbe dato il più
alto riconoscimento e intanto ci si dava il più alto dei compiti:
tener viva la fiamma ed intorno ad essa riunire e collegare gli italiani
non dimentichi a compiere atti di solidarietà, fu detto: ritrovatevi
nell'assistenza!". E fu proprio in quegli stessi giorni, strana coincidenza,
che venne istituito il SAF, Servizio Ausiliario Femminile della R.S.I.
La coincidenza del periodo, la sostanziale identità di intendimenti
e di compiti, la esclusiva composizione femminile, fanno pensare che nelle
intenzioni di Benito Mussolini, i due movimenti dovevano essere quasi due
facce della stessa medaglia, destinato l'uno alle terre occupate, l'altro
ai territori della R.S.I. Al rientro da Roma la principessa fu arrestata
a Napoli e condotta, dopo ripetuti trasferimenti, al campo di Rimini dal
quale evase trovando ospitalità in territorio vaticano, in casa
della famiglia Gattoni. Sarà lì che, intorno alla principessa
e a monsignore Silverio Mattei, si cominceranno a riunire un gruppo di
donne con l'intento di organizzare azioni comuni per dare assistenza agli
ex appartenenti alla R.S.I. Fu pertanto solo nel 1946, e precisamente il
28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, che il MIF, elesse i suoi
organi statutari: venne eletta in consiglio nazionale per la regione Campania
Anna Dinella, di cui parleremo più avanti. Tra i primi compiti del
MIF, che è opportuno ribadire agì durante i primi anni in
semi clandestinità, fu quello di cercare le superstiti ausiliare
che poi quasi sempre confluirono nel movimento. Il primo gennaio 1948 iniziarono
le pubblicazioni, sotto la direzione di Amedeo Ambrosi, del giornale "Donne
d'Italia". Il periodico intendeva essere l'organo di collegamento
tra i comitati locali e dare spazio a quanti, tra scrittori e giornalisti,
erano caduti in disgrazia avendo essi mantenuto fede agli ideali fascisti.
Il ruolo politico svolto dal MIF fu in più di una occasione scomodo
e oggetto di discussione con il MSI di Almirante, anche se molti iscritti
al MIF erano poi anche iscritti al Movimento Sociale Italiano. Ma la collaborazione
tra MIF e MSI verrà sancita più tardi, il 13 marzo 1952,
da donna Rachele Mussolini, quando ella era presidente della Giunta Esecutiva
Centrale del MIF. Ma il campo dove meglio di ogni altro il Movimento Italiano
Femminile espresse appieno le proprie potenzialità fu indubbiamente
quello educativo-assistenziale, in cui investì la quasi totalità
delle sue energie. Il MIF tese dunque ad un duplice intervento: da una
parte l'assistenza morale, giuridica e materiale agli ex appartenenti alla
R.S.I., imprigionati in seguito a giudizio emanato dalle Corti di Assise
Straordinarie (erano state istituite con Decreto Legislativo Luogotenenziale
n.142 del 22 aprile 1945), e dall'altra l'aiuto ai latitanti e ai fuoriusciti
dei quali venne favorito l'espatrio, se non addirittura il cambio di identità.
Nell'Archivio di Stato di Cosenza infatti vi sono depositate le dettagliate
relazioni che riguardano proprio le richieste di aiuto per i detenuti politici.
L'assistenza ai detenuti consisteva nell'invio agli stessi di pacchi contenenti
generi di prima necessità, sigarette, indumenti vari, oggetti di
uso personale, sia nell'assistenza legale gratuita al fine di provvedere
all'inchiesta di revisione del processo, alla difesa in prima istanza,
al ricorso in Cassazione, alle richieste di grazia e libertà condizionale.
All'assistenza diretta si preferì quella
attraverso le famiglie con una specie di "madrinato" teso a favorire
i contatti umani. Molti dei prigionieri una volta usciti dal carcere furono
poi reinseriti nella società grazie alle stesse famiglie che se
ne continuarono a prendere cura. Tra gli assistiti del MIF c'erano anche
uomini molti noti: il maresciallo Rodolfo Graziani, il gen. Adami Rossi,
Valerio Borghese, Edvini Dalmas Dini, comandante delle truppe aviotrasportate
della RSI, Clemente Graziani, poi leader di Ordine Nuovo e la giovane Carla
Costa, l'agente "volpe azzurra" del Servizio Speciale autonomo.
Nel gennaio del 1950 il Pontefice Pio XII concesse udienza alle appartenenti
al MIF lodandone l'attività svolta. Infatti se il MIF poté
nascere ed operare nei primi difficili anni ciò fu dovuto soprattutto
alla collaborazione di larghi strati della gerarchia e del movimento cattolico.
Chiese, canoniche, conventi furono più volte luogo di rifugio e
di asilo per quanti ancora temevano le insidie della piazza o il giudizio
dello stato democratico. Il MIF ebbe a Roma ed a Napoli nuclei di azione
molto incisivi, anche come numero di soci. A Napoli nel 1948 infatti le
iscritte erano 163, oltre ad un folto gruppo di nobili signore che erano
moglie o figlie di uomini politici molto in vista all'epoca. Un dato certo
è che molto fu fatto a Napoli e in Campania, soprattutto grazie
alla completa dedizione di Anna Dinella, segretaria regionale del MIF.
Non è stato semplice ricostruire l'esatta composizione del Comitato
del MIF di Napoli. Attraverso i ricordi di alcune iscritte ho saputo che
era così composto: Maria del Pezzo di Cajanello, presidente, consigliere
Aristea Tosti Roberti, la duchessa Marika de Giovanni di Santa Severina,
alla quale più tardi passò la presidenza, Virginia Vitolo,
Elena Sgrosso, Maria Monticelli, Elena Rega, Maria Matthieu, Margherita
Ferrari, Ulla Grifeo Gravina, Lilla Barbieri, Vittoria Capece Galeota,
Adriana Guercia, Anna Montinari, Ninì Morone, segretaria della sede
del MIF di Portici, Anna Tilena, la duchessa Zagari con le due figlia,
Pia Gobbi. Inoltre partecipavano ad alcune riunioni: Laura Leonetti di
Santojanni, la marchesa d'Aquino, Foscarina Borsaro Frongillo, Anna Buonocore,
la duchessa Bice Caracciolo d'Acquara, la principessa Maria Caracciolo
di Vietri. La sede del MIF era stata concessa gratuitamente dall'allora
sindaco di Napoli Buonocore e si trovava all'interno del Maschio Angioino.
Da lì partivano tutti gli interventi del gruppo napoletano del movimento.
Aristea Tosti ricorda: "Andai insieme con Maria Matthieu, Anna Dinella
e Marika de Giovanni al Carcere di Procida a visitare 21 detenuti che gli
inglesi avevano fatto prigionieri. Per attrarre l'attenzione, in quanto
erano stati dimenticati, facevano lo sciopero della fame". Ed infatti
nei giorni seguenti l'On. Gianni Roberti, su spinta del MFI, fece una interrogazione
parlamentare all'allora Ministro della Giustizia Grassi. I giovani poi
furono scarcerati. Nel penitenziario di Procida all'epoca di fatti, siamo
negli anni '48-'50, vi erano molti detenuti politici per i quali il MIF
si adoperò: Bonino Bonci, federale di Novara, Giulio Baghino, ufficiale
della X MAS, che fu poi deputato nelle file del MSI ed è attualmente
presidente nazionale dell'Associazione Combattenti della RSI, Domenico
Pisani colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana ed il colonnello
Rocchi prefetto di Perugia che, una volta scarcerato per intervento del
MIF, fu ospitato in casa della contessa Zagari. Il MIF aiutò anche
Giuseppe Pizzirani, l'ex segretario del P.F.R., che venne a Napoli appena
uscito dal penitenziario di Livorno. Francesco Fatica proprio nel volume
"Mezzogiorno e Fascismo clandestino" ricorda che Maria Monticelli
si adoperò personalmente per cercare le salme dei soldati della
R.S.I. fucilati dagli anglo-americani a Nisida la mattina del 31/5/1944
e che erano state "trasportate al Cimitero della Pietà di Napoli,
con la formale qualifica di Ignoti ed il cartello "Non si tocca -
Interrato dal Comando Alleato". A loro sarà data cristiana
sepoltura solo nel 1953. Numerose furono le feste di beneficenza per raccogliere
fondi ed aiutare le famiglie cadute in disgrazia. Con questi fondi fu aiutata
(memoria Tosti) la famiglia di Domenico Tilena, ultimo segretario del Partito
Fascista di Napoli, all'epoca rinchiuso a Procida. Il legale del MIF era
l'on. Nando di Nardo che prestava gratuitamente la sua opera prodigandosi
per scarcerare i detenuti politici segnalati dal Movimento. In più
di una occasione alle riunioni del MIF erano presenti Rachele e Vittorio
Mussolini che all'epoca vivevano ad Ischia. Il ruolo del MIF fu dunque
determinante per quanti furono imprigionati, emarginati, perseguitati per
la loro fede politica. Questa massiccia mobilitazione volontaria femminile
si spiega solo se si pensa che durante il fascismo la donna fu spinta a
ricoprire un ruolo molto incisivo nell'ambito della società: una
donna, non solo moglie e madre, ma anche lavoratrice e soprattutto membro
attivo ed indispensabile della Nazione. Questa dunque in sintesi la storia
del MIF contenuta nelle polverose e dimenticate carte dell'Archivio di
Cosenza e raccolta da Roberto Guaraschi nel volume "La lampada e il
fascio". Questa fu la storia che fece dire ad Alessandro Pavolini:
"Bisogna essere stati perseguitati, oppure avere avuto contro di se
la massa, per capire che cosa valga una donna nella vita di un uomo".
Concludo ricordando le parole scritte dalla principessa Pignatelli in una
circolare inviata nel 1952 a tutte le sedi periferiche del MIF. La principessa
Pignatelli aveva infatti ribadito l'importanza dell'Archivio quale elemento
indispensabile per elaborare la memoria storica del MIF: "So che a
tutte voi è caro che del MIF resti la storia. Negli archivi delle
varie sezioni resteranno le relazioni dettagliate con i nomi e le lettere,
ma in una pubblicazione destinata al lettore anonimo noi vogliamo cogliere
quello che è stato il senso profondo della nostra organizzazione,
ispirata alla solidarietà tra gli uomini. Ed io penso e credo che
voi tutte la pensiate come me che, anche attenendosi alla massima esattezza,
ci sia materia per una storia viva di questi anni dolorosi".
IL RITORNO DELLA MEMORIA. UNA MESSA A PUNTO
METODOLOGICA E DI STORIA DELLA STORIOGRAFIA SUL DISSENSO CLANDESTINO NEL
MERIDIONE (1943-1945)
Intervento di Stefano Arcella
- Stefano Arcella - Funzionario Amministrativo del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso la Biblioteca
Nazionale "Vittorio Emanuele III" di Napoli, collabora -in qualità
di ricercatore- con la Fondazione Evola di Roma per la quale ha curato
la pubblicazione delle lettere di Julius Evola a Benedetto Croce che ha
consultato presso l'Archivio Croce. Editorialista della pagina "Kultura"
del quotidiano IL TEMPO - Edizione di Napoli (1994-'96), pubblicista, ha
collaborato con le riviste Italia Settimanale (Roma), Futuro Presente (Perugia).
Vie della Tradizione (Palermo), Il Cerchio (Napoli ), Hyria (Nola), L'Alfiere
(Napoli) e col mensile Il Monitore (Napoli). Ha collaborato con la cattedra
di Diritto Romano dell'Università "Federico II" di Napoli.
E' autore di numerose pubblicazioni.
Sommario
1. - La letteratura memorialistica sul dissenso
clandestino nel Meridione d'Italia ('43-'45) e i suoi rapporti col revisionismo
storiografico.
2. - Lo stato della ricerca storica sul fascismo
e, in particolare, sul fascismo clandestino nel Mezzogiorno d'Italia. Il
problema dell'accesso alle fonti storiche.
3. - Le fonti: testimonianze, documenti d'archivio,
letteratura storiografica.
4. - Mito della Resistenza e mito del tradimento.
Etica ed estetica del fascismo clandestino. Movimento di individualità
" forti " ed "eterodosse". Identità nazionale
e identità meridionale.
1.1 Quando ho letto il libro di Francesco Fatica
Mezzogiorno e Fascismo clandestino (1943-1945) e ho, poi, avuto modo di
conversare con l'Autore, mi sono reso conto del rilievo che contributi
come questo hanno ai fini di una corretta revisione della ricostruzione
storiografica sulla storia del Meridione fra il 1943 e il 1945 nel quadro
più complessivo della storia nazionale di quegli anni.
Si tratta di una letteratura memorialistica che,
nel rilevare aspetti inediti o, quantomeno, poco noti di quel periodo storico,
può essere inquadrata in quel complesso e variegato fenomeno culturale
che si qualifica come " revisionismo storiografico " accezione
di cui va recuperato il significato positivo in termini di rilettura, correzione,
revisione -sulla base di un approccio rigoroso alle fonti storiche- delle
vicende che hanno segnato un popolo e, più propriamente, il mondo
intero, in un determinato momento storico, tragico e cruciale per le sorti
politiche, culturali ed economiche sia dell'Italia che dell'Europa.
Certo, la memorialistica non è, di per sé,
sufficiente per impostare una ricostruzione della storia di quegli anni
su basi veramente scientifiche, ossia rigorosamente documentate, senza
subire condizionamenti ed apriorismi ideologici. Essa va integrata con
altre fonti in un quadro complessivo ove -e questo è il compito
dello storico- lo sforzo di analisi critica sappia coordinare i dati in
una visione d'insieme che riveda, ove ciò sia necessario, i luoghi
comuni delle versioni oleografiche che hanno connotato la storiografia
ufficiale dal dopoguerra ad oggi e abbandoni le tendenze apologetiche,
di qualunque segno ideologico, per attenersi alla verità dei fatti,
in piena autonomia scientifica dalle interferenze proprie a interessi politici
ben determinati e che storicamente sono stati soprattutto quelli propri
al potere politico dominante. Questa letteratura, dunque, pur non esaurendo
il compito né il contenuto della ricerca storica, è funzionale
ad un processo di revisionismo storiografico, soprattutto quando trattasi
di testimonianze che emergono dopo 50 anni di silenzio dovuto al particolare
clima di intimidazione e di conformismo antifascista che ha segnato un
lunghissimo dopoguerra nella seconda metà di questo secolo.
Una funzione, dunque, quella della letteratura memorialistica,
sussidiaria rispetto alla ricerca storica " pura" ma preziosa,
poiché consente al ricercatore l'accesso ad una molteplicità
di informazioni, di notizie, di dati che lo aiutano a calarsi nella particolare
temperie culturale, nella specifica atmosfera psicologica di quel momento
storico, poiché nella ricostruzione dei fatti sussiste sempre il
rischio di cadere nell'astrazione, ossia di perdere di vista l'elemento
vivo della storia, che è l'uomo coi suoi stati d'animo, la sua psicologia,
l'educazione ricevuta in un determinato periodo e in un dato contesto ambientale,
le sue spinte ideali unitamente ai suoi concreti interessi legati all'appartenenza
ad un determinato ceto sociale. Orbene, questo fenomeno "revisionista"
al quale contribuiscono vari filoni, dalla memorialistica alla ricerca
archivistica, alla letteratura, va, però, compreso nelle sue motivazioni
di fondo, quale segno del mutamento dei tempi, di un graduale e faticoso
rinnovamento culturale in cui ad una visione faziosa, parziale degli eventi,
frutto di rancori e di risentimenti propri a chi è stato coinvolto
in vicende recenti o relativamente tali, subentra lentamente un approccio
più distaccato e sereno, più pacato e riflessivo, lontano
dalle foghe apologetiche di ogni segno ideologico.
1.2 Fino a pochi anni orsono la storia del XX secolo
e soprattutto quella fra le guerre mondiali nonché dell'ultimo conflitto
bellico è stata narrata secondo le convenienze politiche dei gruppi
di potere dominanti, legati allo schieramento politico-militare uscito
vincente dal II conflitto mondiale. Ma per narrare la storia -quella vera,
basata sull'approccio documentato, sullo spoglio delle fonti storiche-
e, soprattutto, acquisire una coscienza storica più matura, devono
trascorrere almeno 40-50 anni dagli eventi oggetto di ricerca e di approfondimento.
Solo uno sguardo distaccato, lontano dalle passioni suscitate da quei fatti,
può infatti, essere capace di ricostruire, con lucidità,
il complesso intreccio delle forze e delle motivazioni che hanno generato
quelle vicende. Ciò è tanto più vero ove si consideri
che gli effetti politici del II conflitto mondiale (il patto di Yalta,
la guerra fredda, il Muro di Berlino), sono durati fino a pochi anni orsono,
determinando un clima politico-culturale del tutto sfavorevole ad una ricerca
storiografica veramente libera.
Il revisionismo nasce quindi da una necessità
storica e culturale, quella di rivedere, con autentica autonomia scientifica
lo svolgersi degli eventi, poiché col trascorrere degli anni, era
sempre più avvertito negli ambienti scientifici, il disagio di uno
studio storico subalterno alle " verità" preconfezionate
dal potere politico e soprattutto dai grandi apparati culturali (Università
statali, case editrici, RAI-TV ) dominati o largamente condizionati dall'egemonia
culturale che il P.C.I., attuando la strategia gramsciana della conquista
culturale della società civile, era riuscito a realizzare nel corso
di alcuni decenni.
E questo disagio riguardava, comunque, non solo
l'Italia ma l' Europa e particolarmente la Germania dove il " senso
di colpa " legato al fenomeno storico del nazionalsocialismo e dei
suoi crimini aveva determinato una rimozione dei misfatti commessi da altre
nazioni e nel nome di altre ideologie e, dunque, il rifiuto di una considerazione
complessiva dei genocidi e delle violazioni dei diritti umani che hanno
segnato questo secolo.
La tesi di Ernst Nolte sul comune carattere
totalitario del nazionalsocialismo e del comunismo sovietico e quelle di
Renzo De Felice volte al riconoscimento di una base di largo consenso del
fascismo-regime negli anni '30 e della crisi dell'identità nazionale
aperta delle vicende dell'8 settembre '43, hanno squarciato la cappa di
conformismo che da decenni bloccava l'evoluzione della ricerca storica
in Europa. E le polemiche suscitate da queste nuove tesi storiografiche
testimoniano della subalternità della cultura " ufficiale"
rispetto alle oligarchie politiche dominanti. Poi, i mutamenti geopolitici
intervenuti sullo scenario mondiale ( dissoluzione dell'URSS, caduta dei
regimi comunisti dell'Est europeo, crollo del muro di Berlino, riunificazione
della Germania ) hanno radicalmente innovato il clima storico-culturale,
con forti ripercussioni anche in Italia e con la possibilità di
ripensare più liberamente la storia europea e italiana di questo
secolo.
Il libro di De Felice "Rosso e nero" -con
la rilettura delle tristi vicende dell'8 settembre e la denunzia coraggiosa
della crisi dell'identità nazionale apertasi in quel tragico momento-
nonché il recente contributo di Sergio Romano sulla guerra di Spagna,
sono segni eloquenti dello sviluppo di questa tendenza storiografica che
non accetta più di vedere il bene e il male rigidamente divisi,
l'uno incarnato tutto da uno schieramento politico-militare e l'altro rappresentato
esclusivamente da quello opposto, ma tenta di cogliere la complessità
della storia, coi suoi intrecci diplomatici, le sue contraddizioni politiche,
i retroscena economici, ma anche i risvolti psicologici, gli stati d'animo,
le pulsioni ideali, i crimini e le stragi di tutte le parti in causa del
II conflitto mondiale.
Si delinea, dunque, un nuovo clima culturale, di
maggiore autonomia dello studio storico dalle egemonie politiche e culturali
consolidate. Ma le cose stanno veramente in questo modo? O non vi sono
ancora resistenze, ostracismi, rimozioni che intralciano l'evoluzione della
ricerca? Questi interrogativi conducono subito al problema dell'accesso
alle fonti storiche e informative.
2 - In un convegno svoltosi a Roma, presso la Biblioteca
Nazionale Centrale, nel gennaio 1997, promosso dall'Associazione Culturale
Heliopolis, sul problema dell'accesso alle fonti storiche e informative,
vennero denunciati, da parte dei relatori, gli ostruzionismi che -sia nell'ambito
degli archivi statali, sia in quelli privati ed anche nell'ambito delle
fonti informative- si frappongono tuttora al progresso della ricerca storica
in Italia.
Chi scrive ebbe modo in quel convegno di narrare
la storia e le difficoltà del percorso di ricerca che aveva condotto
alla consultazione delle lettere di Julius Evola a Benedetto Croce. Era
stato necessaria una interrogazione parlamentare sulle resistenze che,
inizialmente (la vicenda andò avanti per circa un anno) l'Archivio
Croce aveva frapposto alla pubblicazione di quelle lettere (poi pubblicate
col suo consenso), come esempio emblematico delle difficoltà della
ricerca storica in Italia.
Emersero poi altri esempi significativi, come quello
concernente le difficoltà di accesso alle fonti informative sulle
vittime civili dell'attentato di Via Rasella. (E il problema non si limitava
alla storia del XX secolo, ma investiva ben altri campi specialistici,
come l'archeologia, per la quale il prof. Finzi ebbe a sottolineare il
monopolio delle fonti archeologiche che, talvolta, si verifica in certe
cerchie specialistiche). Analoghe problematiche vennero affrontate, sempre
nel gennaio '97, nel corso di un convegno svoltosi a Napoli sul tema "Revisionismo
storiografico e pluralismo culturale", promosso dall'Associazione
Culturale Flumen.
Recentemente, sul Secolo d'Italia del 9/10/98, Luciano
Garibaldi ha riportato la testimonianza di una Funzionario, Archivista
di Stato, la dottoressa Carucci, la quale denunciava il peggioramento delle
condizioni della ricerca storica in Italia, dal momento che l'accesso alle
fonti archivistiche riservate -ossia una particolare categoria delle fonti
archivistiche- è stato, con una recente disposizione, subordinato
all'autorizzazione del Ministero degli Interni, ossia un organo politico
che sostituisce la competenza precedente della Giunta Archivistica che
era un organo tecnico composto da storici e da archivisti. Come se ciò
non bastasse, è stato anche soppresso il parere, in materia, del
Direttore dell'Archivio Centrale dello Stato.
Per cogliere la gravità di queste recenti
innovazioni normative si consideri che tuttora le lettere di Claretta Petacci
a Mussolini sono coperte dal segreto di Stato poiché, secondo la
motivazione ufficiale del provvedimento di segretazione "la signora
aveva l'abitudine di occuparsi di affari di Stato". Pertanto, agli
studiosi e al pubblico è preclusa tuttora la possibilità
di conoscere il contenuto di quell'epistolario.
Siamo, dunque, in presenza di una problema che è,
sì, culturale ma è soprattutto politico, poiché è
evidente che un organo squisitamente politico decide di autorizzare o meno
l'accesso alle fonti riservate sulla base di criteri politici, cioè
della convenienza politica del momento.
Viene in tal modo gravemente limitata la libertà
di ricerca e lo sviluppo degli studi, poiché al potere politico
sarà facile far conoscere solo quei documenti " riservati"
che è interessato a divulgare, condizionando in partenza la direzione
e l'orientamento della ricerca. Il potere politico reagisce, in questo
modo, allo sviluppo del revisionismo storiografico, quasi in una sorta
di riflesso condizionato, di istinto di conservazione di un equilibrio
culturale da difendere a costo di occultare la verità storica, deformare
i fatti, disperdere le tracce documentali scomode.
Ma è lecito chiedersi: i problemi della ricerca
storica e del ritardo, della lentezza del suo sviluppo sono esclusivamente
questi o ve ne sono altri, interni agli stessi autori delle fonti e in
particolar modo agli autori della letteratura memorialistica? Occorre quindi,
per dare una risposta a tale domanda, operare una ricognizione delle fonti
sul dissenso clandestino nel quadro più generale della storiografia
sul fascismo.
3.1. Chi esamini la letteratura memorialistica sul
dissenso clandestino fascista nel Mezzogiorno (1943-1945) e, in particolare,
su quello napoletano, noterà agevolmente due caratteristiche: la
prima è la lentezza con la quale queste testimonianze-preziose per
la ricostruzione storica- sono emerse, sintomo eloquente del clima politico
e culturale che ha segnato l'Italia nel lunghissimo dopoguerra dal '45
ad oggi, un clima di paura -per chi aveva combattuto nello schieramento
perdente- e quindi di riluttanza a narrare vicende di cui era stato direttamente
partecipe o, ancor più, protagonista. Una riluttanza comprensibile
perché -a voler parlare chiaro- la II guerra mondiale, considerata
sotto il profilo dei suoi effetti politici e militari, ha avuto una durata
lunghissima, per circa 45 anni. Si dovranno attendere gli eventi del 1989-1992,
per vedere la crisi dell'ordine di Yalta, accentuata poi dalla unificazione
tedesca e dalla crisi balcanica.
L'Italia -che durante la "guerra fredda"
era sulla "linea del fuoco" fra i due blocchi- ha risentito fortemente
di questa situazione storica. La stessa Costituzione della Repubblica è
la risultante della mediazione fra i due filoni politico-culturali che
avevano i loro referenti in diversi stati stranieri: l'URSS da una parte,
il Vaticano e gli USA dall'altra.
L'antifascismo, con tutta la sua carica di enfasi,
è stato la mitologia e il cemento ideologico della Repubblica, una
sorta di " dogma " che condizionava ab origine la cultura nazionale
e la stessa produzione storiografica.
Chi scrive ricorda molto bene lo scandalo e il clamore
che accompagnarono, all'inizio, gli studi "eterodossi" di De
Felice il quale osava dire che il regime fascista, per un certo arco temporale,
aveva aggregato intorno a sé un consenso di massa, argomento, peraltro,
non nuovo, già sostenuto dal neofascismo post-bellico, ma che lo
storico sosteneva con ben diverso spessore scientifico e con uno sguardo
ben lontano dalle passioni ideologiche.
E' in questo clima che si spiega la riluttanza di
molti testimoni a raccontare vicende vissute in prima persona con una precisa
e clandestina scelta di campo.
C'è poi una seconda peculiarità che
riguarda i contenuti stessi di questa memorialistica. Dalla lettura dei
racconti si evince una gran dovizia di notizie sui profili psicologici
e morali dei vari protagonisti, sugli stati d'animo, sul momento del coraggio
individuale -poiché il fascismo clandestino al Sud fu soprattutto
un movimento di forti individualità- sulle difficoltà e le
persecuzioni subite dal movimento. Quello che non appare con chiarezza
è la portata e la consistenza dell'attività di sabotaggio
delle retrovie angloamericane compiute dai vari gruppi clandestini. Si
prenda, ad esempio, la figura del Marchese Marino de Lieto, di cui ci parla
l'architetto Antonio De Pascale nella sua memoria. Essa è emblematica
della connotazione etica ed estetica del fascismo clandestino nel Mezzogiorno,
come movimento di forti individualità che hanno assimilato ed interiorizzato
la lezione di d'Annunzio sul rapporto tra estetica e politica e che hanno
quindi il culto del "bel gesto", dell'azione individuale nel
segno dell'eroismo, del sacrificio; un'azione è "bella"-in
quella prospettiva ideologica- perché in essa si esprime e si esalta
il valore dell'individuo che si distingue dalla folla.
Marino de Lieto è un personaggio particolare:
ufficiale superiore della Marina Militare, con all'attivo alte onorificenze
al valore, guadagnate sempre in battaglia durante la I guerra mondiale
in cui si era distinto per "azioni spettacolari".
Quest'uomo, dopo l'arrivo a Napoli degli angloamericani,
inizia una guerra " privata", misteriosa, di cui teneva all'oscuro
persino gli amici del movimento clandestino. Si allontanava per intere
settimane, senza che nessuno sapesse dove andava e a fare cosa.
Solo di qualche iniziativa del de Lieto è
testimone il de Pascale, ma, per il resto, tutto è, ancora oggi,
avvolto nel mistero.
Se si legge con attenzione la memoria di De Pascale,
si scorge non solo per il marchese de Lieto, ma anche per tutto il movimento,
nel suo complesso, questa " zona d'ombra", concernente la concreta
attività di probabile sabotaggio delle retrovie del " nemico".
Mancanza di dati, di notizie da riferire o riluttanza
a dire tutto?
Non è un problema da poco, perché
la ricostruzione storiografica ha, in questa letteratura memorialistica,
una delle sue fonti più preziose, anche se da vagliare con rigore
critico.
La mia personale convinzione -maturata attraverso
la lettura di questo tipo di fonti- è che ancora molto ci sia da
raccontare al fine di un esauriente inquadramento storico del contributo
militare del fascismo clandestino nel Mezzogiorno.
Ed anche quando si aprono squarci di verità,
essi danno luogo a nuovi interrogativi.
Risulta, ad esempio, dalla memoria di Antonio de
Pascale, che gli agenti segreti della RSI venivano paracadutati sui Monti
Lattari o nell'area di Licola ma poco o nulla è detto sugli sviluppi
di queste operazioni militari (e sulla loro maggiore o minore incisività)
che rispondevano, evidentemente, a dei progetti, con obiettivi ben precisi.
Altro esempio è il racconto del convegno
segreto di Montecolino nel libro " Decima Flottiglia nostra..."
di Sergio Nesi, ove la dovizia di particolari sui contenuti dell'incontro
fra Alleati, Tedeschi ed esponenti militari della RSI non è affiancata
da altrettanta dovizia sulle fonti di cognizione atte a documentare la
veridicità dell'incontro medesimo. Su questo aspetto, l' Autore
rimane nel vago " In quella stanza a Montecolino -egli scrive- la
discussione dovette essere certamente animata, ma nulla è trapelato
oltre le battute iniziali surriferite filtrate attraverso una porta socchiusa,
se non il parere assolutamente negativo che di quel piano diedero i plenipotenziari
americani ".
"Filtrate attraverso una porta socchiusa":
una affermazione vaga, forse volutamente imprecisa per far luce su una
vicenda importante sia per la storia della RSI, sia anche per inquadrare
meglio il contesto politico, diplomatico e internazionale in cui collocare
il ruolo e le possibilità del fascismo clandestino al Sud.
E c'è anche tutto un altro aspetto, non secondario,
da approfondire: il fascismo clandestino ha come suoi esponenti i fascisti
eterodossi che durante il Ventennio erano stati espulsi o comunque allontanati
dal PNF. Sono loro, nel Sud -e non gli ex gerarchi- ad assumersi, in un
momento storico difficilissimo, l'onere e i rischi -che vedevano come un
"onore"- di guidare il fascismo clandestino: un segno eloquente
di discontinuità politica fra il regime fascista e il movimento
clandestino '43-'45, a dimostrazione di come questo nuovo fenomeno fosse
l' incipit del neofascismo. Il movimento fascista, liberatosi dalla incrostazioni
delle mediazioni che lo avevano connotato nel Ventennio, ritornava alle
origini ma le sviluppava in modo nuovo, originale, con una accentuazione
del momento sociale ( nella RSI), e di quello "etico" ed "estetico".
3.2. Quanto alle fonti archivistiche esse sono consistenti:
rapporti dei CC.RR., dei prefetti e dei Questori, notizie acquisite e trasmesse
dai servizi di informazione del Regno del Sud.
Tutta la letteratura storiografica in materia è
ampiamente fondata su questa tipologia di fonti. Basta consultare, ad esempio,
i contributi di Giuseppe Conti, per verificare come le note in calce siano
piene di riferimenti ai documenti dell'Archivio Centrale dello Stato.
Occorrerebbe, però, una consultazione capillare
dei documenti di quel periodo conservati negli Archivi di Stato dei capoluoghi
di provincia dell'Italia Meridionale, per verificare se fossero pervenute
ai Prefetti notizie riservate sui vari movimenti e gruppi clandestini del
Meridione e, in caso affermativo, in che misura e con quali contenuti.
Sarebbe interessante, infatti, avere un quadro più esauriente e
dettagliato di questi fermenti politici che connotarono l'Italia Meridionale
di quegli anni, anche e soprattutto sotto il profilo militare, dell'attività
dei sabotaggi messi in atto contro le retrovie alleate.
A tale riguardo, una ricognizione dei documenti
dell'Archivio di Stato di Caserta -zona probabilmente interessata da atti
di sabotaggio- e dell'Archivio di Stato di Napoli -città in cui
era, a quanto risulta, il "vertice" del movimento fascista clandestino
al Sud, come anche degli Archivi di Stato di altre città meridionali
(Cosenza, in particolare, per i documenti del MIF già esaminati
in sede accademica ma che meriterebbero una ulteriore ricognizione)- potrebbe
risultare molto proficua, anche in caso di una esiguità delle fonti,
perché, comunque, contribuirebbe ad avere una visione più
chiara della reale entità di questo fenomeno politico. Se sarà
il caso, eventualmente, di ridefinirne e ridimensionarne la portata, ebbene
lo si faccia, ma è tempo, ormai, di recuperare la verità
su questo aspetto poco noto della storia del Mezzogiorno.
E se, invece, dovessero risultare risvolti sorprendentemente
rilevanti di questo dissenso politico, sarà il caso di acquisirli
alla memoria storica nazionale.
3.3 La letteratura, in materia, è ancora
esigua: alcune memorie anche di tenore autobiografico, alcuni contributi
specialistici molto documentati, ma siamo ancora lontani da una rigorosa,
esauriente, ricostruzione globale del dissenso fascista clandestino che
sciolga alcuni quesiti centrali, quali il rapporto coi progetti politici
della R S I (non è ancora del tutto conosciuto, ad esempio, il contenuto
del famoso colloquio fra Mussolini e la principessa Pignatelli a Gargnano
nell'aprile del '44 ), il legame fra certi fenomeni di rivolta -quali la
Repubblica di Comiso- e i progetti di Pavolini che propugnava la tesi della
militarizzazione del partito fascista repubblicano con la formazione di
un esercito fortemente ideologizzato (vedi creazione delle Brigate Nere)
in luogo dell'esercito nazionale, di impostazione " patriottica ".
Ed ancora: il grado di collegamento e di unità
operativa, di raccordo strategico e tattico fra i vari gruppi fascisti
clandestini operanti nel Meridione, il loro rapporto col cosiddetto movimento
dei " non si parte", come è stato definito dalla letteratura
storiografica in materia; sono tutti interrogativi irrisolti che, in quanto
tali, dovrebbero stimolare la ricerca.
La situazione degli studi storici, in materia, è
comunque in evoluzione. Il fiorire delle pubblicazioni, sia nuove che riedizioni
di testi da lungo tempo irreperibili, l'affiorare delle testimonianze,
gli interventi della stampa con nuovi servizi giornalistici e lo stesso
convegno di Napoli promosso dall' I.S.S.E.S. con la partecipazione di studiosi
qualificati, sono tutti segni di un rilancio di questi studi e, soprattutto,
di un fermento culturale, di una nuova esigenza di riappropriarsi della
memoria storica nazionale, ricomponendola nei suoi elementi costitutivi,
fra i quali anche il fascismo clandestino del Sud Italia ha un suo ruolo
ed un suo preciso rilievo storico.
Ma non sarà forse proprio questo -nell'odierno
panorama culturale- l'aspetto scomodo e non " politicamente corretto"?
Non sarà, in altri termini, il recupero alla
storia di questo fenomeno taciuto dalla storiografia e da tutta la cultura
ufficiale post-bellica a costituire un elemento dirompente di consolidati
equilibri culturali e politici ?
Su quali miti, su quali premesse si è fondata
la cultura ufficiale in Italia negli ultimi 50 anni ?
Questi interrogativi ci conducono direttamente ad
un nodo cruciale per l'identità culturale italiana.
4. Tutta la cultura italiana ufficiale post-bellica
si è fondata sul "mito" della resistenza, della lotta
partigiana antifascista ed antinazista, quale fonte della legittimazione
ideologica del nuovo ordinamento istituzionale e politico. Ma questo equilibrio
culturale, rimuovendo la memoria storica dell'altro schieramento italiano,
quello dei vinti, di coloro che avevano combattuto nella RSI e nelle fila
del fascismo clandestino meridionale, ha determinato una lacerazione del
tessuto dell'identità nazionale, acuita dal disconoscimento della
genuinità delle motivazioni ideali e patriottiche che spinsero molti
italiani ad aderire alla RSI o a militare nei gruppi fascisti clandestini
del Sud.
Accanto al "mito" della resistenza, era
fiorito, nel '43-'45, un altro "mito", quello del tradimento
da parte del Re e di Badoglio, che era anche il mito dell'onore nazionale
infranto sia per l'arresto di Mussolini, sia per l'armistizio dell'8 settembre
-con tutto il corollario della fuga del Re e dei generali che abbandonarono
Roma- sia ancora per la dichiarazione di guerra alla Germania da parte
dell'Italia nell'ottobre del 1943.
Chi si schierò a fianco dei Tedeschi era
convinto di salvaguardare l'onore nazionale, la fedeltà alla parola
data, propugnando quindi un'etica dell'onore, della fedeltà e della
responsabilità che aveva come suo intento fondamentale quello della
salvezza della Patria, la cui causa era identificata con quella del fascismo
alleato con la Germania.
Questa ideologia patriottica e questa posizione
etica ebbero precise conseguenze sulla connotazione stessa del fascismo
clandestino nel Meridione, che si distinse per il rifiuto sistematico a
compiere attentati contro il nemico nei centri urbani, per evitare rappresaglie
sulla popolazione civile, con una linea di comportamento ben diversa da
quella che caratterizzò alcune formazioni partigiane in varie città
d'Italia. Il famoso attentato di Via Rasella a Roma -in cui persero la
vita anche civili italiani- è molto significativo a riguardo.
Esempi salienti di questo orientamento del fascismo
clandestino meridionale volto ad evitare la guerra civile al Sud, sono
la rinuncia a compiere qualunque attentato a Togliatti -di cui si conosceva
la residenza, in Via Brogia a Napoli,- e l'abbandono del progetto mirante
al rapimento di Benedetto Croce in penisola sorrentina.
Le direttive di Mussolini al riguardo e la convinta
obbedienza ad esse dei gruppi fascisti clandestini del Sud, sono molto
eloquenti di questo orientamento "patriottico" eticamente nobile,
ma oggettivamente limitativo delle possibilità di azione e di manovra
di tutto il movimento fascista clandestino del Sud Italia. E le prove di
queste vicende sono ormai acquisite e consolidate nella letteratura memorialistica,
dal libro di Francesco Fatica, al memoriale di Antonio de Pascale che nell'ultima
intervista rilasciata a Francesco Fatica, ribadisce queste linee essenziali
del movimento.
Orbene, fino a quando la storiografia ufficiale
accademica non riconoscerà l'importanza storica del mito del tradimento
e dell'etica dell'onore quali chiavi di lettura del fascismo repubblicano
-ufficiale al Nord, clandestino al Sud- e non recupererà alla storia
la memoria di questo fenomeno clandestino meridionale coi suoi connotati
"patriottici ", "etici " ed "estetici" (
pongo questi termini fra virgolette poiché essi, nella prospettiva
del fascismo clandestino di quegli anni, assumono una particolare valenza
), non potrà esservi ricomposizione della memoria storica nazionale
né una effettiva pacificazione nazionale. E, in mancanza di tutto
ciò, non vi saranno le basi per una autentica rifondazione dell'identità
nazionale, intesa come consapevolezza che ricomprenda sia il mito della
resistenza che quello del tradimento, ossia la autenticità, lo schietto
convincimento degli Italiani di entrambi gli schieramenti.
La verità è che il "mito"
del tradimento si è tramandato nel corso delle generazioni andando
a fondare, in termini culturali, un'altra Italia, un'Italia marginalizzata,
rimossa, disconosciuta ma pur sempre reale, pur sempre vitale e che, in
quanto tale, ha titolo, storicamente ed eticamente, ad essere parte integrante
dell'identità nazionale.
Una Nazione non può occultare o pretendere
di distruggere una parte delle sue radici e delle sue memorie: un popolo
che sia davvero maturo e che voglia proiettarsi verso l'avvenire fa i conti
col proprio passato, conserva la sua memoria e nella ricomposizione dell'identità
nazionale supera le antiche lacerazioni. E questo "mito" del
tradimento, nonché l'etica "patriottica" che segnò
il fascismo clandestino del Meridione hanno anche una funzione fondante
la nuova identità meridionale nel quadro più ampio di quella
nazionale, perché consentono di superare una visione di comodo del
Meridione -consolidatasi dall'unità nazionale in poi- come una realtà
segnata dal sentimento della sconfitta di fronte all'invasione dello straniero;
il Meridione, quindi, come emblema della passività, della rinuncia,
della rassegnazione.
Recuperare alla storia la memoria e la connotazione
"etica" del fascismo meridionale clandestino negli anni della
occupazione angloamericana, significa dare un prezioso contributo per far
maturare la consapevolezza di tutta una antica tradizione meridionale di
vitalità, di coraggio, ma anche di indipendenza mentale e morale
rispetto alle invasioni ed ai modelli culturali stranieri.
E' una operazione culturale fondamentale per enucleare,
su nuove basi, l'identità culturale del Meridione d'Italia.
IL GRUPPO "A NOI" DI PALERMO
Intervento di Lorenzo Purpari
- Lorenzo Purpari esercita a Palermo la professione
di medico-chirurgo. E' componente del Comitato Centrale della Federazione
Italiana dei Medici di Famiglia E' impegnato in attività culturali.
Vorrei portare il contributo di quello che è
stato il sorgere spontaneo di gruppi "antibadogliani" in particolare
a Palermo all'indomani del 25 luglio 1943.
All'epoca dello sbarco in Sicilia ( 10 luglio) io
mi trovavo in un paese in provincia di Messina. Insieme ad altri giovani
mi recai nel paese accanto dove sapevo che c'era un dirigente del GUF di
Palermo per chiedere che cosa dovessimo fare e ci fu detto che c'erano
i gruppi volontari dei "Vespri" per l'estrema difesa ed era in
costituzione una organizzazione paramilitare. Dovevamo restare in attesa
di istruzioni. Il dirigente del GUF si recò a Palermo e trovò
il vuoto; nessuna possibilità di avere ordini. Naturalmente restammo
tutti un po' delusi anche per avere assistito dopo poco più di un
mese al passaggio degli americani. Ma la cosa molto grave per noi, dal
punto di vista psicologico era che si diceva in giro che gli alti comandi
facessero trasparire una totale sfiducia sull'esito del conflitto; "tornatevene
a casa", " è inutile combattere", "tutto è
finito" erano le frasi che si sentivano.
Questo però, per la verità, non da
parte di tutti: Ci furono tanti militari siciliani che passarono lo stretto
e si batterono con valore anche dopo.
Comunque noi ci ribellammo a questi sentimenti di
resa e ci organizzammo. Eravamo tutti ragazzi. Io avevo 15 anni. Gli altri
avevano al massimo qualche anno di più. Ci organizzammo con un sistema
molto razionale, non un sistema a piramide ma ci organizzammo a catena
per evitare di essere scoperti: il collegamento andava solo verso l'alto
o verso il basso. Nel caso che un anello fosse venuto a mancare, la catena
si fermava ma si salvavano la più parte dei componenti. Tutto era
fatto molto razionalmente. Non c'era neppure coordinamento con altri gruppi.
La segretezza era molto alta, ho scoperto chi fosse il capo responsabile
del gruppo al quale appartenevo solo quando, nel gennaio '45 lanciammo
il primo numero del nostro giornaletto "A NOI!", stampato in
clandestinità nei sotterranei della Banca d'Italia di Palermo. Il
giornale fu diffuso al cinema "BIONDO" dove si proiettava "
Il dittatore". Il giornale continuò ad uscire anche dopo che
noi, ad opera di una spia infiltrata, fummo arrestati nel febbraio'45.
Alcuni furono latitanti, altri fecero alcuni mesi di carcere,ma, mentre
noi eravamo latitanti o arrestati, il giornale continuò ad uscire
per altri due numeri. A Palermo quasi tutti i gruppi agivano sul piano
propagandistico e dimostrativo nel senso che si faceva leva sulla presenza
di gruppi NON armati perché dal nostro punto di vista l'attività
combattente era solo sul fronte e chi voleva combattere cercava di recarsi
nella RSI.
C'erano invero due gruppi che mettevano qualche
bomba dimostrativa. Una bomba fu fatta scoppiare al Cinema Olimpia di Palermo
durante la visione del film " il dittatore", poi gli altri erano
atti dimostrativi.
Molto spesso singolarmente o a piccoli gruppi sostenevamo
le nostre idee a viso aperto nelle scuole o nell'università e certamente
tantissima gente ci seguiva sul piano dell'adesione propagandistica. Ma
per i gruppi clandestini tutto era molto segreto come ho già detto.
Neppure coloro che agivano sapevano che fossero tutti i componenti del
gruppo. L'immissione nella rete clandestina veniva fatta solo nel momento
in cui c'era l'assoluta certezza della capacità di mantenere il
segreto perché ritenevamo di non dover correre rischi inutili. Alla
fine ci fu l'infiltrazione di una spia dell'Intelligence Service (l'unica
donna che avevamo organizzato) ma nonostante tutto riuscimmo a salvare
dall'arresto alcuni di noi.
C'è un discorso che verrei porre all'attenzione
di questo congresso. Contesto con forza che per quel che riguarda la Sicilia
gli invasori anglo-americani fossero accolti con le festose accoglienze
di cui parlò la propaganda badogliana.
Al contrario ci fu un atteggiamento di dignitosa
diffidenza. Non risultano assolutamente episodi di esultanza.
Per quanto riguarda il problema dei " NON SI
PARTE " di cui si è molto parlato io qui dico questo: i moti
dei "NON SI PARTE" in Sicilia ebbero sempre il contributo di
gente della nostra parte sia che riguardasse movimenti contro il servizio
di leva, sia che riguardasse movimenti di resistenza ai bandi alleati.
Palermo ebbe anche un morto di origine nostra anche
se non direttamente " organizzato" nelle nostre fila. L'unico
movimento palese di ribellione del quale ritengo che ci si possa prendere
la paternità è la Repubblica autonoma di Comiso-Vittoria,
il cui esponente principale fu Salvatore Cilia che ebbe una caratterizzazione
più chiara e più palese della posizione dei fascisti organizzati.
Su questo io ritengo che bisogna cercare di andare
a fondo per arrivare al sedimento.
Riguardo agli altri movimenti io posso dire che
quello di Piana degli Albanesi certamente non era un movimento che potesse
essere ispirato da noi perché Piana degli Albanesi era una roccaforte
di sinistra, anzi proprio a Piana degli Albanesi nel '22 avevamo avuto
un morto, Gigino Gattuso. Su questo non ci sono dubbi anche perché
a Piana degli Albanesi avevamo un nostro camerata, medico, che certamente
ci avrebbe avvertito ed invece lo ha sempre escluso.
Rapporti del fascismo con il separatismo posso negarli
nella maniera più assoluta. Vorrei ricordare che il 21 aprile del
45 ( data scelta da me) i nostri giovani fecero una manifestazione per
l'unità d'Italia nel corso della quale distruggemmo la sede del
MIS Movimento Indipendentista Siciliano. La distruggemmo perché
provocati ma la manifestazione andò avanti per conto suo e si concluse
a Piazza Politeama con un comizio di Angelo Nicosia, che tutti voi conoscono
e che aveva allora 18 anni. Gli altri gruppi non furono mai presi, solo
noi, che eravamo 20/25, avemmo degli arresti.
Un gruppo di Palermo agì addirittura sotto
la copertura del Gruppo Giovanile del Partito d'Azione di Palermo e ciò
si iscrissero tutti al Partito d'Azione ed uno di loro diventò segretario
provinciale del Partito d'Azione. Ricordo che un altro giovane azionista
( vero) si lamentava che in quella sede di partito si faceva solo politica
fascista anziché l'antifascismo professato dagli azionisti.
Una ultima cosa vorrei dire: la nostra militanza
non sempre è stata ortodossa in difesa dei valori ideologici legati
esclusivamente al fascismo.
I gruppi nacquero come atto di difesa di valori
essenziali che significavano la patria, che significavano l'onore, che
comprendevano tantissime istanze tutte scaturenti dal desiderio di non
volere cedere al nemico invasore nel momento in cui la patria era in pericolo.
Noi tutti abbiamo sentito questa esigenza. Eravamo ragazzi, la visione
ideologica di molti di noi venne elaborata poi, negli anni successivo ma
il nostro legame erano certamente quei valori che erano stati esaltati
dal fascismo.
Vi ringrazio di avermi dato la possibilità
di parlarvi di questi miei ricordi e spero che questi argomenti saranno
oggetto di un convegno da tenersi all'ISPE di Palermo.
NOTA
Giuseppe Conti nello studio intitolato "La
RSI e il Fascismo clandestino nell'Italia liberata dal settembre 1943 all'aprile
1945" contenuto nel n° 4-5 dell'ottobre 1979 della rivista "Storia
Contemporanea" diretta da Renzo De Felice, pur con qualche inesattezza
originata dalle fonti archivistiche, a pag. 1007, così scrive: "Ricordiamo
i giovani del Gruppo di Palermo "A NOI", cosiddetto dal nome
del giornaletto che essi diffusero tra gennaio e febbraio '45. Il gruppo,
sorto nelle giornate dei moti, era composto di almeno 19 persone, tutti
studenti meno uno, in età compresa fra i 16 e i 19 anni; fermati
tra l'11 febbraio e l'inizio di marzo, furono tutti denunziati al Procuratore
del Regno presso il Tribunale militare di Palermo sotto l'accusa di essersi
" organizzati ed ancora tra loro per svolgere propaganda fascista"",
nelle relative note: ACS, Min.Int.Gab.1944-'46 b.80, f.6812. RP Palermo,
7 marzo'45. Del giornale, che recava come sottotitolo la dicitura "Foglio
del Partito Fascista Repubblicano - Sezione di Palermo", furono diffusi
i primi due numeri, ciclostilati. Il numero uno, del 9 gennaio, conteneva
un editoriale e tre brevi articoli. Gli argomenti, i soliti: esaltazione
dell' "onore" dimostrato dagli uomini di Salò mantenendo
fede alla parola data, attacchi ai "traditori" e ai "democratici"
servi dello straniero, arbitrariamente investitisi di una illegittima signoria,
ecc.
FASCISMO DEL SUD E VENEZIA GIULIA
Comunicazione di Paolino Vitolo
Nel 1943 l'Italia perse la guerra ed anche l'unità. Per semplificare
lo studio e agevolare la comprensione dei turbolenti avvenimenti di quell'anno
terribile e di quelli che immediatamente seguirono, gli storici hanno sempre
parlato di due stati italiani: il cosiddetto Regno del Sud, formalmente
sottoposto all'autorità del re Vittorio Emanuele III, transfuga
a Brindisi col governo del generale Badoglio, e la Repubblica Sociale Italiana,
soprannominata con intento dispregiativo Repubblica di Salò, fingendo
di ignorare che nella ridente cittadina in riva al lago di Garda avevano
sede soltanto alcuni ministeri del governo della Repubblica, e nemmeno
i più importanti.
In realtà le forze in campo erano molto più
numerose e variegate; fu anzi quello un periodo in cui la naturale tendenza
individualistica degli italiani poté trovare il massimo sfogo, non
sentendosi essi vincolati più ad alcuna autorità, visto che
quello Stato, che, pur dopo molti tentennamenti, aveva deciso di entrare
in guerra tre anni prima, si era ormai sciolto come neve al sole. Comunque
una distinzione tra Nord e Sud appare chiarissima fin dal primo momento.
Al Sud, occupato dalle truppe degli Alleati sbarcati prima in Sicilia poi
ad Anzio, il governo di Badoglio, costituiva l'unica scelta “regolare”
possibile. Esso era sostenuto dalle truppe vittoriose degli anglo-americani
e quindi, nonostante fosse basato sul tradimento del primo alleato tedesco
e nonostante fosse chiaramente succubo del potere degli occupanti, riceveva
da questi ultimi la propria pur se vergognosa legittimazione. Al Sud insomma
ogni diversa tendenza o organizzazione era comunque predestinata alla clandestinità.
Sia ben chiaro che ciò non significa che il Regno del Sud fosse
uno Stato indipendente e sovrano; il vero potere era infatti nelle mani
degli alleati anglo-americani, non solo sostanzialmente su tutta l'Italia
meridionale, ma addirittura formalmente su tutte le province diverse da
quelle di Bari, Lecce, Brindisi e Taranto. Infatti, mentre queste ultime
costituivano formalmente il Regno del Sud, la Sicilia la Calabria e tutte
le altre regioni meridionali, a mano a mano che venivano occupate dagli
alleati, entravano sotto la giurisdizione del cosiddetto AMGOT (Allied
Military Governement for Occupied Territories), dove il governo Badoglio
non godeva neanche del simulacro di potere che gli veniva attribuito in
Puglia.
Al Nord invece si verificò per un certo tempo
un vuoto di potere, almeno dal punto di vista italiano. Con la fuga del
re, l'Italia settentrionale rimase automaticamente senza un governo regolare;
restavano le truppe tedesche che ancora tenevano saldamente gran parte
del territorio, ma non c'era più una vera e propria organizzazione
statale. Tutto era affidato alla volontà e alle tendenze politiche
dei singoli: troppo poco per evitare il caos. Era indispensabile creare
qualcosa che riempisse il vuoto, prima che l'unica forza regolare ancora
presente, l'esercito germanico, prendesse completamente le redini di un
territorio, che dopo il vergognoso voltafaccia dell'infido alleato, poteva
considerare a ragione sua terra di conquista. Infatti, dopo appena tre
giorni dall'8 settembre, e precisamente l'11, il feldmaresciallo tedesco
Kesserling emanò un'ordinanza in cui si dichiarava che tutto il
territorio italiano veniva assoggettato all'esercito germanico. Mussolini
quindi fece l'unica scelta possibile: come il capitano di una nave in pericolo
egli preferì rimanere al suo posto, anche se dal punto di vista
personale sarebbe stato più facile e più conveniente abbandonarlo.
Il suo sacrificio eroico consistette proprio nell'aver creato uno Stato
intorno a cui si potessero aggregare volontariamente tutti gli italiani
che ancora credevano nella Patria; e la parola “volontariamente” è
sottolineata proprio perché nulla obbligava o aveva obbligato i
giovani che fecero quella scelta ad abbracciare una causa che appariva
già in partenza senza speranza. L'unico motivo poteva essere, e
in effetti era, la volontà di salvaguardare l'onore della Patria.
La R.S.I. fu insomma la prima repubblica italiana e l'unico stato italiano
sovrano in quel periodo, alleato e non succubo dei tedeschi, a differenza
del Regno del Sud, che valendo ancora il regime di armistizio (resa incondizionata),
non era un governo sovrano, ma completamente sottoposto ai vincitori anglo-americani.
Questa non è un'affermazione di parte, ma è la sintesi di
una sentenza emessa molto dopo la fine della guerra, il 26 aprile 1954,
dal Tribunale Supremo Militare.
Comunque, uno dei problemi fondamentali e più
sentiti da tutti quelli, che non badavano soltanto a salvare se stessi,
ma avevano a cuore anche il futuro della nazione italiana, era la salvaguardia
dei confini nazionali. Questi sembravano tutti in pericolo, ma certamente
la pressione maggiore si avvertiva sul confine nord orientale, dove i partigiani
iugoslavi di Tito, appoggiati dalla Russia, cercavano di occupare la maggiore
estensione possibile di territorio italiano, spingendosi ben più
all'interno della Dalmazia e dell'Istria. Si poteva notare infatti che
le truppe di Tito, con la loro violenza e pressione incessante, tendessero
a risolvere a favore della sola minoranza slava il problema sempre presente
delle minoranze etniche dell'Istria e della Dalmazia. Fin dai tempi della
Repubblica Serenissima di Venezia la popolazione della costa era quasi
completamente italiana, con una piccola minoranza slava specialmente a
Fiume. All'interno invece era presente l'elemento slavo, anche se per la
maggior parte perfettamente integrato nell'organizzazione statale italiana.
L'azione di Tito e della Russia, dettata non solo da problematiche etniche,
ma anche politiche, tendeva a trasformare la minoranza slava della costa
in maggioranza, costringendo gli italiani, come effettivamente avvenne,
ad abbandonare le loro case ed i loro beni nelle mani dei montanari slavi.
Ovviamente tutto questo poté avvenire perché gli slavi instaurarono
un regime di terrore, con i ben noti episodi di genocidio, che videro ben
35.000 italiani soccombere e scomparire nelle foibe carsiche.
Della situazione erano consapevoli sia i combattenti
italiani del Regno del Sud che della RSI al Nord. Ma né gli uni
né gli altri potevano intervenire direttamente. Gli italiani del
Sud erano inquadrati di fatto come cobelligeranti agli ordini dei generali
americani e inglesi, e nonostante ciò, a causa del recente tradimento
dell'alleato germanico, erano guardati con sospetto dagli stessi nuovi
alleati. Questi ultimi peraltro, essendo essi stessi alleati della Russia
e quindi della Iugoslavia, non avrebbero mai potuto decidere qualsiasi
azione a danno di questa per favorire i cobelligeranti italiani. Al Nord,
anche se apparentemente gli interessi della RSI e dei tedeschi potevano
sembrare coincidenti, qualunque azione dell'esercito germanico, che pure
resisteva a Tito nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, era dettata da
interessi che prescindevano completamente dalla salvaguardia del territorio
nazionale italiano. Inoltre anche al Nord i tedeschi non si fidavano degli
italiani e quindi la RSI finiva per avere soltanto la funzione, peraltro
fondamentale, di assicurare una sovranità ed uno Stato italiano
su territori che altrimenti sarebbero stati campo di battaglia e provincia
germanica.
A questo punto appare chiaro che qualunque azione
tendente a proteggere i confini orientali della Patria poteva partire solo
da organizzazioni patriottiche clandestine. E poiché al Nord i patrioti
italiani aderivano alla RSI, le organizzazioni clandestine in questione
potevano essere solo quelle fasciste del Sud. Perché queste ultime
potessero esercitare la loro azione anche al di fuori delle regioni meridionali
erano necessari dei collegamenti, segreti e clandestini anch'essi. Il compito
di concretizzare questi collegamenti toccò a dei reparti scelti
della Marina italiana, che, per il fatto di trovarsi dislocati su tutto
il territorio nazionale al momento della tragica divisione dell'Italia
nel '43, costituirono automaticamente un collegamento tra Nord e Sud. I
reparti in questione furono in particolare i Nuotatori Paracadutisti e
la X Flottiglia MAS, ma è ovvio che la loro azione non fu dettata
soltanto dall'aspetto logistico o da circostanze fortuite, ma soprattutto
dall'amor di patria che animava questi semplici e puri eroi. In particolare
la X Flottiglia MAS, grazie al suo comandante principe Junio Valerio Borghese,
prese in mano le redini della situazione e, pur avendo la propria sede
nel Nord, fece da tramite fra i Fascisti del Sud e gli italiani della RSI
e anche i tedeschi e gli alleati anglo-americani. Il principe Borghese
non era certamente un gerarca fascista né un rappresentante dell'apparato
di regime; i suoi princìpi ideali lo portavano in quei bui momenti
a guardare innanzitutto al futuro dell'Italia, al fatto che gli italiani,
anche se al momento divisi e purtroppo nemici, avrebbero dovuto ritrovare
domani una Patria comune, in un tempo di pace futuro. A conferma e compendio
della sua attività basti ricordare il convegno segreto da lui organizzato
presso l'idroscalo di Montecolino, sul lago di Iseo, sede di una base della
X Flottiglia MAS e vicinissimo alla residenza della sua famiglia. Il convegno
fu sollecitato tra l'altro nientemeno che da Churchill, da sempre in trattative
segrete con lo stesso Mussolini. Esso si svolse il 16 novembre 1944 e vi
parteciparono anche alti ufficiali tedeschi, inglesi e americani e l'oggetto
fu la presentazione di un piano segretissimo che avrebbe completamente
cambiato l'aspetto dell'Europa del dopoguerra. Il piano era stato elaborato
dallo stesso Churchill e prevedeva il riconoscimento della RSI e la stipula
di un armistizio con la stessa, il rovesciamento del fronte delle armate
americane e inglesi in Italia non più contro l'esercito tedesco
ma contro la Russia, l'appoggio delle armate tedesche in Italia e delle
divisioni italiane a queste azioni. La lungimiranza politica dello statista
inglese, che, dando prova anche in questo caso del suo intuito politico
e del suo spregiudicato opportunismo, aveva capito in anticipo da quale
parte stesse il vero nemico, non fu però corrisposta dagli alleati
americani, che bocciarono in toto le proposte, in omaggio alla lealtà
all'”amico” Stalin.
E' da notare peraltro che questo atteggiamento degli
anglo-americani, che vedeva gli inglesi più favorevoli a queste
problematiche prettamente italiane di quanto non lo fossero gli americani,
è da ritenersi una posizione di vertice. A livelli operativi infatti
questa tendenza appare addirittura opposta: i servizi segreti americani
e precisamente l'OSS era e si comportava in modo assolutamente anti-comunista,
per cui agiva concordemente agli interessi italiani al confine orientale.
Al contrario gli ufficiali e gli agenti inglesi si dimostrarono sempre
molto diffidenti nei riguardi degli italiani, evitando addirittura di utilizzare
le nostre forze armate in settori strategici nel periodo della cobelligeranza.
Anzi, l'atteggiamento degli ufficiali inglesi ebbe a volte conseguenze
drammatiche, come quando il comandante della brigata partigiana Osoppo,
costituita quasi completamente da Alpini italiani, chiese ai Nuotatori
Paracadutisti di unirsi per fare fronte comune contro le truppe di Tito
che stavano occupando l'Istria e la Venezia Giulia. Questi contatti furono
resi noti ai comunisti dalla delazione di alcuni ufficiali inglesi; la
conseguenza fu che i partigiani comunisti provocarono volontariamente la
strage fratricida di Porzus, bloccando sul nascere ogni tentativo di accordo
per fermare gli slavi. Questo episodio è stato narrato pochi anni
fa in un film, intitolato appunto “Porzus”, la cui veridicità è
confermata dal fatto che la critica di sinistra fece di tutto per stroncarlo.
Comunque, anche se il convegno di Montecolino, ancora
in gran parte avvolto nel mistero, ha il fascino delle cose che non si
sono realizzate, esso rappresenta solo un aspetto di un'azione molto più
vasta, che può essere sinteticamente identificata con il piano dell'ammiraglio
De Courten. Questo piano aveva essenzialmente due obiettivi: salvare le
industrie del Nord da eventuali rappresaglie tedesche e salvare la Venezia
Giulia dall'occupazione degli slavi di Tito. De Courten stava al Sud mentre
l'esecuzione del piano doveva per forza di cose essere affidata a chi invece
stava al Nord, cioè al comandante Borghese e a alla X MAS. Furono
molti gli emissari che clandestinamente attraversarono le linee e si recarono
dal comandante Borghese per concordare queste azioni, ma per la maggior
parte quest'ultimo aveva già provveduto autonomamente e di sua iniziativa.
Basti ricordare la difesa degli impianti della FIAT a Torino e delle installazioni
del porto di Genova nonché di Porto Marghera, dove alcuni uomini
“Gamma” riuscirono a disinnescare i contatti elettrici delle mine deposte
dai tedeschi. Per quanto riguarda invece la difesa della Venezia Giulia,
Borghese aveva già inviato a Trieste il comandante Lenzi della X
MAS per organizzare lo sbarco della marina del Sud, che sarebbe dovuto
avvenire con reparti del battaglione San Marco e con l'utilizzo di sole
navi italiane e con la protezione del gruppo di artiglieria “Colleoni”
della divisione “Decima”. A questo proposito erano già stati raccolti
circa 5000 volontari tra le Forze Armate del Sud.
Il piano De Courten era segretissimo, ignoto al
governo italiano del Sud e allo stesso comando militare italiano. In effetti
esso era stato elaborato dal comando in capo dell'VIII armata britannica,
in perfetta sintonia col primo ministro Churchill, e lo scopo precipuo
della sbarco a Trieste, non essendo certo quello di favorire gli interessi
italiani, era semplicemente quello di aprire un varco verso l'Austria e
la Cecoslovacchia, in modo da arrivare a Berlino prima dei Russi. La segretezza
era richiesta dal fatto che l'atteggiamento molto più ingenuo e
meno lungimirante degli Americani non poteva essere che avverso a un piano
del genere, in perfetta sintonia con quanto avvenne in effetti a Montecolino.
Gli americani insistevano a rispettare gli accordi e le spartizioni decise
a Yalta, mentre i vertici inglesi, forse perché europei e quindi
più vicini al vero nemico, già avevano capito quello che
poi sarebbe diventato evidente con il sorgere della cosiddetta guerra fredda.
Questi intrighi imponevano la massima segretezza
e l'utilizzo di spie e clandestini, che potevano essere reclutati solo
tra le forze scelte del Sud. L'eroismo e l'italianità di questi
uomini li spingeva a lavorare perché queste azioni, ideate per una
causa diversa, potessero ottenere come risultato anche la salvezza dei
territori italiani orientali. In questo senso, e solo in questo, la politica
inglese e quella dell'Italia, quella vera, paradossalmente concordavano.
Ma lo sbarco purtroppo non si fece. Infatti, anche se i vertici inglesi
(Churchill in primo luogo) e alcuni ufficiali americani (ma non il presidente
Roosevelt, purtroppo) avevano già capito che il vero nemico ormai
si trovava a Est e che era folle continuare ad appoggiarlo, la speranza
che gli schieramenti in campo potessero essere stravolti e modificati secondo
quanto previsto dal piano De Courten o dagli accordi di Montecolino era
quanto meno audace. Risulta infatti da documenti dell'epoca della Marina
del Sud che il comandante Borghese e la sua X MAS erano considerati elementi
pericolosi e poco affidabili dai vertici alleati che detenevano effettivamente
il potere nell'Italia meridionale. Un loro eventuale intervento poteva
essere ammesso solo in chiave anti-tedesca e si pretendeva persino che
per partecipare all'azione rinunciassero ai loro vessilli e alle loro insegne.
Inoltre un'alleanza militare con la R.S.I., che gli alleati vedevano ancora
come l'erede dello Stato fascista di un tempo, avrebbe provocato una rottura
immediata con i russi. Cosa che, come la storia insegna, avvenne poi ugualmente;
ma gli alleati, e in particolare gli americani, non se la sentirono di
fare il primo passo, lasciando che fosse Stalin a mostrare il suo vero
volto a guerra finita.
E così gli eventi precipitarono verso gli
esiti che sappiamo, ma almeno l'intensa azione clandestina fece sì
che le richieste slave, ufficializzate al tavolo della pace, non venissero
accolte. Infatti, all'inizio del 1946, cioè a guerra abbondantemente
finita, le rappresentanze delle quattro potenze vincitrici cercarono di
definire la questione del confine italo-iugoslavo. Le richieste iugoslave
prevedevano una linea di confine addirittura molto più a ovest del
corso dell'Isonzo, per cui città come Gorizia, Trieste, Monfalcone,
Cividale e Grado sarebbe state inglobate nel territorio iugoslavo. Mentre
l'Unione Sovietica appoggiava quasi completamente queste richieste, gli
alleati occidentali si mostravano molto più clementi nei riguardi
dell'Italia. In particolare gli Stati Uniti prevedevano che solo Fiume,
Abbazia e le zone interne dell'Istria nonché naturalmente tutta
la Dalmazia finissero in mano iugoslava, mentre invece gli inglesi furono
più duri, confermando il fatto che tutte le azioni segrete del piano
De Courten e di Montecolino non erano certo dovute a benevolenza nei nostri
riguardi. E l'Italia, anche se con lunghi e faticosi sforzi e con il sacrificio
di altre vittime innocenti, riuscì almeno a salvare Trieste e quel
piccolo entroterra che fu in seguito denominato Zona A.
Questo risultato, certamente non trascurabile anche
se solo parziale, lo si deve anche all'azione dei clandestini fascisti,
che, mantenendo fede all'alleanza con il popolo tedesco, difesero l'onore
d'Italia e conquistarono la stima e l'ammirazione del nemico, che invece
disistimava profondamente Badoglio e i badogliani. Quegli americani e quegli
inglesi, che avevano imparato ad aver fiducia nei sentimenti anticomunisti
di una falange di uomini di élite capaci di mantenere la parola
data e di costituire la spina dorsale dell'anticomunismo in Italia, si
stavano preoccupando sempre più seriamente del brutale espansionismo
comunista verso ovest. Essi ritennero che si poteva ancora aver fiducia
in quell'Italia nata dalla sconfitta (e prona davanti al P.C.I.), proprio
per la presenza di quella schiera di uomini capaci di combattere il comunismo
non solo con le armi della politica, ma anche con tutti gli altri mezzi
e senza mai scendere a patti. Pertanto proprio quegli americani e inglesi
contrastarono gli altri anglosassoni, che superficialmente volevano appoggiare
Tito in tutte le sue deliranti richieste, e intervennero intelligentemente
affinché l'Italia non subisse una punizione ancora più grave.
RIFLESSIONI SULLA ATTIVITA'
CLANDESTINA AL SUD
Relazione di Antonio de Pascale
Intervengo con l'intento di esporre il fine che
intendevamo raggiungere con la nostra partecipazione alla lotta clandestina.
Premetto che mi propongo, per quanto mi riuscirà, di non trattare
dell'operato dei singoli o di gruppo, sono del parere che chi desidera
maggiormente essere aggiornato sull'argomento potrà desumere le
notizie dagli archivi, dalle procure giudiziarie o, con le dovute precauzioni,
dai giornali dell'epoca, verrà così introdotto in un quadro
più aderente alla realtà, non deviata da emotività
o da personalismi.
Mi limito a trattare del movimento di lotta clandestina
in Campania, di cui Valerio Pignatelli fu il capo e l'animatore, particolarmente
per il suo grande carisma. Qui in Campania egli scelse come suoi fiancheggiatori
alcuni suoi fidati amici, tra cui il col. Guarino, suo stimato compagno
d'Arma, nel Corpo degli Arditi di Guerra sin dalla Guerra 14/18, singolarissima
persona, modesto quanto mai, mite, superdecorato di guerra, eroico coraggioso
soldato; l'avvocato Nando Di Nardo anch'egli Ardito di Guerra, valoroso
combattente nella campagna di Grecia, estremamente dignitoso, ferito gravemente
in azione con sensibili postumi, che forse spiegano la sua prematura dipartita,
mio affezionato fraterno amico; inoltre il sottoscritto.
Valerio Pignatelli (per noi "Pigna") giunse
qui a Napoli alcuni mesi dopo l'otto Settembre, in quanto precedentemente
aveva organizzato il Movimento Clandestino in Calabria, che poi si estese
in molte zone dell'Italia Meridionale, collegandosi con gruppi spontanei.
Debbo fare un passo indietro, quei noti, tristi,
ignominiosi eventi che si conclusero col vergognoso armistizio piombarono
sulla totalità del popolo italiano come fulmine a ciel sereno; posso
affermare però che per molti di noi non fu così, principalmente
per coloro che erano impegnati nelle campagne di guerra, più precisamente
per coloro che erano al fronte, in una "guerra guerreggiata".
Molti di noi per vari fatti, che a volte ci impegnavano anche di persona,
cominciammo ad intuire, subodorare che aleggiava qualcosa di anomalo. Fatti
che al momento potevano anche apparire come errori di percorso; alcuni
però erano evidenti atti di tradimento, altri erano azioni compiute
per scoraggiare e disorientare il soldato. So che è bene non sottrarre
tempo altrimenti sarebbe utile approfondire casi veramente umilianti e
frastornanti, che dovevamo sopportare, Atti promossi anche subdolamente,
per scardinare le istituzioni di uno Stato in guerra, come pure per disorientare
la gente. Tali fatti -particolarmente per noi militari, chiamati a vari
impegni- ci costernavano enormemente; su di essi insistentemente ci interrogavamo,
volevamo sapere cosa di non ben definito stava avvenendo, volevamo reagire,
fare qualcosa. Cosa?
Cominciammo in pochi pian piano ad organizzarci,
per quanto possibile. Non riuscivamo a sopportare supinamente tale stato
di cose. Cominciammo a riunirci in organizzazioni, col rischio anche di
essere additati come nemici della Patria. Logicamente queste prime organizzazioni
furono segrete. Io, ad esempio, reduce dalla campagna di Grecia, perchè
ferito gravemente, degente all'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna,
che accoglieva molti mutilati, mi affiliai, con altri fidati commilitoni,
ad una organizzazione voluta dalla Medaglia d'Oro Ettore Muti, eroe dell'Aria.
Muti era riuscito a conoscere quanto di grave si tramava ai danni della
Nazione e conosceva i capi della congiura. Egli, fedele servitore della
Patria, fedelissimo del Duce, voleva decisamente agire con ogni mezzo per
arginare tale grave minaccia. Era deciso a tutto, ricordo, e con lui anche
molti dei suoi affiliati. Il nome di Muti era noto solo a pochi suoi fedelissimi.
Il fine da raggiungere era quello di sradicare dai posti di comando quei
pochi noti traditori, se necessitava anche in modo cruento.
Io, con l'incarico di estendere l'organizzazione
nell'ambiente a me familiare, mi recai a Napoli, col permesso dei sanitari
date le mie cagionevoli condizioni di salute. Qui riuscii ad affiliare
miei fidatissimi amici, tra cui Nando Di Nardo, Guido Bolognesi, Lello
Balestieri, Ninì Sorrentino, Vito Videtta.
Per inciso, l'azione da noi preordinata non giunse
a compimento, in quanto coloro che tramavano furono più lesti di
noi dando corso alla nota, incresciosa seduta del Gran Consiglio del Fascismo,
del 25 luglio. Forse essi avevano anche subodorato dell'attività
di Muti. L'organizzazione voluta da Muti rimase però attiva ed allerta
anche dopo la tragica fine di Muti. E' nota la tragica maniera in
cui fu trucidato. Era un puro, onesto e coraggioso quanto mai.
Nel triste periodo compreso tra il 25 luglio e l'occupazione
anglo-americana di Napoli, assistemmo a fatti dolorosi che non esito
a definire vergognosi. Dopo il 25 luglio dovemmo vedere, con disgusto,
tanta gente che voleva ad ogni costo crearsi una verginità politica;
molti si affrettavano a strappare dagli indumenti il distintivo del partito,
a bruciare frettolosamente la camicia nera e l'orbace, che forse avevano
indossato anche la notte prima. Si scatenò nelle strade un'accozzaglia
di gente scalmanata, trascinati dal fecciume, compiendo una vergognosa
e vigliacca caccia al vecchio fascista; in più costoro si agitavano
a strappare, divellere dai muri ogni simbolo del fascismo, distruggendo
tutto ciò che onorava anche eventi di storia patria e, quanto di
più grave, le lapidi che onoravano gloriosi eroi della Patria. Noi,
per quanto potevamo, tentammo di arginare tale vergognoso scempio, schierandoci
a protezione di tali simboli rischiando di persona. Al tempo eravamo giovani
e, se anche malconci, poco badavamo al pericolo. Vito Videtta lo potrebbe
ricordare, se non fosse venuto a mancare per mano fratricida.
Con l'otto settembre e il vergognoso armistizio,
nell'interregno, noi tentammo con ogni mezzo, con le esigue nostre forze,
di evitare lo scoppio di una inutile e criminale guerra civile. A poco
valse la nostra opera, vi era gente troppo facinorosa, ansiosa di protagonismo
(mi risparmio altro termine più qualificativo). Il nostro intervento
forse servì solo per farci conoscere e quando venne il momento,
per farci additare al "liberatore". Il loro intervento servì
unicamente a creare lutti, lutti nelle famiglie già in gramaglie
per gli eventi della guerra e per i bombardamenti a tappeto degli americani;
servì a molti di quelli per lavare vecchi rancori e riprendere quell'ignobile
caccia all'uomo, questa volta anche contro sparuti gruppi di sbandati soldati
tedeschi.
C'è da chiedersi: in quei tristi giorni dove
erano le autorità, i generali, i comandanti delle Grandi Unità?
Salvo alcuni casi sporadici, diciamolo: tutti scappati. Succeda ciò
che succede io salvo la mia pelle; questo era il pricipio che dominò
in costoro. Purtroppo anche la voce del Clero non si fece sentire, quando
proprio in quei momenti avrebbe potuto essere molto efficace.
Le autorità avrebbero dovuto avvicinare i
Comandi tedeschi per cercare di conoscere i loro piani e risparmiare forse
tanti fatti luttuosi. Noi per quanto ci fu possibile riuscimmo in parte
a conoscere ciò che i tedeschi intendevano compiere in quei giorni.
I loro piani strategici prevedevano di allestire una nuova linea difensiva
e pertanto avevano fretta di sgomberare le loro Unità da Napoli;
non avevano alcuno interesse ad imbrigliarsi nei vicoli di Napoli. I nostri
facinorosi invece si agitavano, con le conseguenze che conosciamo.
Avvenne l'irreparabile, ciò che alcuni deliberatamente
volevano. Avvenne che alcuni reparti tedeschi si apprestarono a rientrare
in città; questo fatto sgomentò molto la gente. Quale azione
molesta intendevano compiere i tedeschi, si chiedevano molti. Se invece
qualche rappresentante del Governo avesse cercato di conoscere la ragione
della manovra tedesca i fatti si sarebbero svolti in modo diverso.
I tedeschi, dividendosi in due scaglioni, si diressero
al Vomero: in via Palizzi vi era un ospedale che dovevano sgomberare e
portare con loro i feriti, che per chissà quale imprevisto non avevano
portati via a tempo debito. Noi che eravamo riusciti a conoscere, sommariamente,
le intenzioni dei tedeschi, cercammo di informare alcuni di quei "capipopolo";
non ci fu verso, non fummo ascoltati, erano troppo presi ad organizzare
le barricate. Barricate di masserizie casalinghe che avrebbero dovuto fermare
autoblinde!
I tedeschi dai loro automezzi si sgolavano con i
megafoni per avvertire che la loro era un'azione pacifica, di non sostare
nelle strade, di non stare ai balconi; non ci fu verso, non ascoltavano.
Si verificò ciò che poi le cronache hanno raccontato. Chi
ebbe la peggio? La povera gente innocente. Aumentarono i lutti.
Noi, in pochi ci recammo al Vomero per facilitare
l'opera di soccorso di quei soldati tedeschi feriti. Non interessava a
noi la nazionalità di quei feriti, se erano tedeschi o di altra
nazionalità; era solo un'opera umanitaria. E' superfluo dire che
per portarci sul posto dovemmo superare traversie ed anche pericoli innumerevoli,
non sto qui a dilungarmi. Riuscimmo però a compiere quanto ci eravamo
prefisso, far sì che venissero affidati ai loro compatrioti quei
feriti ai quali io mi sentivo particolarmente vicino.
Chiusa questa parentesi che mi ha fatto uscire un
pò fuori dal tema di questo convegno, torno all'argomento in questione.
Il fatto di aver messo in piedi un settore della
citata organizzazione voluta da Muti ci facilitò in seguito nell'intento
di costituirci in gruppo dopo l'otto settembre. Voglio però ribadire
che in effetti l'organizzazione nacque già il 25 luglio, quando
ad alcuni di noi reduci invalidi si unì un folto gruppo di valorosi
e volenterosi giovani fascisti proveniente dal disciolto GUF (Gruppo Universitario
Fascista). Fu proprio con questo gruppo che nacque il nostro Movimento
Clandestino. Le nostre prime riunioni segrete si tenevano in casa di Antonio
Picenna, sempre entusiasta e disponibile, in via dei Mille; nonchè
in casa di un'altra famiglia, in via Palizzi, anch'essa disponibile, di
cui non faccio nome.
E' utile precisare che con la costituzione della
RSI la totalità di questi giovani partirono volontari verso il Nord,
con a capo Natale Cinquegrani e Vito Videtta; quest'ultimo, finito poi
da eroe con la degna compagna nel martirio seguito al 25 aprile 1945. Non
posso negare che con la partenza di codesti camerati si determinò
in me una certa angoscia; ma mi furono di grande conforto la valida collaborazione
che ricevetti da commilitoni reduci feriti e da vecchi fascisti, alcuni
squadristi, come Ruggiero Bonghi e Pasquale Purificato. Validissima fu
anche la collaborazione di Elena Rega (non presente a questo consesso solo
per ragioni di salute), ultima Fiduciaria Femminile del GUF e inoltre dalla
giovanissima Lucia Vastadori, ambedue di esemplare fede negli ideali comuni
ed entusiasticamente fattive e coraggiose.
Riprendendo il nocciolo del discorso. Voglio chiarire
il fine che volevamo raggiungere con la nostra Organizzazione Clandestina.
Cosa noi volevamo attuare? Quale fine, come detto, volevamo raggiungere?
In parte tra le righe l'ho già accennato.
In breve. E' da premettere che eravamo coscienti
che le sorti della guerra erano compromesse. La realtà ci portava
a constatare che il nemico spadroneggiava nelle nostre contrade. L'onore
era compromesso, l'umiliazione ci offendeva. Il tradimento del re era quanto
di più grave e ignobile potesse capitare. In primo luogo dovevamo
con ogni mezzo riscattare l'onore! Nutrivamo quindi un imperativo etico:
l'onore!
Onore che dovevamo principalmente riscattare verso
il nemico: gli inglesi, gli americani, come pure verso i tedeschi che,
diciamolo, avevamo tradito.
Ci proponevamo di compiere azioni di disturbo contro
le forze nemiche, nel limite delle nostre possibilità, tali però
da non coinvolgere la popolazione e l'incolumità dei civili, in
rappresaglie come invece fu deliberatamente perpetrato al Nord.
Fiancheggiare le Forze Armate della RSI, collaborare
sotto ogni aspetto con i giovani volontari dei Servizi Speciali, che traversando
le linee, operavano qui al Sud, assistendo e agevolando la loro opera e
per quando possibile agendo per la loro incolumità. E' importante
una precisazione, volevamo, in modo categorico, evitare lo scempio e la
vergogna della guerra civile. A questo principio, per noi sacro, non siamo
mai venuti meno. Preciso che prima di noi non volevano inutili spargimenti
di sangue i Capi della RSI e in primo luogo il Duce; era un comando che
egli ci trasmetteva nei messaggi radio. Sommariamente egli diceva: "non
voglio che nelle terre occupate avvenga ciò che malauguratamente
si sta verificando qui in repubblica, ove con le imboscate dei partigiani
comunisti si sparge innocente sangue fraterno".
Avevamo ancora in programma l'opera di assistenza
e di soccorso alla popolazione (che ne aveva tanto bisogno). In vero poco
ci fu possibile compiere, le nostre forze economiche erano molto limitate.
Il mite, buono, coraggioso Ruggero Bonghi si prodigò molto in questo
campo, non solo però in questo.
Ho premesso che per meglio conoscere gli eventi
e il nostro operato è utile consultare gli archivi. Si dovrà
farlo anche per conoscere vari personaggi che meritano un attento esame.
Personaggi che non possono essere ignorati dalla storia; fra essi anche
uomini di alta cultura, maestri di vita.
E' indispensabile inoltre conoscere l'operato e
le spiccate singolari personalità di tanti e tanti giovani volontari
delle Forze Armate della RSI, che con grande coraggio operarono qui al
Sud. Molti erano giovanissimi, alcuni ancora minorenni. Molti furono condannati
a morte con sommari, improvvisati processi e con esecuzioni di morte lugubri,
tali da offendere i più elementari principi di ogni forma di dignità
umana.
Ricordarli tutti forse non riuscirà facile.
Molte, un gran numero, furono le esecuzioni capitali che gli angloamericani
misero in atto verso questi giovani.
So che non posso ulteriormente dilungarmi; ma so
anche che non posso esimermi dal rievocare un passionale momento. Quando,
prigioniero al controspionaggio, venni rinchiuso per appena poche ore in
cella con sei di questi giovani soldati della RSI, in attesa di essere
trasportati al luogo della loro esecuzione capitale decretata dagli inglesi.
Venni rinchiuso in quella cella per le intimidatorie manovre che spesso
ordiva il nostro spietato capo inquisitore, maggiore Pecorella (ignobile
figura, servo dello straniero). Ebbene quei giovani ben conoscevano la
loro triste sorte, malgrado ciò essi erano sereni, dignitosi e composti,
sapevano di aver fatto il loro dovere al servizio della Patria. Erano esemplari,
ammirevoli, coraggiosi; quanto altro potrei dire di loro? Volevano essi
animare me, pur essendo io molto più anziano di loro.
Potrebbe sembrare debolezza, ma non lo era: nutrivano
rimorso per la sofferenza, il dolore che sapevano di arrecare alle rispettive
madri. Erano dotati di uno spiccato amore per la famiglia, per la madre,
come per la Patria. Quanto ho appreso in quei brevi momenti!
Per concludere. Negli anni che ci separano da quel
triste ma fatidico periodo della lotta clandestina ai giorni nostri, molti
di noi ci siamo con insistenza interrogati su cosa noi riuscimmo a compiere
di concreto. Compimmo in pieno il nostro dovere? Quanto fu utile la nostra
opera alla causa comune, con il sacrificio, l'olocausto di tanti? E' stata
forse proprio questa la ragione per cui della Lotta Clandestina nelle Terre
occupate, sia pure con ritardo, se ne discute. Insisto nel dire, per meglio
conoscere la verità si dovranno consultare gli atti ufficiali desunti
dagli archivi che però ci restano preclusi per disposizioni politiche.
Vogliamo che si sappia la VERITA' non la storia
distorta da politici.
Viva l'ITALIA!
Sergio
Rastrelli, Bartolo Gallitto e Antonio De Pascale
SERVIZI SEGRETI TRA NORD E SUD
Relazione di Bartolo Gallitto
- Bartolo Gallitto è nato a Floridia di Siracusa
ma nel 1935 la sua famiglia si trasferì a Napoli dove effettuò
gli studio universitari di giurisprudenza. Alla fine del 1940 frequentò
l'Accademia Navale e partecipò, con la III divisione navale, alla
seconda battaglia della Sirte. Nell'agosto '42 passò al nucleo “NP
Nuotatori Paracadutisti”. Dopo l'armistizio fece parte del “Gruppo
Sabotatori Vega “ della RSI. Durante una sua missione segreta al Sud fu
arrestato nel marzo'45 a Napoli e processato per “spionaggio militare”
ed altri reati. Fu scarcerato per l'amnistia. Nel dopoguerra ha svolto
attività politica nel MSI ed è stato Segretario Federale
di AN di Roma. E' avvocato.
Io mi sono trovato in una posizione un po' particolare.
Ero già in Marina dal 1941 e nel settembre '43 appartenevo al Battaglione
Nuotatoti Paracadutisti, un reparto speciale del San Marco. Il reparto
dopo l'armistizio si riorganizzò nella X Flottiglia MAS, ed i più
anziani di noi, in considerazione della particolare esperienza, venimmo
raggruppati nel “Vega”, per essere subito impiegati nelle azioni per le
quali eravamo stati addestrati e cioè andare al di là delle
linee nemiche per sabotaggi o ricognizioni.
Eravamo divisi in squadre, ed alcuni ragazzi della
mia squadra sono morti in azioni, o, taluni, catturati, furono fucilati
a Santa Maria Capua Vetere.
Questo compito lo abbiamo espletato nei primi mesi
della RSI, con azioni al fronte, operando da Nettuno fino all'Adriatico.
Operavamo in collegamento con le Forze Armate Germaniche;
capo del collegamento era un certo maggiore von Thun, di lui avrebbe voluto
sapere tutto il maggiore Pecorella, che alcun di Voi hanno ben conosciuto..Nel
fascicolo aperto presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra oltre
a tutti i vari imputati:da Pignatelli, Tonino de Pascale,di Nardo, Calogero,
il sottoscritto, ecc,... e poi Borghese, si parla anche di von Thun, maggiore
tedesco, anche lui imputato in quanto era quello che ci indicava gli obiettivi
da colpire concordandoli prima con Borghese e Buttazzoni.
Nel maggio del 1944 , dopo alcune azioni contro
gli angloamericani per le quali ottenni la medaglia di bronzo dalla RSI
e la croce di ferro di 2a classe dai Tedeschi, venni convocato a Roma da
von Thun il quale, approssimativamente, mi fece il seguente discorso: -Devi
svolgere una missione un po' diversa da quelle che finora ha svolto, devi
andare a Sud per un compito particolare: sappiamo che al di là delle
linee sono sorti, spontaneamente, raggruppamenti,fascisti che vogliono
opposi agli invasori anglo-americani. Devi accertare quale è la
loro potenzialità , specie di quella più forte che si estenderebbe
in tutta l'Italia meridionale, facente capo a Valerio Pignatelli, composta
da vari nuclei di cui il più importante era a Napoli, e poi quello
pugliese, quello calabrese, quello siciliano. Per fare cosa? mi chiederai:
Per due scopi, proseguì von Thun, esattamente
tra pochi giorni dovrebbe esservi la messa a punto di armi segrete potrebbe
portare ad un capovolgimento di fronte e quindi alla riconquista del Sud.
E' importante accertarsi che ci sia una organizzazione effettiva che potrebbe
contrastare gli occupanti ed agevolare le nostre offensive. Il secondo
scopo è di alimentare il forte anticomunismo, già presente
nell'Italia Meridionale e che andava incoraggiato in ogni modo perché
il Re non conta assolutamente nulla, poiché è succube di
Badoglio e gli inglesi, agevolando il signor Togliatti, stanno facendo
davvero terra bruciata. Bisogna fare qualcosa contro Togliatti e i comunisti
del Sud, non azioni violente che avrebbero alienato le simpatie della popolazione,
ma essendoci la possibilità, fare una lotta ideologica e propagandistica,
fornendo tutti i mezzi necessari affinché questa azione potesse
continuare e rafforzarsi. A Roma è venuta la moglie di Pignatelli,
Maria, la quale aveva chiesto al governo della RSI e a Mussolini di poter
intervenire con uomini, con mezzi, con armi, con tutto quello che era necessario
al fine di potenziare e vivificare la organizzazione per tenerla pronta
ai compiti che le potevano essere richiesti.
Pertanto, mi precisa Von Thun, bisogna andare al
Sud, mettersi in contatto con Pignatelli, ottenere da lui le credenziali
per poter girare ed accertarmi di ciò che ritenessi utile. Dopo
che mi fossi assicurato che effettivamente l'organizzazione esisteva dovevo
mandare indietro l'uomo che sarebbe venuto insieme a me, Locatelli ( che
tutti ben conoscete) il quale avrebbe riferito tutto quello che era stato
accertato. Dopo di che si sarebbe provveduto alle cose successive, anche
in relazione agli avvenimenti bellici.
Questo è il mio incontro con von Thun all'Hotel
Flora, a Roma. Vi dico che era uno stranissimo personaggio, intelligentissimo,
simpatico, molto preparato, di nobile famiglia alto atesina ( per questo
parlava benissimo in italiano) ma era un personaggio enigmatico: mi dicono
che venne fucilato perché implicato nell'attentato ad Hitler.
Tornando alla mia missione: sono prima riuscito
a mettermi in contatto con Pignatelli, che era stato già incarcerato
per i fatti di Calabria, riuscendo ad avere da lui l'autorizzazione di
poter girare e contattare tutti quanti gli altri. Ho fatto il giro di Puglia,
Calabria, Sicilia. Potei riscontrare che l'organizzazione aveva una effettiva
consistenza, teste pensanti, capi che raccoglievano e convogliavano le
lamentele della gente per cercare di portare avanti le nostre idee in attesa
che potesse succedere qualche cosa.
Rimandai indietro Locatelli con il mio messaggio
di dare seguito alle richieste fatte da Maria Pignatelli:fossero messi
a disposizione uomini, armi se fosse stato necessario, e mezzi finanziari.
E tutto sarebbe avvenuto, così come richiesto,
se non fosse arrivata l'imprevista fatalità, e cioè il tradimento,
così come più avanti spiegherò.
Ma in tutta questa vicenda si sono verificate stranissime
coincidenze che mi fanno tuttora riflettere.
La più importante è questa: vi pare
normale che un personaggio come Maria Pignatelli potesse essere accompagnata
sulla linea di fuoco, al nord da un agente dell'OSS americano poiché
Poletti era un agente dell'OSS, anche se per conto della RSI, come sostiene
Fatica?
Ma l'OSS (Office of Strategic Service) aveva come
capo un certo James Angleton che era (come riporta anche de Felice nel
sul “rosso e nero”) quell'ufficiale americano che andò a prelevare
Borghese a Milano dopo la fine della guerra, sottraendolo alla giustizia
partigiana, consegnandolo al sud alle Autorità Italiane.
Ma chi era questi Angleton ? Esperto di italianistica,
destinato a diventare uno dei capi della CIA, si distingueva per il suo
anticomunismo al limite della follia; anticomunista viscerale che durante
tutto il periodo della occupazione dell'Italia si diede da fare per far
sì che gli italiani si muovessero in tutti i campi per contrastare
il comunismo.
Insomma, la principessa Pignatelli passa la linea
del fuoco accompagnata da un agente dell'OSS; dall'altra parte, cosa incredibile,
la stanno ad aspettare i tedeschi.Ma vi sembra normale? In tempo di guerra?
A Roma viene accolta con tutti gli onori,accompagnata al comando supremo
di Kesselring e da questi fatta accompagnare dal Duce. Compiuta la sua
missione viene riaccompagnata dai tedeschi sulla linea del fuoco ed accolta,,
dall'altra parte ancora da Poletti, agente dell'OSS, che la accompagna
a casa.
Come si può spiegare che tra nord e sud potessero
verificarsi questi scambi ?
Ma c'è qualcosa di più: gli inglesi,
che evidentemente sul futuro dell'Italia avevano progetti diversi, scoperta
la missione, chiedono la testa di Poletti il quale verrà, poi, ucciso
nella maniera orrenda che tutti conosciamo.
Ma non è tutto.
Tra le istruzioni che avevo ricevuto dal maggiore
von Thun vi era anche che mi dovevo presentare alla Marina del Sud per
essere riammesso in servizio.
Quando me lo aveva detto avevo subito replicato:
-sarà un po' difficile che ciò possa accadere-.
Ma lui mi aveva rassicurato: -Non ti preoccupare,
nella Marina c'è che ci penserà- Ed infatti nel dicembre
del '44 quando mi presentai a Roma, al Comando di Marina, venni accolto
ed inviato in osservazione per i necessari accertamenti di routine per
essere riammesso in servizio.
Ciò significa, cosa incredibile, che i servizi
tedeschi erano in contatto anche con la Marina Italiana del Sud: tutto
ciò viene asseverato da una sorta di reciprocità, con il
frequente invio al nord di ufficiali ed agenti vari il cui scopo era quello
di sollecitare la Decima a non demordere dalle azioni di contrasto anticomunista
contro le forze titine; concordano addirittura uno sbarco del San Marco
del Sud e degli NP del Sud, i quali, unitamente alla Decima avrebbero dovuto
effettuare una importante azione contro i comunisti di Tito: tutto fallì
per il divieto degli inglesi.
Sarebbe stata un'azione meravigliosa che avrebbe
visto tutti i marinai d'Italia, del nord e del sud, uniti per difendere
i confini della patria! In quella occasione venne anche coinvolta la Brigata
partigiana,non comunista, Osoppo, il cui Comandante si era dichiarato pronto
a partecipare alle azioni contro i comunisti titini, insieme ai marinai
italiani. L'intera Brigata venne sterminata dai partigiani comunisti, allorquando
appresero del loro intendimento!
Ed a proposito dell'attenzione americana all'espansione
comunista da documentazioni di recente dissecretate sembrerebbe che i servizi
americani avessero riservato speciale attenzione agli organismi clandestini
che sorgevano e si costituivano, mano mano che il fronte risaliva verso
il Nord ponendo in particolare osservazione gli organismi attivati dalla
Decima: ciò dovrebbe risultare da alcuni documenti catalogati al
Washington National Record Center, sotto il titolo “10 Flottilla MAS -
Stay Behind Organization”.
Si documenterebbe la nascita e le prime fasi di
crescita di “GLADIO”, la famosa formazione clandestina, che tale sarebbe
stata denominata dal gladio che era l'insegna della Decima.
Ma, coincidenza ancora più sorprendente,
è rappresentata dai gladiatori catalogati dagli americani: Cucchiara,
Mario Rossi, Vincenzo Lo Cascio etc, tutti del Battaglione “Vega”. Ma sono
gli stessi nominativi, elencati negli atti del Tribunale Militare di Napoli,
unitamente a quelli del sottoscritto, di Pignatelli, di Borghese, di De
Pascale, di Di Nardo, di Locatelli, etc., Essi avrebbero dovuto raggiungere
l'Italia meridionale per rafforzare l'organizzazione clandestina, in conseguenza
alla mia relazione tramite Locatelli ed in accoglimento delle richieste
della Principessa Pignatelli.
Purtroppo ciò non avvenne a causa del comportamento
del traditore radiotelegrafista, tal Carotenuto, il quale,anzichè
andarsi a presentare a Locatelli, denunziò tutti al Comando Inglese,
facendo il mio nome, quello di Locatelli e quelli di coloro che sarebbero
dovuti essere paracadutati dopo di lui, con la conseguente dissoluzione
della organizzazione, la quale, in effetti, aveva costituito il primo Gladio
nell'Italia meridionale.
Ma al di là degli avvenimenti prima narrati,
dagli stessi si traggono delle considerazioni che debbono essere di sprone
per ricerche più approfondite sugli avvenimenti stessi: i rapporti
tra i Servizi e le Marine del Sud e del Nord, i rapporti tra i Servizi
americani e germanici, e tra questi e quelli delle Marine.
C'è un filo segreto che li collega tutti
tra loro, ma tutti hanno un comune denominatore: la lotta al comunismo,
comunque, dovunque.
Durante il processo a Valerio Borghese, lo ricorda
De Felice in “Rosso e Nero“, ebbe a testimoniare in favore del Comandante
l'ammiraglio Agostino Calosi: egli era stato il Capo dei Servizi della
Marina del Sud: i messaggeri inviati al nord a Borghese e a Buttazzoni,
venivano inviati da lui, e c'è da supporre che egli sapesse anche
chi dal nord andava a sud! Ma è ancora singolare che gli NP del
Sud, separati dai loro camerati dall'armistizio, non hanno mai riconosciuto
altro Comandante che Nino Buttazzoni, e cioè il Comandante del Battaglione
NP della RSI, il quale era stato il loro Comandante prima dell'armistizio
e tale è rimasto anche dopo: oggi l' Associazione dei reduci NP
ha due labari, quello del Sud e quello del Nord, e il depositario unico
è sempre Buttazzoni.
Va considerato che se io fossi stato riammesso in
servizio, sarei rientrato nel Battaglione NP del Sud!
Dopo anni mi sforzo di comprendere come mai tutte
queste cose le sapesse di già Von Thun, invitandomi e rientrare
in Marina al sud!
La guerra combattuta dopo l'8 settembre '43, è
stata una strana guerra, poiché ha presentato degli aspetti che
sembrano paradossali, ma che, in effetti tali non sono stati: un filo conduttore
ci fu, e fu una spinta ideale che impose a tutti un obbiettivo, allora
difficilissimo, quello di preservare la Patria dalla peste del secolo,
il comunismo. Ci siamo riusciti? Allora come ora la guardia non l'abbassiamo.
SUL GRUPPO FASCISTA “A NOI!”
Testimonianza di Aristide Mettler
Il gruppo di Fascisti clandestini di Palermo autodenominatosi
“A NOI!”, dal titolo del giornale da essi pubblicato, prese corpo negli
ultimi mesi del 1943 dal collegamento dei gruppi spontanei di fascisti
raccoltisi intorno a Lorenzo Purpari, a Bellomo (Movimento Populista),
ad Angelo Nicosia, propagandista di idealità mussoliniana, a Nicola
Denaro foglio di squadrista, ma anche intorno al sottoscritto, Aristide
Mettler, che aveva organizzato un efficiente servizio di assistenza ai
camerati bisognosi e fuggiaschi insieme all'amico Tommaso Baiardi.
I genitori di Denaro erano in contatto con il Principe
Valerio Pignatelli e con la Principessa.
Il 18 marzo 1945 il “ Giornale di Sicilia” pubblicava
un articolo intitolato : “Giovani deferiti all'autorità giudiziaria
militare !”
Il fatto incriminato: propaganda fascista nel centrale
Cinema - Teatro Biondo sito in Via Roma ( la principale via di Palermo
) consistente nel lancio di manifestini e copie del giornale ciclostilato
“A NOI!“ una prima volta in gennaio ed una seconda volta in febbraio.
Per questi fatti furono denunziati 18 giovani fascisti
come diciannovesima un'infiltrata nell'organizzazione al servizio dell'
Intelligence Service.
Gli imputati furono deferiti al Tribunale Militare
Territoriale di Guerra. Alla fine del conflitto gli atti venivano rimessi
per l'ulteriore corso all' Autorità Giudiziaria ordinaria.
La Sentenza emessa dalla Corte di Appello di Palermo
( Sez. Istruttoria in data 21 giugno '47, depositata in cancelleria il
28.6.47, procedimento penale n° 118/46 del reg.generale ) dichiarò
di non doversi procedere contro gli imputati essendo i reati commessi estinti
per amnistia.
Dalla sentenza si apprende ed evidenzia quanto segue:
1 ) che nella città di Palermo operò
dal 1943 un gruppo spontaneo di patrioti fascisti clandestini sorto animosamente
a contrastare la propaganda degli eserciti invasori, occupanti il territorio
della Patria , anche diffondendo un proprio organo di stampa intestato
“A NOI!” e portante un sottotitolo con scritto. “Foglio del Partito Fascista
Repubblicano - Sezione di Palermo“ arricchito dal disegno di un Fascio;
2 ) che tutti gli scritti del detto organo clandestino
furono di contestazione agli invasori della vera natura della loro guerra
che era diretta non a liberare l'Italia, come diceva la loro propaganda,
ma invece soltanto ad asservire il nostro popolo agli interessi politici
delle plutocrazie inglese e americana.
Perciò i fascisti di Palermo affermavano
la propria volontà di riscattare l'onore della Patria offeso e vilipeso;
3 ) che l'arresto dei 18 fascisti del gruppo “A
NOI!” (così autodenominatosi all'insegna del grido fascista di chiamata
a raccolta degli amici e di sfida verso i nemici) era stato voluto e causato
dall'azione delatoria della diciannovesima imputata Eufemia Tessitore,
nata a Palermo il 28.4.1917, agente provocatore dell'Intelligence Service,
presso il quale prestava regolare servizio.
Su segnalazione del Capo della squadra politica
della Questura, maresciallo Campo - che incriminando la delatrice dimostrò
i suoi sentimenti patriottici - il Tribunale ritenne la Tessitore colpevole
di concorso nel reato di propaganda sovversiva per aver fornito la carta
utilizzata per la stampa dei manifestini.
I reati per cui furono incriminati i fascisti di
Palermo “ A NOI ! “ risultarono tutti coperti amnistia concessa con D.P.
del 22.6.46 per cui venne dichiarato il non luogo a procedere per tutti
gli imputati.
Ma oltre quel che è detto e documentato nella
sentenza debbo aggiungere quanto segue.
La pubblicazione e la diffusione del foglio “A NOI!”
continuò anche dopo il nostro arresto.
Anzi il lancio del foglio fu spinto addirittura
fin dentro la Questura di Palermo.
Quando fummo arrestati e reclusi nelle camere di
sicurezza della Questura di Palermo demmo libero sfogo ai nostri sentimenti
cantando inni fascisti.
Quando poi venimmo tradotto nel carcere dell'Ucciardone
( Palermo) su carrozzelle da nolo continuammo a cantare con più
forza e veemenza sicché, arrivati nella centralissima Piazza Politeama,
si bloccò il traffico cittadino. I canti continuarono poi fino all'ingresso
del carcere.
Il gruppo fascista clandestino “A NOI!” continuò
ad operare ben oltre il nostro arresto. Nel dopoguerra ci unimmo al Partito
Nazional Social Fusionista per poi confluire in massa nel MSI nel 1947.
Un particolare non trascurabile è che il
mattino del 14 gennaio 1945, quando fu effettuato il primo lancio del foglio
“A NOI!” numero 1 dal loggione del cinema - teatro Biondo, tutto il pubblico
del cinema insorse entusiasticamente inneggiando al Duce, al Fascismo,
all'Italia in una esplosione di fede patriottica di popolo.
Fu una manifestazione inaspettata da noi, che non
speravamo una tale reazione, dopo le tante strombazzate accoglienze alle
truppe dell'invasore che quindi si rilevarono soltanto interessate effusioni
di opportunisti che speravano di ottenere miracoli dai cosiddetti “ liberatori
“.
Fu una manifestazione spontanea che è rimasta
impressa nella nostra memoria a conferma del fatto che molti più
di quanto non si pensasse e non apparisse avevano conservato nel proprio
intimo la fede fascista più radicata.
La cosa, evidentemente, preoccupò non poco
l' Intelligence Service e le autorità badogliane per cui furono
investiti della cosa i CC.RR. ( Reali Carabinieri) sempre zelanti che -
in occasione del secondo lancio del nostro foglio clandestino, sempre nello
stesso cinema - teatro, verso le ore 17.3o dell' 11 febbraio 1945. - erano
pronti ed irruppero nei locali del cinema numerosissimi ed armati di moschetti
che tennero puntati contro i presenti, che vennero tutti perquisiti.
L'azione non ebbe esito alcuno in quanto non produsse
alcun arresto. Però il giovane diciassettenne Mario Gulì,
occasionalmente unitosi ai fascisti nel lancio del foglio n° 2 , tentò
la fuga e fu inseguito fino alla sua abitazione.
Successivamente venne preso al suo domicilio e ,
tradotto in Questura, venne sottoposto a brutali interrogatori con metodi
badogliani, per farlo parlare.
Egli conosceva soltanto alcuni degli autori del
secondo lancio. E quei nomi gli furono strappati. Gli stessi nomi e gli
altri erano già a conoscenza dell' Intelligence Service.
Così fummo arrestati in diciotto più
, come detto, la stessa delatrice, vittima della sua stessa trappola.
Nell'ordine in cui siamo citati nella sentenza su
riportata:
Maisano Francesco (cl.1927), Denaro Nicolò
(cl.1928), Monteverde Enrico (cl.1923), Gulì Mario (cl.1928), Renda
Guido (cl.1927), Mettler Aristide (cl 1925), Costa Aldo (cl.1929), Paduano
Giovanni (cl.1926), Sortino Salvatore (cl.1926), Bagnasco Carmelo (cl.1923),
Ferrara Giuseppe (cl.1928), Rocca Sergio (cl.1929), Alessandro Giuseppe
(cl.1928), Carrara Salvatore (cl.1925), Palmegiano Vincenzo (cl.1927),
Purpari Lorenzo (cl.1927), Leto Marcello (cl.1926), Lima Gennaro (cl.1928),
ed infine la spia Tessitore Eufemia Rosa (cl.1917).
Gli inquirenti anglo - americani effettuarono interrogatori
degli imputati nel tentativo di scoprire perché eravamo ancora fascisti
e cosa credevamo che fosse il Fascismo.
La mia risposta che verbalizzarono sotto dettatura
fu questa .
- Per me il Fascismo era e resta l'amore per la
Patria secondo una canzone che cantavamo e che dice:
Educhiamo la mente, il braccio e i cuori
per essere degni di parlare d'Amore
per essere degni di parlare d'Amore
e Amore ai nostri figli insegnare
MISSIONE AL SUD NEI SERVIZI SPECIALI
Testimonianza di Ugo Esposito
Sono nato ad Alessandria d'Egitto, figlio di italiani
che si trovavano là per lavoro. Rientrato in Italia ho studiato
nel Collegio Accademico per gli Italiani all'Estero "Costanzo CIANO"
a Nettuno Porto - Anzio dove si insegnavano, oltre le materie di cultura
generale a livello liceale anche la radiotelegrafia e la cablografia.
Eravamo tutti figli di italiani all'estero che n